Il momento di uccidere (1996)

Emozionante legal movie tratto dall’ennesimo capolavoro di Grisham e uno dei film più belli che abbia mai visto sul tema della giustizia e del razzismo. La storia è chiaramente improntata ad un rigido manicheismo, per cui da una parte ci sono i buoni, che rasentano la santità, fino all’estremo sacrificio in nome dei propri princìpi, dall’altra ci sono i cattivi, minacciosi, violenti, e disgustosamente vigliacchi.

Mancano, dunque, le sfumature in questo film di Joel Schumacher, come del resto mancavano nel romanzo omonimo. E questo potrebbe far peccare la vicenda di scarso realismo. Ma considerando che la storia è ambientata negli anni ’80, nel profondo sud degli Stati Uniti, in quell’America razzista in cui ancora aleggiava l’ombra del Ku Klux Klan, i cui rigurgiti sembrano non essere ancora del tutto scomparsi dopo più di quarant’anni, direi che il quadro presentato dal regista è quanto mai vicino alla realtà.

In una piccola cittadina del Mississippi due balordi bianchi rapiscono e stuprano una bambina di colore, dopo averla legata e presa a sassate. La bimba sopravvive, ma rimane irrimediabilmente compromessa nel fisico, oltre che umiliata e ferita psicologicamente. Quando il padre si rende conto che non potrà avere giustizia, e che i due balordi la faranno franca in quanto bianchi, imbraccia il fucile e li ammazza senza pensarci due volte.

Ne segue un processo che dividerà l’intero paese, e metterà a dura prova anche l’avvocato (bianco) che difende l’accusato. Sarà uno scontro senza esclusione di colpi, che coinvolgerà chiunque prenda le difese dell’imputato a qualunque titolo, travolgendo la famiglia, gli amici e i collaboratori dell’avvocato al punto da fargli mettere in discussione tutte le sue certezze.

Il film coinvolge profondamente, ponendo alla coscienza dello spettatore una serie di quesiti etici di non facile soluzione, ma la domanda fondamentale è se sia ammissibile farsi giustizia da sé. La risposta più ovvia sarebbe negativa, ma il film ci porta inevitabilmente ad un’altra conclusione. Pericolosa, certo, ma dannatamente umana. Perché alla fine del processo, il cui risultato appare incerto fino all’ultimo, e dopo un’arringa difensiva da far tremare i polsi, si avrà la sensazione liberatoria che giustizia sia stata fatta.

Il nucleo centrale del processo, che procede con alti e bassi fino alla fine, come succede sempre ad Hollywood, è l’arringa finale del difensore, in cui l’avvocato si assume il non facile compito di far ragionare con mentalità “da neri”, una giuria composta solo da bianchi. Ci riesce in una scena emozionante, in cui la narrazione cruda ed esplicita dei fatti diventa quasi una fotografia, davanti agli occhi chiusi della giuria, che riuscirà a mettersi nei panni dell’imputato. E la chiave di tutto saranno proprio quegli occhi che l’avvocato chiede alla giuria di chiudere, per poter immaginare di essere al suo posto.

Occhi chiusi, dunque, per vedere quello che il razzismo e il pregiudizio non ci permettono di vedere a occhi aperti. Forse sarebbe un esperimento interessante che dovremmo fare tutti, per capire meglio certe realtà.

Il momento di uccidere non è sicuramente un film dai toni sfumati o basato su ragionamenti inappuntabili. Al contrario, il regista sposa una tesi molto controversa, e lo fa con una passione molto simile alla rabbia del protagonista. Come il personaggio interpretato da Samuel Jackson contrappone alla “legalità” ingiusta, la sua illegale giustizia privata, così Schumacher porta avanti la causa dei buoni, in nome di una giustizia superiore, che vuol riparare ad un torto con un altro torto.

Ma sarebbe sbagliato vedere in questo film un’esaltazione della giustizia privata. C’è invece una celebrazione della giustizia in senso lato, come suprema riparazione di un torto ingiusto, laddove la legalità non fa il suo dovere. Qua e là si pecca forse di eccessiva enfasi e facile retorica, ma la guerra di Grisham contro il razzismo e l’ingiustizia giustifica i mezzi.

Uno dei migliori legal thriller degli ultimi anni, sostenuto dall’ottima recitazione dei protagonisti, tutti meravigliosamente in parte: dalla Bullock, che interpreta una giovane avvocatessa alle prime armi, deliziosamente ingenua e idealista, ad un sempre signorile Donald Sutherland, nella parte di un avvocato esperto ma con problemi di alcool; dal giovane Kiefer Sutherland, qui nell’ennesimo ruolo da cattivo che più cattivo non si può, fino a Samuel Jackson, padre disperato e umiliato per cui è impossibile non parteggiare.

Il procuratore che sostiene l’accusa è un arrogante e presuntuoso Kevin Spacey, mai così antipatico, ma su tutti spicca un McConaughey in stato di grazia, sempre più simile, nel fisico come nella recitazione, al Paul Newman degli anni d’oro: si dice che la scena della sua arringa finale sia stata girata tutta d’un fiato, per non interromperne il ritmo, e che, alla fine, tutta la troupe sia scoppiata in un fragoroso applauso. Meritatissimo.

SPUNTI DI CINEMA: Legal movies: brividi in tribunale

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

27 pensieri riguardo “Il momento di uccidere (1996)”

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