Dietro lo specchio (1956)

Il film è ispirato a un articolo di cronaca uscito l’anno prima, in cui venivano descritti gli effetti negativi dell’uso di cortisone. Prodotto da James Mason e diretto con un buon tocco da Nicholas Ray, il film lascia il segno soprattutto per l’interpretazione di Mason e sconvolge per il fatto di essere una storia realmente accaduta, sia pure parzialmente romanzata.

Un tranquillo professore di liceo comincia ad assumere cortisone, su consiglio del medico, per affrontare i dolori dovuti all’artrite. Dopo un primo periodo in cui vede sparire i dolori, l’uomo aumenta arbitrariamente le dosi di cortisone quando questo cessa di fare effetto: l’abuso che ne deriva porta effetti collaterali disastrosi, quali un’alterazione progressiva della personalità del professore e un aumento della sua aggressività, fino ad un vero e proprio delirio di onnipotenza, che rischierà di distruggere la sua professione e la sua famiglia.

Quando la moglie si accorge di quello che sta succedendo, riesce a salvarlo in extremis, aiutata da un collega del marito. La trama può sembrare molto semplice, ma il film riesce ad essere complesso ed articolato. Lo svolgimento è in effetti lineare e la storia, soprattutto all’inizio, si dipana senza particolari colpi di scena: il farmaco, inizialmente visto come unica ancora di salvezza dal dolore e quindi dall’inabilità a condurre una normale vita lavorativa e sociale, diventa per presto un nemico, quando il suo abuso, per altro arbitrario, sconvolge gli equilibri dell’uomo e della sua famiglia.

Ed è allora che la storia si complica, il film mostra il suo aspetto drammatico e allo stesso tempo grottesco. Il regista usa uno stile asciutto, alternando scene di crudo realismo ad una ironia garbata, che diventa sarcasmo quando si scaglia contro il perbenismo della media borghesia americana. Mason dipinge in maniera straordinaria la progressiva e inesorabile trasformazione del protagonista, che da marito e padre amorevole diventa uno squilibrato da temere e da cui ci si deve aspettare qualunque cosa.

Mason si trasforma in una specie di Jack Torrance ante litteram, ma lo fa con la sua ineguagliabile eleganza, alternando depressione a euforia incontrollata, malinconia e ombrosità immotivate a un’iperattività senza freni, tra sbalzi d’umore, ira e deliri religiosi, ma sempre mantenendo toni equilibrati, mai sopra le righe. In fondo rappresenta sempre un uomo, smarrito e sofferente. Ed è piacevolissimo vedere come riesce a indossare di volta in volta le diverse maschere che rappresentano tutte le sfaccettature del protagonista: pensieroso, filosofo pedante, moralista bigotto e cattedratico indulgente, borioso in preda a delirio di onnipotenza e pentito in cerca di espiazione.

Ray dirige con classe, giocando con le inquadrature e con i colori, cercando di mettere in luce tutte le sfumature e soprattutto le ombre del personaggio.  In questo modo riesce a tenere sempre alta la tensione, creando un clima di suspense che rende ancora più interessante la vicenda. Il film è retto dunque dall’interpretazione di Mason, che regala una lezione di recitazione di altissimo livello, ma anche i comprimari fanno la loro parte.

In particolare Barbara Rush, nel ruolo della moglie, disegna in modo perfetto una figura femminile silenziosa e sottomessa, secondo i dettami dell’epoca, ma anche abbastanza forte da saper reagire al momento giusto per difendere il figlio e salvare il marito stesso dall’autodistruzione. Anche il bambino, Christopher Olsen, se la cava più che dignitosamente, al punto che Hitchcock lo volle per interpretare il figlio di Doris Day ne L’uomo che sapeva troppo. In un ruolo invece di secondo piano troviamo Walter Matthau, insolitamente in una parte drammatica, ma forse proprio per questo non sembra trovare la sua giusta collocazione e resta in disparte.

Per una volta il titolo italiano è particolarmente indovinato, sia come metafora di un uomo che si guarda allo specchio senza più riconoscersi, sia in riferimento concreto alla vicenda, visto che il protagonista conserva i farmaci nell’armadietto del bagno, proprio dietro uno specchio.

Un film nel complesso da rivedere, o magari da scoprire per chi non lo ha mai visto, ideale soprattutto per chi ama i film sulla malattia mentale o le grandi interpretazioni; un melodramma forse un po’ datato ma con dialoghi lucidi e una sceneggiatura che tiene il ritmo. Una curiosità: a causa delle notevoli pressioni da parte delle organizzazioni mediche, la pellicola non riuscì nell’intento che si era preposto, cioè quello di demonizzare il nuovo farmaco miracoloso che stava contagiando l’America in quel periodo, e che, a tutt’oggi, è utilizzatissimo, nonostante i pericolosi effetti collaterali.