I segreti di Filadelfia (1959)

Uno dei ruoli più convenzionali di Newman, ma anche uno dei maggiori successi commerciali nella prima fase della sua carriera. È strano come un film che all’epoca ha ricevuto molta pubblicità e suscitato polemiche, sia poi stato praticamente dimenticato. Le polemiche erano incentrate sul fatto che il romanzo originale di Richard Powell fosse stato maltrattato nel suo adattamento cinematografico. La maggior parte dei critici che avevano effettivamente letto il libro, concordavano sul fatto che la versione cinematografica, nonostante la sua lunga durata, fosse solo un’ombra pallida e annacquata del romanzo, che non riusciva a rendere nessuna delle questioni sociali sollevate da Powell.

Ma dimenticando per un attimo il romanzo, il film di Sherman sorprende piacevolmente, sia per il carisma degli interpreti, sia per la regia raffinata e la confezione elegante di una storia che mantiene alto l’interesse per tutta la sua durata. Newman interpreta il giovane rampollo di una grande famiglia di Filadelfia. Ha il difetto di essere illegittimo, anche se nessuno sa chi sia il suo vero padre, pertanto è osservato con sospetto dalla società bene, ed è costretto a farsi largo a gomitate. E’ furbo, simpatico, ambizioso e arrampicatore quanto basta e disposto a parecchi compromessi, perciò riesce a farsi un nome come avvocato. Tuttavia ha anche stoffa, e, nonostante le apparenze, ha un rigido codice morale.

Perciò quando un amico d’infanzia gli chiede aiuto, lo difenderà da un’accusa di omicidio, anche se questo significherà mettersi contro tutti. Un melodramma oggi molto datato, sia nei temi che nel taglio dei personaggi, eppure è una storia di ambizione e romanticismo che ancora cattura, innegabilmente suggestiva. Non a caso il film dura più di due ore, perché la vicenda parte da un antefatto, prima ancora della nascita del protagonista, che poi si rivelerà importante in un momento cruciale della storia, e ha bisogno di tempo e spazio per dipanarsi in tutta la sua complessità.

È affascinante anche vedere come in queste pellicole degli anni ‘50 venissero trattati argomenti tabù quali l’omosessualità, di cui allora non si poteva parlare apertamente, e tuttavia, in casi come questo, erano essenziali per la storia. Il film inizia infatti con la prima notte di nozze della giovane Kate che scopre improvvisamente l’omosessualità del marito. Il matrimonio era stato combinato dalla madre per motivi sociali, ma la povera Kate non poteva certo prevedere quello che il marito le avrebbe rivelato. Da qui, la fuga per disperazione tra le braccia dell’ex fidanzato, che guarda caso la mette in cinta al primo colpo.

Salto temporale con dissolvenza, e troviamo il giovane frutto di quell’unica notte di passione a farsi strada come può in una società che non lo accetta di buon grado. E quando finalmente sembra essere riuscito a trovare il suo posto nel mondo, affermandosi per le sue reali capacità, rischia di perdere tutto per aiutare un amico d’infanzia. Il lieto fine è d’obbligo, ma ci sarà spazio per sudore e lacrime prima di arrivarci.

Sherman riesce a raccontare la storia di almeno due generazioni senza soluzione di continuità, senza forzature o sbavature. Il film inizia come una storia romantica, si evolve in un racconto di formazione con risvolti sociali, terminando poi come un dramma giudiziario, e Sherman riesce a tessere tutti i fili di questa trama complessa creando un insieme del tutto coerente che non appare mai frammentario. Il filo conduttore della narrazione è il personaggio del protagonista, la sua lotta per essere accettato, la sua ricerca continua del prestigio e dell’affermazione che a volte lo portano a scendere a compromessi.

Tony impara a sue spese che una certa spietatezza è necessaria per salire la scala sociale, e tuttavia riesce a mantenere un suo codice morale, che lo eleva al di sopra di tutti. Il capitolo finale in tribunale raccoglie poi tutte le complessità accumulate nella sua vita. Il ritmo si mantiene costantemente vivace, tanto che non annoia mai, a dispetto della notevole lunghezza.

L’intero cast trasforma il film in un lavoro superlativo: Newman in particolare si rivela particolarmente adatto al ruolo di un avvocato di buona qualità, ma con qualche macchia, ruolo che avrebbe ricoperto di nuovo, con risultati ancora migliori, molti anni dopo, ne Il verdetto. Accanto a lui c’è un’ampia rappresentanza di grandi dell’epoca, da Barbara Rush a Brian Keith, da Dianne Brewster a John Williams, ma sugli altri spiccano Alexis Smith che, pur in un piccolo ruolo, lascia un segno indelebile con la sua sensualità, e soprattutto Robert Vaughn, che ottenne la nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Il film tra l’altro fu nominato anche per la fotografia e per i costumi.

Incredibilmente quasi dimenticato, è un classico da riscoprire, convincente e coinvolgente, che può piacere anche a un pubblico moderno, se non altro come testimonianza di una società in cui il buon nome della famiglia aveva ancora un valore e doveva essere difeso a qualunque costo.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

20 pensieri riguardo “I segreti di Filadelfia (1959)”

      1. Mah, le antipatie a pelle esistono, così come le simpatie. A volte non c’è una ragione ma una persona ti piace subito, altre volte ti sta subito sulle balle, senza motivo. E con gli attori è ancora più facile.

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  1. Può essere interessante. Andrò a vedere se lo trovo.
    In questi giorni, a proposito di classici, su consiglio di un amico ho ripescato “La donna del ritratto” (F. Lang, 1944): concordo con l’amico, che lo giudica piuttosto moderno per l’epoca. Ne hai già parlato qui?

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