Tempesta di ghiaccio (1997)

Nell’inverno del ’73 un’eccezionale ondata di freddo investe gli Stati Uniti, con neve e ghiaccio ovunque. In una piccola cittadina del Connecticut i delicati equilibri di due famiglie borghesi stanno per essere travolti da un destino crudele. La tempesta di ghiaccio di cui parla il titolo non è solo quella che sul finale del film porta alla conclusione drammatica, ma è soprattutto quella generata dalla freddezza dei rapporti umani descritti, quella dell’incomunicabilità assoluta che regna sovrana, non solo tra genitori e figli, ma anche tra coniugi e amici.

Tutti i personaggi che animano questo film sono disperatamente soli, e incapaci di comunicare la propria solitudine ad amici, mogli o amanti, incapaci di soddisfare i propri bisogni, tranne forse quelli più “fisici”, sicuramente non quelli affettivi. Tradimenti, frustrazioni e insoddisfazione dei genitori, ricadono sui figli, già afflitti dai primi turbamenti adolescenziali e dall’assenza totale di speranze nel futuro.

Ang Lee, dopo Ragione e sentimento, torna a dimostrare di possedere una particolare scioltezza narrativa, questa volta esplorando le ansie e la drammatica caduta di valori di due famiglie apparentemente normali, in cui tutti, giovani e adulti, sembrano essere irrimediabilmente allo sbando. Il film è privo di una vera e propria trama, ma punta a svelare i personaggi a poco a poco, arrivando a fornirne un ritratto psicologico molto accurato, anche attraverso le interazioni tra loro.

I protagonisti più giovani sono ragazzi che si stanno affacciando alla vita adulta, alle prese con i normali problemi adolescenziali, le prime esperienze con il sesso o con la droga, e l’impossibilità cronica di trovare un benché minimo aiuto negli adulti, occupati da parte loro ad evitare accuratamente ogni responsabilità. I genitori non comunicano con i figli perché non hanno niente da trasmettergli se non le loro stesse insicurezze, cresciute nella noia mortale di esistenze piatte e banali, animate solo da avventure extraconiugali senza entusiasmo e scambi di coppie che non riescono neppure ad essere davvero trasgressivi.

Nemmeno la tragedia finale che si abbatte sui protagonisti riesce a dare voce ai sentimenti e alle emozioni, e tanto meno riesce a riunire i membri di queste famiglie, così irrimediabilmente lontani e divisi.  Il silenzio e l’incomunicabilità che dominano il film, ricordano in qualche modo Gente comune, ma qui manca la sapiente regia di Redford. Il progetto di Ang Lee in realtà sembrerebbe più ambizioso: l’idea è quella di un ritratto familiare inserito in un più ampio contesto sociale, politico e generazionale.

Il periodo è quello della guerra del Vietnam che sta per concludersi e l’America è sconvolta dallo scandalo Watergate. Così i rapporti familiari tratteggiati nella storia di queste due famiglie, compongono in definitiva un quadro allarmante della famiglia media americana, afflitta da un vuoto morale, riflesso dell’amoralità dei governanti, e da una crisi di ideali che riflette la crisi di valori dell’intera società.

Lo sguardo del regista di Taiwan è gelido come il titolo, coraggioso e spietato come probabilmente un americano non avrebbe saputo essere, e si dimostra capace di descrivere senza remore lo sgretolamento morale della famiglia americana con accuratezza e realismo. Al servizio del regista un ottimo cast, dove si distinguono in particolare Kevin Kline, tra gli adulti e Elijah Wood tra i più giovani.

Joan Allen e Sigourney Weaver disegnano due personaggi femminili di rara intensità, vittime di una deriva emotiva ed esistenziale che le divora senza che siano capaci di reagire. Gli interpreti più giovani, da Christina Ricci a Tobey Maguire, fino a Elijah Wood, tutti con un promettente futuro davanti, danno ampia prova delle loro capacità rappresentando senza filtri il ritratto di una gioventù senza guida, ma forse più matura dei propri genitori.

Nel complesso il film è notevolmente amaro, forse proprio per il realismo e la concretezza che lo contraddistingue, mentre la trama riesce ad essere commuovente e autentica al tempo stesso, a tratti persino cruda. Comunque non è un film facile e neppure sempre gradevole. Ne risulta uno spaccato impietoso della famiglia come istituzione decadente, ridotta a un involucro vuoto, fatto solo di apparenze, in una società fintamente libertaria, che si nutre di ipocrisia. Un film che fa riflettere, anche se il risultato di questa riflessione può non piacere.


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Autore: R.A.F.

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

23 pensieri riguardo “Tempesta di ghiaccio (1997)”

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