A quiet place (2018)

Chi mi segue da un po’, sa che non ho una particolare predilezione per l’horror, soprattutto se splatter. Quello che invece mi piace è l’horror psicologico, il film di atmosfera, in cui il mostro c’è, ma non si vede, se ne avverte solo la presenza inquietante. In questo film i mostri, che poi sono invasori alieni, sono estremamente spietati e inquietanti, anche se quasi non si vedono. La loro presenza è una minaccia costante per tutto il film e lo spettatore ne avverte il terrore negli occhi dei protagonisti.

Dopo un primo momento di sconcerto, capiamo che il nemico ha un punto debole: non ci vede. Facile dunque sfuggirgli, viene da pensare. Invece no, perché in compenso ci sente benissimo. Quindi l’unico modo per sopravvivere è non fare alcun rumore, perché al minimo bisbiglio i mostri sono pronti ad attaccare e non sbagliano mai il bersaglio.
Travolto da un’orda di mostri famelici, il mondo è precipitato in un caos ironicamente silenzioso.

Siamo dunque in un futuro distopico, in cui una famiglia composta da padre, madre e tre figli, cerca di sopravvivere quotidianamente a creature spietate che attaccano al minimo rumore. Per fare fronte alla nuova situazione ci si deve arrangiare: si comunica col linguaggio dei segni, si costruisce uno scantinato insonorizzato dove poter vivere una qualche normalità e dove la moglie, incinta, potrà partorire e proteggere il neonato, a cui ovviamente non si può imporre il silenzio. E si difende la casa con allarmi luminosi, che possano avvertire chi è fuori, di eventuali pericoli.

Nel frattempo purtroppo si perde qualcuno per strada, e non si può nemmeno piangerne la morte, perché anche il dolore va soffocato nel silenzio. Il padre cerca di insegnare ai figli come sopravvivere, mostrando ad esempio che lo scorrere dell’acqua può mascherare i suoni. E intanto cerca di migliorare l’apparecchio acustico della figlia sorda, per aumentarne la sensibilità uditiva. Non otterrà grandi risultati, ma i suoi esperimenti serviranno all’altro figlio per sconfiggere il nemico e difendere la famiglia.

Pur senza reinventare il genere, A quiet place si dimostra formidabilmente efficace. Costantemente in bilico tra silenzio e terrore, mette continuamente alla prova i nervi dello spettatore; la tensione è palpabile e risulta aumentata dai rari momenti di relativa tranquillità. I mostri, che non si vedono quasi mai, quando appaiono, si presentano allo spettatore come estremamente feroci e, nel silenzio innaturale che regna sulla pellicola, l’attesa spaventa ancor più della loro rivelazione. Un film a carattere familiare, non solo perché unica protagonista, a tutti gli effetti, è la famiglia Abbott, ma perché John Krasinski, regista, sceneggiatore e produttore del film, ne è anche l’interprete principale a fianco di Emily Blunt, sua moglie anche nella vita.

Krasinski ha detto di essere rimasto affascinato dalla storia firmata da Bryan Woods e Scott Beck, quando insieme alla moglie, aveva appena avuto la loro seconda figlia. Già è difficile saper proteggere al meglio la propria famiglia nel mondo “normale”, il fatto di immaginarsi di doverlo fare in condizioni estreme, con la morte in agguato, ha subito stimolato la sua fantasia. A quiet place non è soltanto un pregevole horror fantascientifico, avvincente e ben confezionato, ma è anche un’arguta metafora sul ruolo difficile e talvolta ingrato del genitore, impegnato a proteggere i figli, ma anche a insegnargli come sopravvivere da soli, in caso di difficoltà.

Perché, si sa, i genitori non vivono per sempre, a maggior ragione in un mondo popolato da creature tanto misteriose quanto fatali. Nonostante il film non punti certo sulla sceneggiatura né sui dialoghi, il ritmo si mantiene costante, senza tempi morti e con la giusta dose di colpi di scena, sempre al momento giusto e mai fini a se stessi. Non c’è la ricerca di un effetto sorpresa a tutti i costi, ma un giusto equilibrio tra momenti di puro terrore e altri di riflessione. Il punto di forza della pellicola, oltre all’originalità della storia, è l’elaborazione degli effetti sonori, che riduce al minimo l’accompagnamento musicale, per immergere lo spettatore in fasi di assoluto silenzio.

Per creare tensione, o per permettere allo spettatore di mettersi nei panni della ragazzina sorda, il film utilizza abilmente la completa assenza di effetti sonori, creando un silenzio assordante, più stressante e spaventoso di qualsiasi altro suono. Altro punto di forza è l’intensità della recitazione dell’intera famiglia, a partire da Millicent Simmonds, l’attrice non udente che interpreta la figlia, per arrivare a Emily Blunt, che non tradisce le aspettative, come anche il giovanissimo Noah Jupe: tutto il gruppo familiare funziona perfettamente e la loro sintonia è tanto più essenziale di fronte a dialoghi quasi inesistenti, dove solo i gesti e gli sguardi rivelano le emozioni.

Lo spettatore non può non affezionarsi a questa famiglia e tremare con lei, tanto che forse il film avrebbe dovuto essere più lungo, per esplorare più in profondità le relazioni familiari e la psicologia dei vari membri. E anche il finale delude un po’, perché lascia tutto sospeso in attesa del sequel, che sarebbe dovuto uscire l’anno scorso, ma a causa della pandemia, è stato rinviato più volte; ora pare che debba uscire a giorni, così finalmente scopriremo anche come tutto è iniziato, perché il seguito è anche un po’ prequel. Perciò se volete sapere cosa succederà alla famiglia Abbott, cominciate intanto col vedere il primo film, e sperate che i cinema non chiudano di nuovo.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

25 pensieri riguardo “A quiet place (2018)”

  1. Non male l’idea del silenzio: di solito è un elemento sottovalutato e, come abbiamo avuto modo di appurare nella vita reale durante il lockdown di un anno fa, è un fattore davvero inquietante, in alcuni casi.

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    1. Ipotesi A. Sono una particolare specie di pipistrelli, non ci vedono ma hanno un senso dell’udito incredibilmente sviluppato che li rende capaci di distinguere le minime differenze fra le frequenze sonore, così come noi sappiamo apprezzare quelle fra le frequenze luminose; la loro tecnologia si fonda su tale peculiare abilità ed è questo il motivo per cui è molto più avanzata della nostra.

      Ipotesi B. Quando sono arrivati sulla Terra vedevano, sono diventati ciechi a causa della loro dieta a base di umani.

      Ipotesi C, detta “del Vaticano”. L’invasione è stata attuata esclusivamente da soldati maschi della loro specie, che sono diventati ciechi a seguito di reiterate pratiche onanistiche.

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      1. Mi piace la seconda. Anzi proporrei di fare una pubblicità intergalattica a tappeto, diffondendo il messaggio che mangiare umani fa diventare ciechi. Si sa mai…

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      2. Non credo che potremmo darla a bere tanto facilmente, nell’universo si sa benissimo che sul nostro pianeta l’homo sapiens non è affatto al vertice della piramide alimentare.

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  2. Bella recensione, si nota come ti sia piaciuto parecchio il film! Personalmente non mi ha convinto del tutto, la premessa è talmente forte che la trama a tratti risulta un po’ forzata, però certamente è un film da vedere!

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  3. Questo film non era male anche se il genere horror psicologico non è il mio preferito ( propendo più per l’ horror splatter ma “comico” di Shawn of the dead ) Parlando di film dalla minaccia nascosta…che ne hai pensato di Signs? Ne hai mai parlato nel tuo blog?

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    1. Non mi sembra di averne parlato… Mi hai dato un’idea. A me è piaciuto molto, più per le implicazioni di Shyamalan (che adoro) che per la trama fantascientifica.

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