Braveheart (1995)

Con il suo secondo lavoro di regia, Mel Gibson dimostra un vero talento per il grande cinema. Mentre il suo debutto, L’uomo senza volto, aveva messo in risalto la sua sensibilità per il dramma psicologico e introspettivo, e la sua capacità di disegnare in profondità la psicologia dei personaggi, Braveheart mostra la sua sbalorditiva capacità di cogliere l’anima del passato, e di realizzare uno spettacolo di grande respiro. La storia del film è in realtà molto semplice, forse per questo Gibson la colora e la arricchisce un po’ di particolari molto cinematografici e ben poco storici.

Il re d’Inghilterra Edoardo I vuole governare la Scozia, nominalmente un regno indipendente, e invia il suo esercito per conquistare i territori e opprimere gli scozzesi. William Wallace guida una ribellione e riesce a infliggere una schiacciante sconfitta agli inglesi a Stirling Bridge. Fin qui i dati storicamente appurati. Poiché non si sa molto della vita di Wallace, tutto il resto è romanzato, come spesso accade a Hollywood, anzi, si può dire che è inventato di sana pianta. Ne è un esempio la figura della graziosa principessa francese Isabelle, interpretata da Sophie Marceau, che sarebbe la moglie dell’erede inglese, Edoardo Principe di Galles, e viene inviata a nord dal suocero per negoziare con Wallace: nel film prende molto sul serio la missione, visto che finisce per negoziare tra le lenzuola, facendo anche intuire che il futuro erede sarà figlio proprio del nemico scozzese.

Tutto questo non solo è del tutto incredibile visti i costumi del tempo, ma storicamente inesatto, dato che la vera Isabelle non aveva ancora sposato il principe di Galles se non quando Wallace era ormai morto da tempo. Isabelle, nella realtà storica, è conosciuta come la Lupa di Francia, donna molto intelligente e abile diplomatica. Effettivamente spodestò il consorte gay con l’aiuto del suo amante, che non era però Wallace, e regnò al suo posto come reggente del figlio Edoardo III. Pare anche che successivamente abbia pure fatto uccidere il marito, ma non è sicuro, e francamente qui non ci interessa. Siamo abituati a film che rivoltano la storia e la piegano a loro piacimento, e in fondo possiamo anche accettarlo, se il film non si spaccia per una biografia.

Braveheart non lo è di sicuro, è un kolossal, e come tale gli si chiede di essere spettacolare, non storicamente preciso. Nella pellicola di Gibson l’intento è chiaramente quello di celebrare l’eroe scozzese, il suo coraggio e il valore con cui ha difeso la libertà della Scozia e ha guidato il popolo alla ribellione. Se la ricostruzione storica dei fatti non è proprio aderente alla realtà, non si può però accusare Gibson di aver edulcorato l’ambiente in cui si muovono i suoi personaggi.

Quando ritrae il medioevo, il regista non strizza l’occhio al grande pubblico. Il mondo di Braveheart è violento, sanguinoso e disadorno. E’ un medioevo oscuro e triste, in cui anche i sovrani vivono in case di pietra, dove non c’è spazio per sfarzi di nessun tipo. E così anche il suo protagonista: William Wallace non è un eroe di Hollywood politicamente corretto. Le sue azioni inizialmente non hanno nulla a che fare con la liberazione della popolazione scozzese oppressa: Wallace combatte per vendicare l’uccisione della moglie e di conseguenza agisce con impeto e rabbia irrazionale. Solo successivamente Gibson ne descrive la presa di coscienza e la lenta metamorfosi in uno stratega intelligente ed equilibrato.

Così Wallace si trasforma da vendicatore rabbioso a combattente per un ideale di libertà e, alla fine, diventa un martire di proporzioni quasi messianiche. Ma il realismo è presente soprattutto nelle scene di guerra, ed è il motivo principale del grande successo di Braveheart. Le scene di combattimento sono caratterizzate da un incredibile dinamismo, il loro ritmo trascina lo spettatore direttamente nella mischia senza però far perdere le tracce dei singoli personaggi. Gibson ha stabilito uno standard altissimo, con cui i film successivi, come King Arthur o Troy, dovranno competere, senza peraltro riuscire ad eguagliarlo.

Con grandissimo talento visivo, Gibson ci mostra tutta la violenza degli scontri medievali, la brutalità di corpi fatti a pezzi e trafitti senza pietà, e tuttavia non indugia in inutili spargimenti di sangue, per il puro gusto di tingere di rosso il campo di battaglia. Notevole anche la colonna sonora che è annoverabile tra le musiche epiche per eccellenza, e la fotografia sontuosa che esalta gli sconfinati paesaggi scozzesi.

Il cast è all’altezza della storia: Gibson tiene per sé il ruolo dell’eroe, facendo del suo meglio, la Marceau è indiscutibilmente francese e bella a sufficienza da far dimenticare l’assurdità del suo ruolo, ma la scena viene rubata da McGoohan, che interpreta il vecchio re ambizioso e malvagio, duro anche con il suo stesso figlio. Se dimentichiamo la parentesi sentimentale, che stravolge completamente la verità storica, e le tante inesattezze, Braveheart rimane soprattutto un racconto di guerra, un film epico che racconta con tono favolistico e leggendario la storia della ribellione di un intero popolo alle ingiustizie e alle prepotenze dei potenti. Con un po’ di retorica, forse, e una bella confezione pronta per l’Oscar.

Complimenti a GianniD del blog taqamkuk, Alessandro Gianesini ovvero loscribacchinodelweb, Francesca di faminore, e Austin Dove di austindoveblog che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

18 pensieri riguardo “Braveheart (1995)”

  1. Quando facevo la guida turistica in Scozia avevo l’ingrato compito di smontare questo film (dal punto di vista storico) quasi in ogni tour. Però, come hai ben colto, va apprezzato nei suoi punti di forza, nella sua epicità o nella capacità di ritrarre l’evoluzione della figura di Wallace. Il fatto che tutti i turisti arrivassero lassù già entusiasti di storia scozzese, mi facilitava non poco il lavoro 🙂

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  2. Ottima recensione! In effetti la storia con questo film non c’entra niente, ma Gibson alla regia dimostrò un vero talento (aveva imparato molto dal suo amico George Miller)! Per me la prima parte del film regge ancora, poi si perde… E l’inaccuratezza storica si fa anche un po’ urticante.

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