Capitan Newman (1963)

Quattro anni dopo Operazione sottoveste, Tony Curtis riprende il personaggio del militare “creativo”, che riesce a risolvere le situazioni più difficili aggirando le regole e la burocrazia, e facendosi spesso beffe dei superiori. Questa volta non siamo a bordo di un sommergibile, ma nel reparto psichiatrico di un ospedale militare, dove vengono ricoverati soldati affetti da vari tipi di nevrosi, conseguenze della guerra.

Qui opera uno staff composto da medici e infermieri, diretti dal capitano Newman, un valente psichiatra, interpretato da Gregory Peck, che dirige il reparto con rigore professionale, ma senza mai perdere di vista la propria umanità. Tra il personale che lo assiste si distinguono il caporale Leibowitz, che ha tutta la simpatia e la bonaria faccia tosta di Tony Curtis, e l’infermiera Francie, che indossa la divisa con il fascino e l’eleganza di Angie Dickinson, e inserisce un pizzico di romanticismo in una storia di guerra e di follia.

Nel reparto dell’ospedale militare arrivano quotidianamente nuovi pazienti, sconvolti dagli orrori della guerra, e lo psichiatra ha sei settimane di tempo per curarli: se ci riesce, li rende nuovamente abili al combattimento, e quindi li rispedisce al fronte a scontrarsi ancora con gli orrori da cui sono fuggiti; se invece non riesce a recuperarli, deve indirizzarli presso altre strutture, ovvero il manicomio. La scelta che si pone al medico è quindi drammatica, e questo non facilita il suo compito. A questo si aggiunge che la malattia psichiatrica non è vista di buon occhio dalle gerarchie militari, e l’ospedale ha risorse insufficienti per fornire le cure necessarie ai pazienti ricoverati, per cui il capitano si vede costretto a ricorrere all’aiuto del suo staff, Leibowitz in testa, che cerca di sopperire alle necessità con qualche fantasioso sotterfugio.

Il film si concentra in particolare su tre casi clinici, particolarmente dolorosi: il colonnello Bliss, che si è completamente dissociato da se stesso e finirà per cercare scampo nel suicidio, il capitano Wiston, divenuto catatonico dopo essere rimasto chiuso più di un anno in una cantina, per sfuggire ai Nazisti, e il caporale Tompkins, gravemente traumatizzato dopo che il suo aereo è stato abbattuto.

Siamo però molto lontani dai toni leggeri e spensierati di Operazione sottoveste, dove la guerra faceva da sfondo goliardico. Qui la guerra è drammaticamente presente come un fantasma che aleggia su tutta la vicenda, con il ricordo doloroso di un passato che si vorrebbe dimenticare, il tormento di un presente penoso da sopportare e l’angoscia di un futuro sconosciuto e ben poco allettante.

Tuttavia il film non è cupo, perché alterna abilmente momenti di alta drammaticità a scene dai toni comici, quasi tutte imperniate sul brillante contributo di Tony Curtis; i momenti in cui appare sullo schermo non sono certo quelli più salienti della vicenda, ma costituiscono un piacevole sollievo, finalizzato ad allentare la tensione, intervallandosi agli episodi più dolorosi.

Pur trattando un argomento molto ostico, il registro del film è perennemente indeciso tra il dramma aperto e la commedia, una specie di M.A.S.H ante litteram, ma senza la classe di Altman. Non perché Miller sia meno capace come regista, ma perché il film era troppo in anticipo sui tempi.

Anticipa l’ironia scanzonata di M.A.S.H, ma anticipa anche la dolorosa presa di coscienza antimilitarista di film come Il cacciatore o Full Metal Jacket, che arriveranno molto più avanti. E precorre anche la malattia psichiatrica, che oggi conosciamo come stress post-traumatico, che allora non era ancora stata definita.  

Pur contando su un ottimo cast, che include anche i comprimari, da Eddie Albert a Robert Duvall, passando per Bobby Darin in veste drammatica, il film non è sicuramente un capolavoro, ma rimane un buon prodotto, figlio del suo tempo e coraggioso precursore di quel rigetto, nei confronti della guerra e della sua assurdità, che gli Americani avrebbero scoperto dopo la dolorosa esperienza del Vietnam.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

3 pensieri riguardo “Capitan Newman (1963)”

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