Schegge di paura (1996)

Uno dei thriller più avvincenti e imprevedibili degli ultimi 30 anni. Unisce una trama intrigante e complessa ad una suspense vertiginosa, con un ritmo incalzante e alcuni colpi di scena indimenticabili. Ha l’impianto di un dramma giudiziario senza subirne i momenti più tediosi, e riesce a catalizzare l’attenzione dello spettatore, coinvolgendolo in modo emozionante, al pari di un action adrenalinico. Non diventa mai lento e non si perde in scene inutili. E l’argomento scabroso aggiunge quel pizzico di morbosità che di sicuro non nuoce al risultato finale.

Fin dall’inizio lo spettatore capisce che non si tratta della solita storia, ma non può nemmeno immaginare quanto lontano lo porterà. C’è un avvocato difensore, ambizioso e senza scrupoli, che ama stare sotto i riflettori e soprattutto ama vincere, con qualunque mezzo, e non importa ovviamente se l’imputato è effettivamente innocente o no. C’è un delitto a dir poco inquietante, sia per le modalità con cui è stato commesso, sia per l’identità della vittima, un alto prelato della Chiesa cattolica. C’è un presunto colpevole, un mite chierichetto, riservato e timoroso di Dio, che è stato visto fuggire dalla scena del crimine coperto del sangue della vittima.

E c’è un pubblico ministero ben intenzionato a fare luce sull’orrendo delitto e inchiodare il colpevole. Particolare non trascurabile, il pubblico ministero è un ex fiamma dell’avvocato difensore. Quello che manca, almeno all’apparenza, è un movente. Sarà proprio l’accusato a fornirlo, involontariamente e senza averne consapevolezza, durante un colloquio in cui affiora e si rivela la sua doppia personalità. E questo è solo il primo colpo di scena, a cui ne seguiranno altri, fino ad un finale fantasmagorico, che non si dimentica facilmente, e che anche da solo vale tutto il film.

L’avvocato difensore ha la classe di un Richard Gere in gran spolvero, aggressivo e sicuro di sé come non lo si vedeva dai tempi di Ufficiale e gentiluomo, con quella punta di arroganza che non depone a suo favore e fa pendere la bilancia dalla parte dell’accusa, almeno all’inizio. Il pubblico ministero ha la grazia e la sensualità di Laura Linney, attrice a mio parere molto sottovalutata, mentre ha mostrato più volte di saper raggiungere alte vette di espressività.

Ma è uno straordinario Edward Norton che ruba letteralmente la scena, con una performance di altissimo livello, che gli è valsa il Golden Globe e la candidatura all’Oscar, più un considerevole numero di altri premi della critica, alla giovane età di soli 27 anni. Non male, soprattutto considerando che era la sua prima apparizione sullo schermo. Tra gli altri c’è anche Frances McDormand, nel ruolo (che le è molto congeniale) della psicologa che aiuterà a far luce sulle ombre della vicenda. Non lascia il segno, ma non passa nemmeno inosservata.

Liberamente tratto da un romanzo giallo, di cui conserva il titolo originale di Primal fear, e basato su una sceneggiatura incalzante che gioca sull’affascinante illusione della verità, il film deve il suo successo ad una intelligente mescolanza di generi, tutti approfonditi in maniera significativa, e ad un approccio non convenzionale.  È in parte un film procedurale, che punta l’attenzione sullo svelamento delle testimonianze e la scoperta delle menzogne. Ma è anche un intenso studio psicologico di tutti i personaggi, dall’imputato che per primo deve fare i conti con una doppia personalità a dir poco ingombrante, fino all’avvocato, che per una volta crede fino in fondo nell’innocenza del suo cliente e ritiene di non dover imbrogliare per vincere.

C’è anche l’intrigante storia d’amore tra Gere e la Linney, che pur rimanendo in secondo piano, contribuisce a movimentare la vicenda e ad alleggerirne la tensione con qualche sprazzo di ironia. E poi naturalmente ci sono quel delitto così efferato e quel movente così morboso, che rendono l’insieme ancora più torbido. Infine, a pochi fotogrammi dalla conclusione, subito dopo un colpo di scena che ci ha fatto saltare sulla poltrona, c’è un ultimo ribaltamento di prospettiva, ancora una volta affidato al talento di Norton, che completa il capolavoro.

Un film da vedere assolutamente per gli amanti del genere e per chi è in cerca di emozioni, un’iniezione di adrenalina che ancora fa effetto, anche rivedendolo a distanza di anni.

Sono felice di comunicare che ho risolto, spero definitivamente, tutti i miei problemi. Perciò posso fare i complimenti a GianniD di taqamkuk, Alessandro Gianesini, ovvero loscribacchinodelweb, Francesca di faminore, Antonio di austindoveblog Luisella di traitaliaefinlandia e Farida de la borsetta delle donne che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

24 pensieri riguardo “Schegge di paura (1996)”

      1. Non esattamente. È perfezionista e vuole avere il controllo artistico di ciò che fa, cosa che lo porta a generare conflitti (infatti lavora pochissimo rispetto alla sua bravura). Però è una cosa diversa, ecco… :–)

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