Funny Games (2007)

Premetto che non è possibile parlare di questo film senza svelarne almeno in parte la trama. Perciò cercherò di non scendere troppo nei particolari, ma se dovete ancora vederlo e non amate gli spoiler è meglio che non continuiate la lettura. Vi dico solo, perché sappiate di cosa si tratta, che è stato definito l’ Arancia meccanica del 2000.

Il film inizia con la visione rassicurante di una famigliola in vacanza che si sta recando nella casa al mare, probabilmente per il fine settimana. Mentre sono intenti a riaprire la casa, si presentano alla porta due ragazzi, dall’apparenza molto tranquilla, che chiedono in prestito delle uova. Con modi particolarmente gentili ed educati, ma che non lasciano spazio ad un rifiuto, e un linguaggio del corpo sempre più inquietante, i due giovani prenderanno gradatamente possesso dell’abitazione, trascinando i tre sfortunati abitanti in un incubo senza fine.

Non aspettatevi però la violenza deflagrante e distruttiva di Arancia meccanica.  La cosa che più colpisce è proprio il modo subdolo e sommesso con cui i due giovani assassini assumono progressivamente il controllo della casa, prendendo in ostaggio la famigliola indifesa. Questi due intrusi, dall’apparenza innocua, si riveleranno aggressivi e spietati oltre ogni immaginazione.

Così, dopo essersi introdotti in casa con una scusa banale e atteggiamenti tanto goffi da poter sembrare inoffensivi, i due giovani inizieranno un gioco tragico con le loro vittime, umiliandole, terrorizzandole e rendendo chiaro fin dall’inizio che non esiste per loro alcuna possibilità di salvezza.

Scommettiamo che da qui a 12 ore sarete tutti e tre morti? Questa la minaccia psicologica con cui atterriscono le malcapitate vittime, rendendo ben chiaro che non cercano denaro perché non ne hanno bisogno, e non c’è nulla che possa farli desistere dal loro terribile gioco, proprio perché per loro non è altro che un passatempo, un agghiacciante, divertentissimo, e irrinunciabile gioco. E quando, dopo quasi due ore di violenze e crudeltà inarrivabili, il film giunge all’inevitabile epilogo, non lascia spazio ad alcuna speranza di giustizia, ma anzi prelude ad un’altra orgia di brutalità che non vediamo, ma sappiamo che resteranno impunite.

La pellicola, che è stato definita l’Arancia meccanica del 2000 proprio per la violenza disturbante e a tratti insopportabile che la pervade, è il remake di un film omonimo girato 10 anni prima con attori tedeschi e semi sconosciuti, e ne ricalca passo per passo inquadrature e sceneggiatura, anche perché il regista è lo stesso. Ma la scelta di attori più famosi e certamente più espressivi, giova sicuramente alla miglior riuscita del film.

Naomi Watts, splendida padrona di casa, esprime mirabilmente la paura di una donna aggredita in casa sua da sconosciuti e l’ansia di una madre che vede minacciato il figlio sapendo di non poterlo difendere, mentre Tim Roth rappresenta con intensità tutta la rabbia di un capofamiglia impossibilitato a salvare i propri cari da un pericolo tanto imprevedibile quanto angosciante. Proprio Roth ha detto che è stato il film più difficile che abbia mai interpretato, il che è tutto dire…

In realtà il paragone con Arancia meccanica non calza fino in fondo, perché la violenza qui è una presenza inquietante che aleggia per tutto il film, senza dare tregua ai protagonisti e allo spettatore, ma allo stesso tempo non è esplosiva ed eclatante come quella del film di Kubrick, ma subdola e trattenuta, sempre sul punto di esplodere senza poter sapere né come né quando accadrà. C’è una tensione continua che attanaglia le vittime e, con loro, lo spettatore. Nello stesso tempo c’è quasi una sorta di pudore nel mostrare la violenza in se stessa, quasi che al regista interessi più la suspense della minaccia che la sua tragica realizzazione.

L’uccisione di uno dei familiari, ad esempio, non viene mostrata direttamente, ma si sente lo sparo fuori dall’inquadratura, e poi si vede il corpo riverso e gli schizzi di sangue sul muro. Questo ovviamente non la rende certo meno drammatica, anche perché avviene sotto gli occhi attoniti dei presenti, ma si evita l’effetto splatter tipo Kill Bill.

Il film ha un ritmo anomalo, paragonabile in ambito musicale al Bolero di Ravel, sostanzialmente lento e cadenzato, ma nello stesso tempo la tensione non viene mai meno, anzi progredisce in modo esponenziale, fino alla conclusione che è in qualche modo liberatoria. Anche per lo spettatore.

Va sottolineato un espediente molto singolare usato dal regista forse per alleggerire un po’ la drammaticità delle immagini: uno dei due giovani, quello che sembra essere la mente della coppia, ogni tanto guarda direttamente in macchina, e si rivolge allo spettatore, come faceva il grande Oliver Hardy per coinvolgere il pubblico nelle sue disavventure. Certo lo sguardo inquietante di Michael Pitt è tutt’altra cosa…

E ad un certo punto, quando l’amico viene sopraffatto, Pitt prende il telecomando, lo punta verso lo schermo del televisore e riavvolge le immagini, facendo tornare tutto indietro, e salvando così il suo compagno dall’essere ucciso. A questo proposito la critica si è divisa: qualcuno ha visto in questo singolare escamotage un modo per allentare la tensione e rendere chiaro allo spettatore che dopo tutto si tratta solo di un film, dove tutto è finzione; altri invece hanno interpretato questa piccola pausa come un modo di rendere ancor più angosciante la situazione, eliminando definitivamente qualsiasi possibilità di salvezza per le vittime. Personalmente l’ho vissuto così, come un modo per dire alle vittime e allo spettatore che non si facciano illusioni, perché non c’è nessuna possibilità di scampo.

Nel complesso è un film intenso ed emozionante, un thriller teso fino all’ultimo, con una suspense sapientemente costruita tra silenzi e lunghe pause, e una violenza mai esplicita, solo suggerita, ma non per questo meno terrificante. Un film che riesce anche a far riflettere, con amarezza, sul vuoto esistenziale della nostra società, dove la noia e l’assenza totale di valori possono fare della violenza più brutale un gioco divertente.

Da vedere per gli amanti del brivido che non cercano il lieto fine a tutti i costi.

Complimenti ad Alessandro Gianesini, Austin Dove, mikimoz e Nick Shadow che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

16 pensieri riguardo “Funny Games (2007)”

  1. Per comodità rispondo qui alla tua domanda.
    Hai ragione, il pezzo è famosissimo, anzi è diventato una specie di icona pop. Fa parte delle musiche scritte da Edvard Grieg per la rappresentazione scenica del Peer Gynt di Ibsen e si intitola «I Dovregubbens hall», ossia “Nell’antro del re della montagna”. Ti propongo prima la versione da concerto, per sola orchestra, inclusa da Grieg nella prima delle due suites sinfoniche di brani tratti dalla partitura completa:

    Qui invece la versione originale, quella pensata per il teatro, con coro e voci dei troll nel finale:

    (Il direttore la prende più lentamente all’inizio per rendere più drammatico l’accelerando della seconda metà.)

    Queste musiche di scena sono indubbiamente un capolavoro di Grieg: anche altre parti di questa composizione sono diventate giustamente famose e meritano un ascolto attento, per cogliere tutte le sfumature espressive, tutti i colori di una tavolozza ricchissima. Nel video che segue troverai entrambe le suites cui ho accennato sopra:

    L’ultimo brano della seconda suite è la «Canzone di Solvejg», straordinariamente bella e commuovente. Ti propongo di ascoltare la versione per il teatro, cantata, nell’interpretazione di Lucia Popp, uno dei pochi soprani per i quali mi è capitato di… andare in visibilio – purtroppo non è più fra noi e a me manca tantissimo:

    Der Winter mag scheiden, der Frühling vergehn,
    der Sommer mag verwelken, das Jahr verwehn,
    Du kehrst mir zurück, gewiß, du wirst mein,
    ich hab es versprochen, ich harre treulich dein.

    Gott helfe dir, wenn du die Sonne noch siehst.
    Gott segne dich, wenn du zu Füßen ihm kniest.
    Ich will deiner harren, bis du mir nah,
    und harrest du dort oben, so treffen wir uns da!

    (Forse l’inverno passerà, la primavera se ne andrà, l’estate appassirà e l’anno intero svanirà, ma un giorno tornerai, lo so. E io fedelmente ti aspetterò, te l’ho promesso. Che Dio ti aiuti, se ancora vedi il sole. Che Dio ti benedica, se ti inginocchi davanti a Lui. Io ti aspetterò, fino a quando arriverai da me. E se rimarrai lassù, lassù ci incontreremo)

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  2. Ma Micheal Pitt che fine ha fatto?
    Sembrava uno che promettava molto, sparito dalla circolazione.
    Comunque, io ho visto la versione originale e ricordo che mi piacque proprio per quello che dici: c’era quel senso di “non realtà”, come se si sapesse che fosse un film. Specie la scena del telecomando.

    Moz-

    Piace a 2 people

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