Testimone d’accusa (1957)

Tratto da un racconto di Agatha Christie, a mio modesto avviso è uno dei migliori gialli che si siano mai visti al cinema e la stessa autrice britannica ripeteva che questo film era la migliore trasposizione cinematografica di un suo lavoro. L’intreccio è sicuramente sottile e intelligente come solo la regina del giallo sapeva fare, ma il film lo fa diventare un capolavoro, mescolando abilmente la trama noir con quella ironia british tanto cara alla Christie, che qui è sapientemente dosata dalla sceneggiatura perfetta, opera dello stesso Wilder, che firma anche la regia.

Un illustre penalista, convalescente da un infarto, dovrebbe stare a riposo assoluto, su consiglio del medico. Non ne ha però nessuna intenzione, soprattutto quando gli capita il caso interessante di una difesa quasi impossibile. Un uomo è accusato di aver ucciso una ricca vedova di cui era l’amante e che lo ha nominato erede delle sue sostanze; l’unica che può salvarlo è la moglie che può fornirgli un alibi, testimoniando che all’ora del delitto si trovava con lei.

Ma le cose si complicano quando in tribunale la donna cambia completamente la propria versione, accusando l’uomo di essere rientrato a casa più tardi e con i vestiti sporchi di sangue. Spiazzato dall’incomprensibile comportamento della donna, che si è sempre mostrata innamorata del marito e più che disposta ad aiutarlo, l’avvocato dovrà cambiare la propria linea di difesa. Non mancheranno altri colpi di scena, che ribalteranno completamente la vicenda e riveleranno aspetti nuovi e del tutto inattesi della strana coppia di protagonisti, fino alla sorpresa finale con un finale aperto che profuma di giustizia.

Raramente si è visto un cast così perfetto e di così alto valore: su tutti giganteggia Charles Laughton, nel ruolo dell’incontenibile avvocato, astuto e intelligente nel suo lavoro, quanto impossibile da gestire come paziente; accanto a lui Elsa Lanchester, che nella vita era la moglie di Laughton, e qui interpreta la petulante e insopportabile infermiera incaricata di sorvegliare l’avvocato durante la convalescenza. Irresistibili i loro duetti, caratterizzati dall’inconfondibile talento umoristico di Wilder. Riescono a conferire al film quella vena comica del tutto inaspettata in un film di tipo processuale, ma tipica dei film di Wilder, che riusciva sempre a creare anche in un dramma, la sfumatura divertente, in modo garbato. Entrambi candidati all’Oscar e al Golden Globe, la Lanchester portò a casa quest’ultimo.

Nessun premio invece per la Dietrich, nei panni dell’ambigua moglie del protagonista, nonostante si possa annoverare questa tra le sue migliori interpretazioni drammatiche. All’epoca furono prese in considerazione altre attrici prima di lei, forse più adatte al ruolo della moglie tradita; ma una volta che Wilder si fu assicurato la sua partecipazione, la sfruttò a pieno: solo per mostrare interamente le sue bellissime gambe, fu scritta e girata appositamente una scena che costò da sola 90.000 dollari.

Nei panni del fedifrago marito, Tyrone Power interpreta per la prima volta nella sua carriera un personaggio ambiguo e falso, negativo e a tratti disgustoso, soprattutto nel finale, incapace di salvarsi con le proprie mani e costretto a ricorrere all’aiuto di una donna. La vigliaccheria e l’irriconoscenza che dimostra rendono il finale un atto di giustizia, come ben sottolinea l’avvocato. Power inizialmente sembra quasi sovrastato dalla presenza di grossi calibri come Laughton e la Dietrich, ma poi, man mano che il film procede, riesce a trovare i suoi spazi e fornisce una buona interpretazione, che diventerà, di lì a poco, l’ultima della sua carriera.

Wilder non rinuncia a uno dei suoi cavalli di battaglia, cioè l’uso del racconto indiretto tramite flashback, che si inserisce come sempre in maniera fluida nella narrazione, mantenendo un’eleganza superba e una messinscena raffinata e impeccabile. Nel complesso il film è una pellicola della Hollywood classica, arricchita da dialoghi pieni di sfumature, con inquadrature statiche e scene molto lunghe, di stampo teatrale, l’ideale per attori di così grande livello, liberi di esprimere tutta la loro espressività; il loro affiatamento, unito alla vivacità dei dialoghi, mantiene alta l’attenzione fino alla fine, dando vita a un giallo ancora oggi straordinariamente moderno e godibilissimo.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

16 pensieri riguardo “Testimone d’accusa (1957)”

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