William Hurt, attore per caso

Con eleganza e carisma, William Hurt ha affascinato il grande schermo fin dal suo esordio, interpretando ogni suo ruolo con il giusto equilibrio. Nasce a Washington il 20 marzo 1950, e trascorre i primi anni di vita in giro per il mondo, finché a 6 anni, dopo il divorzio dei genitori, si stabilisce definitivamente a New York con la madre e il fratello. Iscritto alla Tufts University di Medford, nel Massachusetts, istituto privato e molto selettivo, studia teologia e si appassiona, solo per caso, alla recitazione.

Laureato nel 1972, approfondisce la settima arte frequentando, a Londra, l’Accademia d’Arte Drammatica e, a New York, la Julliard School. Dopo essersi dedicato per diverso tempo al teatro classico, arriva al cinema nel 1980 con Stati di allucinazione, di Ken Russell. La sua recitazione segue da un lato un’impostazione classica nell’immedesimazione quasi totale nel personaggio, dall’altro appare anche istintiva e priva di enfasi. Il suo stile interpretativo è riconoscibile nell’espressione malinconica e nelle ansie esistenziali faticosamente represse. L’anno seguente interpreta un guardiano notturno che finge di essere stato testimone di un delitto per sedurre la giornalista incaricata del caso in Uno scomodo testimone, di Peter Yates, e soprattutto ricopre il ruolo del protagonista in Brivido caldo, collaborando per la prima volta con Kasdan.

In questo film, ispirato alle atmosfere dei noir degli anni Quaranta, costruì il suo personaggio rifacendosi ai modelli interpretativi di alcuni degli attori hollywoodiani protagonisti del genere, ma lo arricchì di un malessere e di un’ansia abilmente nascosti, oltre a una forte carica sensuale. Per lui, che era fondamentalmente un timido, fu un notevole sforzo interpretativo. Negli anni Ottanta diventa uno dei più rappresentativi attori del cinema hollywoodiano.

Dopo essere stato un investigatore sovietico in Gorky park, del 1983, ha trovato uno dei suoi ruoli più intensi, quello di un reduce dal Vietnam impotente e spacciatore di droga, ne Il grande freddo, opera che ha costituito un trampolino di lancio per molti altri attori diventati poi famosi (Glenn Close, Kevin Kline, Jeff Goldblum) e che gli ha consentito di affermarsi pienamente. In seguito, con Il bacio della donna ragno, nel ruolo di un fantasioso omosessuale rinchiuso nelle prigioni di uno Stato dittatoriale sudamericano, ha imposto un proprio codice recitativo, che si discosta dal modello dell’Actors Studio per la maggior meditazione e autoironia. L’interpretazione gli vale l’Oscar e il premio per il miglior attore al Festival di Cannes.

Anche nei ruoli successivi l’attore ha fortemente caratterizzato i suoi personaggi. È l’insegnante per non udenti di Figli di un Dio minore, nel 1986, e l’anchorman arrivista di Dentro la notizia, nel 1987: per entrambi i ruoli ha ricevuto la nomination all’Oscar, senza però portare a casa la statuetta. Dopo aver interpretato un perfido soldato che, durante il secondo conflitto mondiale, cerca di uccidere il cognato, ritenuto responsabile della morte del padre, ne Il grande odio, del 1988, tra il 1988 e il 1990 torna a lavorare con Lawrence Kasdan in Turista per caso e nella commedia nera Ti amerò… fino ad ammazzarti.

Nel primo film ricopre il ruolo di uno scrittore di guide turistiche in crisi con la moglie dopo la morte del figlio, che ritrova fiducia nella vita grazie all’incontro con una stravagante addestratrice di cani; nel secondo è un malvivente incaricato di uccidere un donnaiolo italoamericano proprietario di una pizzeria. Interprete duttile, ma sempre fedele a un suo personale stile recitativo, si è adeguato in modo esemplare ai differenti linguaggi di registi come Woody Allen, che lo ha diretto in Alice, nel 1990, e come Wim Wenders, che lo ha diretto in Fino alla fine del mondo, del 1991, dove è un uomo dalla confusa identità che gira il mondo con una videocamera computerizzata.

Dagli anni Novanta il suo stile ha acquisito progressivamente un notevole spessore drammatico, che ha caratterizzato i due medici protagonisti di Un medico, un uomo, del 1991, e di La peste, del 1992. Con Smoke, del 1995, nel ruolo dello scrittore Paul Auster che ha perso l’ispirazione, ha lasciato prevalere l’istinto sul metodo, sprigionando un forte senso di umanità. Ha poi riaffermato la propria adattabilità antidivistica interpretando il signore di Rochester in Jane Eyre, del 1995, di Franco Zeffirelli, e un giornalista a caccia di scoop in Michael, del 1996.

Dalla fine degli anni Novanta ha lavorato prevalentemente in thriller e in film di fantascienza, ricoprendo ruoli che hanno evidenziato una fase di declino nella sua carriera, poiché rivelatori di una tendenza a ripetere gli stessi sguardi, movimenti e stati d’animo, pur in opere diverse. Hurt è riuscito a uscire da questi stereotipi grazie a La voce dell’amore, del 1998, interpretando un brillante professore di letteratura in crisi con la figlia e con la moglie malata. L’ambiguità e il cinismo dei suoi personaggi, stemperati da una maggiore umanità e da un romanticismo crepuscolare, hanno caratterizzato anche il professore di A.I. Intelligenza artificiale, del 2001, di Steven Spielberg.

Nel 2004 è il capo del consiglio degli anziani in The village, di Shyamalan, e riveste il suo personaggio di tutto l’equilibrio e la saggezza necessari. Nel 2006 ottiene un’altra candidatura all’Oscar nel ruolo del fratello di Viggo Mortensen, nel feroce A history of violence; l’anno dopo è il viscido sindaco di New York nel frastornante Rumore, mentre nel 2008 è il Presidente degli Stati Uniti in Prospettive di un delitto. Dopo essere entrato a far parte del mondo degli Avengers, conclude la sua carriera con le più recenti interpretazioni: Era mio figlio (2020), Black Widow (2021) e The King’s Daughter (2022).

Dopo un matrimonio lungo dieci anni si separa dalla collega Mary Beth Supinger, per legarsi alla ballerina Sandra Jennings che gli ha dato la prima figlia, Alex. Nel 1989, sposa Heidi Henderson, da cui ha due figli, Samuel e William. Dopo un breve flirt con l’attrice Marlee Matlin, sua partner in Figli di un Dio minore, si lega per un periodo all’attrice Sandrine Bonnaire, conosciuta sul set de La peste. Dalla loro unione nasce Jeanne.
Si è spento il 13 marzo 2022 per cause naturali nella sua casa di Portland, poco prima del suo 72esimo compleanno.

«Preferisco di gran lunga l’equilibrio quando recito, piuttosto che mettermi in mostra. Quello che deve risaltare non è l’attore, ma il personaggio»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – MYmovies

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

17 pensieri riguardo “William Hurt, attore per caso”

  1. L’interpretazione nel Grande Freddo sarà sempre una delle mie preferite in assoluto. Un uomo spezzato e totalmente disilluso, che somiglia fin troppo all’amico suicida che apre la narrazione. Grande scrittura e grande interpretazione messi insieme

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  2. A me è sempre piaciuto moltissimo. All’inizio ho visto tutti i suoi film, più in là – me ne accorgo dalla tuo racconto – ne ho perso qualcuno.
    Sono d’accordo con “buio dentro” sulla citazione. Ecco, al contrario di Al Pacino di cui hai parlato da poco, lui era molto bravo a far emergere il personaggio, tant’è che ne ha interpretati di tanti tipi.

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    1. Esatto, era bravo e sempre contenuto, mai sopra le righe. Però, forse per questo motivo, non è stato molto cercato da “Hollywood”. Penso che avrebbe potuto essere più e meglio sfruttato.

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      1. Ma forse a Hollywood piacciono proprio quelli un po’ sopra le righe, o quelli che sono più attori che personaggi. Insieme ad Al Pacino, mi viene in mente Meryl Streep. Un po’ come, da noi, Mastroianni.

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