Rob Roy (1995)

Ispirato ad un romanzo storico di Walter Scott, il film narra le disavventure di un eroe leggendario, Rob Roy McGregor, definito il Robin Hood scozzese.  Tra gli altopiani scozzesi del XVIII secolo, Rob Roy cerca di guidare il suo villaggio verso un futuro migliore. Prende in prestito denaro dall’alta nobiltà per comprare del bestiame, ma il giovane Cunningham, nobile solo di nascita ma non di animo, pensa bene di approfittare dell’occasione e rubargli il denaro, facendo oltretutto ricadere la colpa su un amico fraterno di Rob. Non contento, questo disgustoso esempio di nobile senza onore né morale, distruggerà la sua casa e ne violenterà la moglie.

Niente di nuovo sotto il sole, perché si sa che da sempre la nobiltà si è approfittata del popolo, arricchendosi a sue spese; la novità qui sta nel profondo senso dell’onore con cui il nostro eroe reagisce all’ingiustizia: non con la rabbia distruttiva di William Wallace, né con l’astuzia di Robin Hood, ma mostrando una dignità e un rispetto per l’avversario, che lo collocano ben al di sopra del suo persecutore.

Rob Roy è un bel dramma avvincente e accattivante, animato da dosi uguali di eroismo e amore. Azione, passione, giustizia e vendetta si intrecciano in questa saga scozzese dove lo splendido paesaggio delle Highlands fa da sontuosa cornice a un film epico, girato con mano felice da Michael Caton-Jones, che qui supera di parecchio le sue precedenti prove di regista. Sicuramente coadiuvato dalla sceneggiatura, che ha abilmente modellato i dialoghi sui personaggi, rendendoli di volta in volta colti o rozzi, ma sempre arguti e mai banali, e favorito da un’ambientazione naturale tra le più belle al mondo, oltre che da un’accurata ricostruzione degli interni, il regista dirige gli attori senza troppa fatica, avendo a disposizione un cast molto ben assortito.

Perfetto Neeson nel ruolo dell’eroe, fiero, coraggioso, ma onesto fino alla fine, e ottima anche la sua presenza scenica, nonostante le origini irlandesi e non scozzesi; più che convincente John Hurt nel ruolo del Marchese di Montrose, altezzoso e compiaciuto della sua superiorità, ma con un suo personale senso dell’onore che gli permette di disprezzare il viscido e superficiale Archibald; stupenda Jessica Lange, coraggiosa ma saggia, sensuale e volitiva, orgogliosamente fiera nel reagire con ostinata omertà ad uno dei più odiosi stupri della storia del cinema; notevole anche Brian Cox nel ruolo dell’infido contabile che ordisce l’inganno ai danni di Rob Roy.

Ma il punto di forza del film è senza dubbio Tim Roth nel ruolo del viscido e depravato Cunningham: Roth è talmente bravo da renderlo odioso e insopportabile, ma a suo modo piacevole, non fosse altro perché si pregusta il momento in cui dovrà rendere conto delle sue malefatte. Neeson dà passione al film, la Lange gli conferisce una morale, Hurt gli dà stile, Roth intensità e persino un pizzico di ironia.

Il senso dell’onore e della famiglia, la passione, la lealtà e il tradimento, la violenza, la crudeltà e la dignità, si mescolano in questo film epico, che a tratti assume toni da tragedia grazie ad atmosfere di notevole intensità. La crudezza della vicenda, che non risparmia particolari scabrosi e sgradevoli, mantiene però un alto livello narrativo, e si traduce in una pellicola di qualità, ben interpretata e ben diretta, con un insieme di grande effetto, che soddisfa di certo gli amanti del genere. Purtroppo il film fu penalizzato dall’uscita contemporanea di Braveheart, che ha finito per metterlo in ombra, facendo incetta di nomination e portando a casa ben 5 Oscar. Unica consolazione per Rob Roy, la meritatissima nomination per Tim Roth, che però non si è concretizzata nella statuetta.

Per chi fosse interessato a notizie storiche sul vero Rob Roy: Rob Roy McGregor, il Robin Hood Scozzese

Complimenti agli amici del Centoquarantadue, ad Alessandro del blog Lo Scribacchino del web, a GianniD di taqamkuk, Austin Dove de Il Blog di Tony, Topper Harley, Luisella di Tra Italia e Finlandia, e Francesca di faminore che hanno indovinato.