Uomini di Dio (2010)

Raramente ho visto un film più toccante e profondamente umano, che sia riuscito nello stesso tempo a non scadere nella retorica religiosa o nel patetico. E’ basato su una storia vera, drammatica quanto assurda: l’uccisione di alcuni monaci trappisti ad opera di terroristi islamici nel 1996 in Algeria.

Nella notte tra il 26 e 27 marzo 1996 un commando armato entrò nel monastero di Tibhirine e prese in ostaggio alcuni dei nove monaci presenti.
Per settimane non si seppe nemmeno se i rapiti fossero ancora vivi. Un comunicato del 18 aprile specificò la motivazione del loro rapimento:

“Tutti sanno che il monaco che si ritira dal mondo per raccogliersi in una cella, presso i nazareni, si chiama eremita. È l’uccisione di questi eremiti che Ab Bakr al-Siddîq aveva proibito. Ma se un tale monaco esce dal suo eremo e si mischia alla gente, la sua uccisione diventa lecita. È il caso di questi monaci prigionieri che non si sono separati dal mondo. Al contrario, vivono con la gente e la allontanano dal cammino divino, incitandola a evangelizzarsi. L’accusa contro di loro è ancora più grave”

Il comunicato successivo, datato 21 maggio, annunciava: “Abbiamo tagliato la gola ai monaci”. Il 30 maggio, nei pressi di Médéa, furono ritrovate solo le teste, mentre i corpi non furono mai ritrovati. Quello che resta dei monaci riposa ora nel giardino di Tibhirine, là dove quegli uomini miti e coraggiosi avevano piantato i loro semi di fede, di speranza e di amore.

Fin qui la vicenda reale, mai ben chiarita a voler essere onesti, perché qualcuno avanzò il dubbio che l’omicidio non fosse opera dei terroristi, ma dell’esercito. Ma ai fini dell’incantevole film di Xavier Beauvois, la realtà dei fatti assume ben poca importanza.

Quello che il regista vuole descrivere è la profonda umanità di questi monaci e della loro scelta di vita e di morte. Non è una vocazione al martirio, ma alla libertà. E risuona nelle parole di uno di loro, quando dice “Non temo nulla, neanche la morte. Sono un uomo libero”. All’inizio il film mostra la vita quotidiana dei monaci: i contatti con la popolazione locale, interamente musulmana, sono quasi idilliaci, i frati sono rispettati e anche amati per le cure mediche praticate da uno di loro, attraverso un piccolo ma efficiente ambulatorio.

Non c’è in loro nessuna volontà di convertire la popolazione locale, ma solo di aiutare gli abitanti del luogo, visti come semplici esseri umani, al di là del loro credo. E anche dall’altra parte c’è solo rispetto e gratitudine verso chi si occupa di assisterli. Il fanatismo jihadista è lontano, arriva solo attraverso le cronache dei giornali e della televisione o i racconti della gente del villaggio.

Finché un gruppo armato irrompe nel convento per far curare un ferito, ed è qui che la minaccia incomincia a materializzarsi. Quando alcuni operai croati di un cantiere dei dintorni vengono brutalmente sgozzati, e il pericolo si fa sempre più consistente, i monaci si chiedono se restare o partire. Il governo offre loro protezione contro i terroristi, ma i religiosi, temendo che si possa scatenare ancora più violenza, la rifiutano. In una delle scene più commuoventi, quasi un’Ultima Cena, decidono di resistere, finché non accade l’inevitabile.

Quello che colpisce soprattutto è la religiosità profonda di questi “uomini di Dio”, che decidono serenamente di accettare il rischio della morte pur di non abbandonare la loro missione che ritengono prioritaria. E colpisce anche la pacifica coesistenza umana di elementi religiosi così diversi e inconciliabili tra loro, che nel film appare talmente semplice e naturale, da chiedersi perché nella realtà sia così difficile da realizzarsi.

Ma poi appare chiaro come quella stessa tolleranza che permette la convivenza pacifica, si trasformi in odio e persecuzione nella follia dell’oltranzismo religioso. In realtà questo film ha molto di più da trasmettere, soprattutto a quelli che si considerano cristiani. La vita che questi monaci conducono è di per sé una provocazione al mondo, al nostro prima ancora che a quello islamico. Una quotidianità che si apre con la preghiera e continua nella semplicità delle occupazioni, umili ma necessarie, e si chiude con una lode a Dio.

Il tutto raccontato senza retorica, senza forzature né sbavature di alcun genere, con la semplicità di una fotografia schietta e priva di fronzoli, e senza neppure l’aiuto di un vero commento musicale che sarebbe stato comunque stonato. Tranne che nella scena più toccante, in cui la musica sottolinea e accresce la solennità del momento in cui i monaci, presa ormai la loro decisione di rimanere e accettare il rischio, annullano l’umana paura della morte in una serenità che è data dalla certezza di aver fatto la scelta giusta. Sono finalmente in pace con la loro paura, non l’hanno superata ma l’hanno accettata per amore e fedeltà alla vocazione monacale. Nel lento incedere della cinepresa che li coglie, uno dopo l’altro, si vede sui loro volti il coesistere di gioia e paura, ma non ci sono più i dubbi che hanno caratterizzato il loro percorso fino a questo punto.

Equilibrato, commuovente, intensamente profondo e vero. Questo film ha in sé il rigore della vita monastica: i dialoghi sono spogli ed essenziali, funzionali a rappresentare la semplicità di un cammino già segnato che prosegue coerente sino alle estreme conseguenze. La vita terrena viene sacrificata, ma non c’è alcun autocompiacimento in questa scelta: questi uomini di Dio, infatti, non inseguono e non subiscono il martirio, ma vogliono solo affermare se stessi come spiriti liberi.

Il regista sembra quasi voler rispettare la loro scelta tralasciando di mostrare l’esecuzione da parte dei carnefici. Nel film vediamo i monaci portati via dal convento, trascinati nella neve verso il loro destino, a cui vanno incontro con estrema dignità e rassegnazione. Ma non assistiamo alla loro morte.

Un’ultima annotazione sul titolo: Uomini di Dio tradisce in qualche modo il significato dell’originale Des hommes et des dieux, dove la pluralità non vuol essere tanto una banale affermazione politicamente corretta di pari dignità tra Cristianesimo e Islam, ma viene direttamente dal Salmo 82 che così recita:

Voi siete degli dei, tutti figli dell’Altissimo! Eppure morrete come uomini e cadrete come tutti i potenti.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

34 pensieri riguardo “Uomini di Dio (2010)”

  1. L’ho perso al cinema e poi non me la sono più sentita di cercarlo. Forse lo farò, ma non ora. Non sono abbastanza “forte” in questo momento, come sai.
    (Ovviamente la corretta traduzione del titolo sarebbe “Degli uomini e degli Dei”, o “Di uomini e di Dei”: brava per l’osservazione!)

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  2. La storia del Islam insegna che Cristiani o Ebrei stampo non solo tollerati ma difesi da eventuali attacchi.
    Ma nel Islam subentrano a fine 19 secolo le forze Wahabite, ovvero ipocriti finanziario da Inghilterra e sionismo, guarderò il film, ma dubito che si menziona che questi non erano musulmani ma ipocriti, che di fatto hanno gettato per prima il terrore nei musulmani stessi visto il loro irrigidimento della religione.
    Poi c’è da dire che erano tollerati, a patto che non diffondessero la loro religione, un po’come accade in Italia che non si permette la costruzione di Moschee, ma mi pare di aver capito che non sia questo il motivo della loro uccisione.

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    1. Mi dispiace, io giudico i film solo per la bellezza artistica, e non per i contenuti. Comunque questo film in particolare mi è sembrato molto imparziale nei confronti delle due religioni.

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      1. Quindi non è la sua la recensione?
        Guardi, è ovvio che se si vuole analizzare un film per quello che cerca di dare dal punto di vista emozionale e storico, bisogna calarsi anche nella cultura del momento, come nella recensione si evince di fatto. Quindi è bene tener conto del tessuto storico reale che sta dietro questo episodio per ben capire come mai c’è questa dicotomia tra una popolazione pacifica e questi pseudo islamisti.
        Ma se non e interessato al retroscena storico, fa nulla, la sua sarà una critica mozza, non le pare?

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      2. Forse ha ragione. Io non conosco bene i retroscena storici e culturali del fatto. Ho raccontato quello che è successo così come è stato riportato dai giornali, dicendo anche che ci furono dei dubbi sull’accaduto, dubbi mai chiariti. Poi ho descritto come il regista ha rappresentato la vicenda, che era quello che mi interessava. Forse ha ragione che la mia è una critica mozza. Mi dispiace.

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      3. Non si dispiaccia, anzi c’è da apprezzare la sua sincerità.
        Io forse ho dato l’impressione di dare un giudizio religioso di parte e forse l’ho anche fatto, ma in realtà mi interessava arricchire con quella che è la mia conoscenza personale.

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    1. Spero che, se riesci a vederlo, ti piaccia. Forse l’orrore di cui parli non traspare, perché è molto equilibrato, però traspare l’assurdità del gesto e la superiorità morale dei monaci.

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