Deborah Kerr, la sensualità dell’eleganza

Il suo nome esatto era Deborah Jane Kerr-Trimmer. Nasce a Helensburgh (Glasgow) il 30 settembre 1921. Figura dal fascino sofisticato, basato su un elegante autocontrollo, ha recitato per lo più in drammi psicologici, ed è tra le poche ad aver formato con cura e dedizione la propria carriera artistica. Ritrosa a pubblicizzare la sua immagine, è stata, per questo, messa in ombra da altre sue più celebrate colleghe del periodo; ma le sue interpretazioni hanno ugualmente sempre riscosso notevole ammirazione, sia di pubblico, sia di critica. In pieno periodo aureo del cinema hollywoodiano è riuscita così a rappresentare il simbolo di un divismo sobrio e non invadente.

Dopo gli studi di balletto classico presso la scuola Sadler’s Wells Ballet, è sui palcoscenici di Londra a soli 17 anni. Qui la nota il regista Richard Atkins il quale, rimasto favorevolmente colpito dal suo talento, le offre un contratto quinquennale a partire dal 1939: il primo ruolo interessante che le viene affidato è nell’elegante commedia Il maggiore Barbara, del 1941. Nel 1947 in Narciso nero le affidano la parte della madre superiora di un convento sull’Himalaya, che la Kerr seppe interpretare calibrando con notevole sensibilità le forti emozioni e l’austero contegno imposto dalla veste, ottenendo così ampi consensi di critica.

I trafficanti

Lo stesso anno la Metro Goldwyn Mayer la chiamò per recitare, accanto a Clark Gable e Ava Gardner, ne I trafficanti di Jack Conway, film di successo in seguito al quale si trasferì a Hollywood e firmò un contratto di sette anni con la casa di produzione statunitense. Suo malgrado, nella prima metà degli anni ’50, è coinvolta in ruoli in costume per produzioni di genere storico-avventuroso, da lei sempre disprezzati. Tuttavia, la notorietà acquisita grazie a questi film, autentici pezzi forti al botteghino, le permette di ottenere notevole risonanza che le consente da subito d’intraprendere una luminosa carriera.

Quo vadis?

Ottiene il ruolo dell’eroina cristiana nel kolossal Quo Vadis (1951), film che la consacra star assoluta. La produzione scelse lei poiché, non potendo affidare un ruolo mistico ad altre attrici più note, optò verso un volto assolutamente non conosciuto dal grande pubblico. In quegli anni, pur conservando il suo stile raffinato e composto, ricoprì con professionalità una grande varietà di ruoli: sostituì anche Joan Crawford nella parte di Karen Dolmen, una moglie che si abbandona all’adulterio in Da qui all’eternità di Fred Zinnemann. Fu scelta perché, rispetto alla collega, in costume, nella famosa scena della spiaggia, appare più sexy e provocante.

Da qui all’eternità

Per averla al suo fianco, nel 1956, Yul Brynner in persona scarta Maureen O’Hara, scelta dai produttori e dal regista come sua partner ne Il re e io. Accanto a Cary Grant, nel 1957, recita nel romantico Un amore splendido di Leo McCarey, nel quale emerge, pienamente caratterizzata, la sua immagine cinematografica di donna discreta e riservata, ma capace di forti passioni. Di nuovo accanto a Cary Grant offrirà poi una spiritosa interpretazione, nel 1960, nella divertente commedia di Stanley Donen L’erba del vicino è sempre più verde.

L’anima e la carne

Sempre nel 1957 l’attrice è impegnata in L’anima e la carne, di John Huston, in cui interpreta una suora che vive in una missione su un’isola semideserta, alle prese con un marine approdato sull’isola, interpretato da Robert Mitchum: la convivenza forzata la porta a esasperare il proprio tormento interiore, tra la vocazione religiosa e le pulsioni passionali. Interpreta ancora personaggi tormentati in Buongiorno tristezza e Tavole separate, entrambi del 1958, poi sempre più complessi e oscuri ne Il dubbio e Suspense del 1961.

Torna alla commedia, dopo 8 anni, con Prudenza e la pillola, e l’anno dopo ne I temerari, suo penultimo film, compare completamente nuda in una scena. Fu accettata dal pubblico, ma la situazione la fece riflettere; lasciò praticamente il cinema, per dedicarsi soltanto alla televisione e al teatro. Tornò sul grande schermo solo 17 anni dopo con Il giardino indiano, in cui ha reso con la consueta, toccante sensibilità il personaggio di una vedova nostalgica della sua vita matrimoniale nella colonia.

Detiene un record singolare: fino a poco tempo fa era l’attrice ad aver ricevuto più nomination all’Oscar, ben 6, senza mai vincerlo, ad eccezione di quello onorario ricevuto del 1994. Strana coincidenza, l’Oscar le fu consegnato da Glenn Close, che ad oggi l’ha battuta nel suo triste primato: candidata ben 8 volte, senza vincerne neanche uno, almeno per ora. Per l’occasione l’attrice fu omaggiata dalla più lunga standing ovation mai ottenuta prima da un artista vincitore dell’Oscar alla carriera. Fu la sua ultima apparizione in pubblico.

Muore nel 2007 a 86 anni, debilitata dal morbo di Parkinson.
Per una strana coincidenza, alla sua morte seguirono quelle del secondo marito Peter Viertel e del loro biografo Eric Braun. Tutti e tre i decessi avvennero nello stretto giro di un mese e tutti e tre avevano 86 anni.

«Non mi piace essere me stessa, non sono brava.
Ecco perché amo tanto recitare»


FONTI: cinekolossal – Treccani, Enciclopedia del cinema

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

9 pensieri riguardo “Deborah Kerr, la sensualità dell’eleganza”

    1. Il blog per ora va bene, ho aggiornato Firefox e sembra che vada. Non so dove si possano trovare i film più vecchi, penso solo in streaming, altrimenti bisognerebbe beccare il passaggio su qualche canale del digitale terrestre…

      Piace a 1 persona

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