Mezzogiorno di fuoco (1952)

È quasi incredibile che un film considerato un classico del cinema hollywoodiano ed entrato a ragione tra i capolavori del genere western, presenti in realtà tutta una serie di elementi che si discostano decisamente dagli stereotipi della categoria. John Wayne, a cui per primo era stato offerto il ruolo dello sceriffo Kane, non solo lo rifiutò, ma in seguito affermò che Mezzogiorno di fuoco era il film più antiamericano che avesse mai visto.

La storia trae origine dal racconto The Tin Star di John W. Cunningham, e Carl Foreman si fece carico di ricavarne la sceneggiatura del film. Siamo in una classica cittadina del west dove lo sceriffo, proprio nel giorno delle sue nozze, viene informato che un criminale da lui arrestato tempo prima, è stato rilasciato e sta arrivando col treno di mezzogiorno con l’intenzione di vendicarsi.

Mentre la giovane moglie, quacchera e quindi contraria alla violenza, gli suggerisce di fuggire, Kane decide di restare e cerca di radunare alcuni volontari che siano disposti ad aiutarlo. Tutti, a cominciare dal vice sceriffo, lo abbandoneranno per i più svariati motivi, principalmente per vigliaccheria ma anche per opportunismo, tanto che troverà solo un ragazzo e un ubriacone disposti ad aiutarlo. La moglie, inizialmente intenzionata ad andarsene e a lasciarlo solo, cambierà idea e alla fine sarà proprio lei a salvargli la vita. Risolta la questione ed eliminato il problema, Kane verrà acclamato dai concittadini, ma rifiuterà con disprezzo la stella di sceriffo, lasciando la città insieme alla sua donna.

Si immagina facilmente come John Wayne possa essere inorridito di fronte all’idea di un eroe del west salvato da una donna, per di più dolcissima e non avvezza all’uso delle armi. Inoltre l’atmosfera del film, quasi immobile e scandita dal ticchettio sempre uguale dell’orologio, è tutto il contrario del ritmo avventuroso che solitamente caratterizza le storie del vecchio west. Per non parlare dell’eroe buono dagli occhi azzurri che passa metà del film a elemosinare aiuto, di fronte a una comunità che gli volta le spalle o gli è, al massimo, indifferente. Ma l’elemento più innovativo e straordinario di questo film è il suo svolgersi nel tempo reale della narrazione: l’esito di tutta la vicenda, la sorte non solo dello sceriffo ma in fondo di tutto il paese, dipende dall’arrivo del treno di mezzogiorno, e lo spettatore è coinvolto nell’attesa, durante tutta la durata del film, dall’immagine dell’orologio che scandisce il passare dei minuti. Poco più di 80, tanto dura il film, in cui la tensione cresce minuto dopo minuto, e l’eroe sembra ad ogni attimo sempre più solo.

Al di là della metafora anti maccartista, dell’uomo giusto lasciato solo contro tutti a lottare per i suoi ideali, quello che rende il film un capolavoro è la raffinatezza di Zinnemann, le sue bellissime inquadrature sugli attori, e certe scelte geniali nel costruire la suspense. I giochi di sguardi, il fischio del treno, l’inquadratura dei binari, tutto montato alla perfezione da Williams e Gerstad che ottennero un Oscar più che meritato.

Perfetta la caratterizzazione di ciascun personaggio, persino del terribile Frank Miller, il fuorilegge tanto temuto, che nonostante appaia solo alla fine, aleggia su tutta la pellicola, quasi come l’incarnazione del male. Il ritmo è quello del cinema d’autore, elegante, non troppo lento, ma neppure veloce, che dà modo di assaporare ogni scena nei particolari. Nel finale poi, in quel duello tanto atteso e temuto, si trattiene letteralmente il fiato. La fotografia è grandiosa, splendida nei toni grigi del bianco e nero, volgarizzata successivamente da un’inutile colorizzazione. La bellissima colonna sonora di Dimitri Tiomkin, che gli valse l’Oscar, accompagna ogni scena, aumentando la tensione dove necessario, con un ritmo martellante che riproduce il ticchettio dell’orologio.

Oscar anche per Cooper, che dà prova di estrema misura nel rappresentare uno sceriffo stanco e rassegnato, e tuttavia ancora sostenuto dal coraggio e dalla certezza di essere nel giusto: un’interpretazione sobria ed equilibrata, mai sopra le righe, eppure molto intensa.
Sulla scelta come protagonista di Cooper, cresciuto nel Montana e già interprete acclamato di ruoli da eroe, non ci fu nulla da dire, mentre qualche polemica suscitò la scelta di Grace Kelly, qui alla prima apparizione importante, nel ruolo della moglie: il problema non è tanto affiancare il duro cowboy all’ingenua fanciulla che risplende di dolcezza e castità, anzi, in questo senso i due si completano perfettamente; più difficile accettare il divario anagrafico tra i due. Grace infatti aveva solo 22 anni all’epoca, contro i 51 di Cooper, troppo giovane per essere credibile come sposina di uno sceriffo prossimo alla pensione. Tuttavia Zinnemann insistette su questa coppia, che alla fine si rivelò azzeccata come tutto il resto del cast.

Antitesi della giovane sposa, la messicana Katy Jurado ha il ruolo della donna vissuta, ex amante dello sceriffo, classica immagine sensuale, tipica di un film western. Per quanto la moglie è bionda, pura e innocente, per quanto l’ex amante è bruna, impudente e passionale. Paradossalmente, sarà lei a convincere la moglie a rimanere a fianco del suo uomo, mentre lei, al momento della verità, lo abbandonerà come tutti gli altri. Da segnalare anche l’esordio sullo schermo di Lee Van Cleef, che aprirà la strada ad una lunga carriera di villain.

Questa pellicola, così innovativa nel panorama del genere western, non solo è diventata nel tempo un classico intramontabile, ma ha fatto scuola per tanti film che sono venuti in seguito, da Quel treno per Yuma del 1957 a C’era una volta il West di Sergio Leone, fino a Il cavaliere pallido di Clint Eastwood. E’ diventato un classico la sequenza iniziale o finale con l’inquadratura della ferrovia, come anche la figura del cavaliere coraggioso che lotta da solo contro i prepotenti e terminata la sua missione si eclissa cavalcando verso il tramonto.

A vederlo oggi, a distanza di quasi 70 anni, il film di Zinnemann rimane un capolavoro di regia classica, suspense e interpretazione, un film datato che è estremamente moderno per come riesce a rendere avvincente il suo ritmo, e sempre attuale nella morale, perché di fronte alle grandi responsabilità della vita, nei momenti più difficili, ci ritroviamo tutti soli, proprio come lo sceriffo Kane.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

21 pensieri riguardo “Mezzogiorno di fuoco (1952)”

  1. Davvero innovativo come film! Splendida analisi, complimenti! Non sapevo del giudizio di John Wayne, ora che lo so apprezzo ancora di più High Noon, che inizialmente mi colpì per la scelta di fare la storia in tempo reale, ma poi mi conquistò grazie ai suoi mille elementi di interesse che hai giustamente sviscerato nel tuo post!

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