Robin Williams, il dono del sorriso

È stato uno degli artisti più eclettici nella storia del cinema, capace di cambiare la voce, il volto e persino il suo corpo per diventare ogni volta qualcosa di diverso e unico. Si è imposto con una recitazione esuberante, basata su una fisicità sfrenata: sia in televisione che al cinema è ricorso a impressionanti trasformazioni fisiche, ottenute con un infaticabile lavoro sulla mimica, sul gesto, e sulla dizione. Istrionico e divertente, ma a volte anche un po’ pateticamente sentimentale, era considerato il giullare di Hollywood. Ma in fondo era un uomo fragile e, come tanti comici, spesso vittima di depressione.

Robin McLaurin Williams nasce da famiglia più che benestante: il padre è un alto dirigente della Ford, mentre la madre è una modella, e Robin trascorre un’infanzia solitaria che lo aiuta a sviluppare la sua immaginazione. Trasferitosi a San Francisco all’età di 16 anni, consegue il diploma al Marin College e, abbandonata l’università, entra alla Juilliard School of Music and Drama di New York, dove fa amicizia con il compagno di studi Christopher Reeve. Per mantenersi agli studi si improvvisa mimo. Alla fine del corso, comincia a lavorare nei night club come cabarettista, intrattenitore e imitatore ed è così che viene scoperto da un direttore di casting che vuole assolutamente inserirlo nei contenitori televisivi. Dopo qualche piccola apparizione in televisione, arriva la fortunata partecipazione al telefilm Happy Days con il suo personaggio di Mork.

Il riscontro presso il pubblico è tale da indurre il produttore Gerry Marshall a dedicare un’intera sit-com al personaggio: nasce così Mork & Mindy, e a Williams arriva il Golden Globe come migliore attore televisivo. In questi anni sposa la prima moglie, Valerie Velardi, da cui ha il primo figlio, Zachary. Il suo talento comico viene subito notato da Hollywood e Robert Altman lo sceglie come protagonista di Popeye – Braccio di ferro, del 1980. Nonostante il film sia un flop, Williams è ormai avviato alla carriera cinematografica. Il film che lo rende famoso è Good morning, Vietnam, del 1987, in cui interpreta a modo suo un disinvolto disc jockey che intrattiene le truppe americane a Saigon.

Per questa interpretazione riceve la sua prima nomination all’Oscar. Conclusosi il matrimonio con la prima moglie, sposa la baby sitter del figlio, Marsha Garces, che gli dà altri due figli: Zelda e Cody. L’ex Monty Python, Terry Gilliam, lo vuole per Le avventure del Barone di Munchausen, del 1988, nel ruolo del Re della luna. Ma è soprattutto con L’attimo fuggente di Peter Weir, del 1989, che raggiunge il grande pubblico e conquista una seconda nomination all’Oscar: la figura del professore Keating, che mescola accenti melodrammatici con una profonda umanità e un’ironia anticonformista e ribelle, si inserisce a buon diritto negli annali del cinema, dando vita a una numerosa serie di tentativi di imitazione che non riusciranno mai ad eguagliarne la spontaneità.  

Successivamente è stato un venditore di auto usate in Cadillac man, nel 1990, e, sempre nello stesso anno, un medico alle prese con pazienti affetti da encefalite letargica nel dramma Risvegli; poi si trasforma in Peter Pan, ruolo che gli è particolarmente congeniale, in Hook ‒ Capitan Uncino, di Steven Spielberg e successivamente in un vagabondo che nasconde un tragico passato ne La leggenda del re pescatore, del 1991, ruolo che gli vale la terza nomination.

A metà degli anni ‘90 la sua vis comica si è rafforzata con Toys, Mrs. Doubtfire ‒ Mammo per sempre (dove si sdoppia per interpretare una improbabile tata), il fantastico Jumanji di Joe Johnston, del 1995, e per finire Piume di struzzo, di Mike Nichols, in cui interpreta un simpatico omosessuale che deve fingersi etero per amore del figlio.

Successivamente sconfina nel registro drammatico in Jack, del 1996, di Francis Ford Coppola, in cui interpreta un ragazzo che invecchia rapidamente a causa di una disfunzione genetica, nell’Hamlet di Kennet Branagh, in cui è Osric, e finalmente ottiene il meritato premio Oscar con Will Hunting – Genio ribelle, dove è uno psicologo di grande sensibilità.

Dopo Due padri di troppo, del 1997, di Ivan Reitman, ha lavorato con Woody Allen in Harry a pezzi, per poi distinguersi nuovamente in film che accontentano sia la critica che il grande pubblico, come nel ruolo di un medico alternativo in Patch Adams, del 1998, di un marito disperato alla ricerca della moglie morta in Aldilà dei sogni, del 1998, e persino di un robot ne L’uomo bicentenario, nel 1999. Nel 2002 con il serial killer di Insomnia, per la regia di Christopher Nolan, e il solitario commesso di One hour photo di Mark Romanek, si è confrontato con figure di psicopatici, nel tentativo di misurarsi con ruoli per lui anomali, come anche in The Final Cut, del 2004.

Ma ci sono tanti altri titoli in cui compare in ruoli secondari, lasciando comunque un segno profondo della propria presenza, come L’altro delitto, di Kenneth Branagh, Una voce nella notte, Una notte al museo, La musica nel cuore, The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca, e infine le sue ultime interpretazioni, Boulevard e Una notte al museo – Il segreto del faraone.
Dopo un secondo divorzio, nel 2011 si sposa con Susan Schneider, una graphic designer conosciuta nel 2009, che gli resterà accanto fino alla fine.

Oltre a Mork & Mindy, di cui era protagonista, è stato guest star in diverse serie di successo, tra cui Friends e Law and order SVU, e soprattutto è stato doppiatore, prestando la sua incredibile voce dalle mille sfaccettature al genio di Aladdin, e poi ancora in A.I. Intelligenza artificiale, Robots e Happy Feet, oltre che in diversi videogiochi.

Il suo inconfondibile sorriso si spegne per sempre l’11 agosto 2014, a 63 anni, vittima della depressione e di una malattia neurodegenerativa che lo ha probabilmente indotto a un suicidio inconsapevole. Dall’autopsia, infatti, si è scoperto che soffriva non del morbo di Parkinson, come è stato detto inizialmente, ma della demenza a corpi di Lewy, sindrome per certi versi simile, che si manifesta con allucinazioni visive, per lo più a carattere spaventoso, che causano attacchi di panico e paranoia; proprio uno di questi attacchi potrebbe averlo spinto a togliersi la vita, in un momento di temporanea assenza di lucidità.

Il cordoglio per la sua scomparsa è stato unanime, e non solo nel mondo dello spettacolo. Il presidente Obama lo ha ricordato con parole toccanti:
«Robin Williams è stato un aviatore, un dottore, un genio, una tata, un presidente, un professore, Peter Pan e tutto il resto. Tutto in un solo uomo, ma è stato unico. È arrivato nelle nostre vite come un alieno, ma ha finito per toccare ogni elemento dello spirito umano. Ci ha fatto ridere. Ci ha fatto piangere. Ha dato il suo incommensurabile talento liberamente e generosamente a coloro che ne avevano più bisogno, dalle nostre truppe di stanza all’estero agli emarginati nelle nostre strade. »

«Sono le persone più tristi a fare del loro meglio per far ridere gli altri, perché sanno cosa significa star male e non vogliono che nessun altro si senta in quel modo»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – mymovies – comingsoon – ilmessaggero.it

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

13 pensieri riguardo “Robin Williams, il dono del sorriso”

  1. era un uomo… un attore… un comico… dai mille volti…
    conosceva la tristezza più profonda…
    “Cogli la rosa quando è il momento, | ché il tempo, lo sai, vola | e lo stesso fiore che sboccia oggi, | domani appassirà.”

    Piace a 1 persona

  2. Lo penso sempre/spessissimo… come lo salutai quel fatidico giorno della sua dipartita da questo mondo 👎 chiamandolo e facendo riecheggiare nella mia mente “Oh Capitano mio Capitano!” come nel finale dell’Attimo Fuggente 👊🍀🍀🍀

    Piace a 1 persona

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