La stanza del figlio (2001)

Per me non è facile parlare di questo film, ma è talmente bello che non ho potuto evitarlo. Premetto che non amo particolarmente Moretti: come regista ha realizzato ottimi lavori, ma come attore trovo che abbia la stessa espressività di Keanu Reeves, recitazione monocorde, a cui si aggiunge una voce abbastanza sgradevole. Almeno Reeves è doppiato…

All’epoca non mi posi nemmeno il problema se andare a vederlo o no. La risposta era un no secco, anche perché vedere un film che parla del dolore più grande che un essere umano possa provare, sinceramente non mi attirava per nulla. Allora avevo ancora paura del pianto. Fu mio padre a consigliarmelo, come era solito fare con libri o film che gli erano piaciuti molto, e di cui voleva condividere le emozioni con me.

Così l’ho guardato e mi è piaciuto tantissimo. Ed è stato l’ultimo film di cui ho discusso con mio padre.

E’ diviso in due parti ben distinte. Nella prima c’è la presentazione della famiglia, le dinamiche abbastanza banali tra i vari membri, la vita quotidiana con i suoi piccoli momenti che rappresentano abitudini calcificate nel tempo. Un equilibrio perfetto, raggiunto, si capisce, in anni di lavoro continuo e costante, con cura e attenzione ai particolari. Tutto fuorché una famiglia disfunzionale. Poi, improvviso e imprevedibile, arriva il dramma, l’evento doloroso insopportabile che provoca la spaccatura di quell’unità apparentemente perfetta. E niente sarà più come prima.

E’ un film doloroso, impossibile nasconderlo, ma affronta il tema della perdita con una dignità rara, senza eccessi melodrammatici, quasi senza lacrime, se non in alcuni momenti in cui il dolore si fa talmente lancinante da intenerire le pietre. Ma superate le poche scene di strazio dell’anima, in cui devo ammettere che persino Moretti si avvicina alla definizione di attore, il film diventa un lungo processo di elaborazione del lutto, in cui tutta la famiglia deve affrontare il cambiamento dovuto alla perdita.

Non è tanto il momento straziante della chiusura della bara, né il funerale, con tutto quello che comporta; la parte difficile è il dopo, il silenzio del vuoto, la sofferenza del ricordo, l’assenza fisica a cui non c’è rimedio.

Il padre, uno psicanalista, oppresso dai sensi di colpa per aver, sia pure involontariamente, causato la morte del figlio, scaricherà la responsabilità sul paziente che lo ha momentaneamente distratto dagli affetti familiari, covando verso di lui un rancore profondo, e non riuscendo più a svolgere la sua professione nel migliore dei modi.

Pian piano le sue certezze crolleranno, e tutto intorno a lui gli sembrerà frantumarsi, mentre quello che all’apparenza sembrava perfettamente equilibrato, si rivelerà sul punto di andare in pezzi, come la vecchia teiera incollata, a prima vista intatta ma in realtà così fragile.

E’ chiaro che lo spettatore tende inevitabilmente a immedesimarsi nelle figure dei due genitori, ma il sentimento che prevale non è tanto lo sconforto di fronte alla disgrazia, quanto la desolazione, quel senso di angoscia e di abbandono di fronte al vuoto che rimane dopo la scomparsa.

Anche la madre (un’intensa Laura Morante) si chiude nel suo dolore, incapace di manifestarlo a se stessa e di condividerlo con gli altri familiari, mentre la sorella del ragazzo, abbandonata a se stessa, affronta il tutto con la rabbia tipica dell’adolescenza. L’intera famiglia è annientata nella sua stessa essenza da un dolore che non riesce a superare ma che non può cancellare. Un dolore che divide, anziché unire.

Fino a quando non interviene un elemento esterno e imprevisto, una figura separata dal gruppo familiare che si unirà ad esso nell’affrontare la perdita. Una coetanea del ragazzo, ignara della sua prematura scomparsa, gli scrive manifestando i propri sentimenti, e quella lettera, finita nelle mani della madre, diventa veicolo e tramite per una nuova rinascita del nucleo familiare, portando persino una risata in quei visi impietriti dalla sofferenza. Uno spiraglio di speranza per ricominciare a vivere.

La regia di Moretti è disciplinata e asciutta, come sempre attenta ai dettagli, sia negli interni, in quelle stanze che possono essere rifugi ma anche trasformarsi in prigioni, sia nelle riprese esterne, dove la città diventa teatro inconsapevole delle nostre tragedie private. La macchina da presa, quasi immobile, si avvale di lunghi silenzi che pesano come macigni, alternandoli sapientemente alle splendide musiche di Nicola Piovani.

Nel complesso il film è indubbiamente una gran bella prova di Nanni Moretti che riesce senza fatica a liberarsi dai temi del suo solito cinema per una insolita e struggente riflessione sul dolore, molto meno facile e scontata di quanto possa apparire a prima vista, raggiungendo una maturità artistica decisamente inconsueta per un regista, come lui, da sempre controcorrente.


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Autore: R.A.F.

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

18 pensieri riguardo “La stanza del figlio (2001)”

      1. Sarà, ma non conosco nessuno che non parli male di qualcuno/qualcosa, che pensi male di qualcuno/qualcosa, quindi mi sembra solo che abbia scoperto l’acqua calda…

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    1. Immaginavo che non l’avessi visto, per il tema. Come ho scritto, non l’avrei visto neanch’io. Non immaginavo invece che potesse piacerti Moretti, con quella sua aria di supponenza e di superiorità da falso intellettuale, sempre come se fosse l’unico ad avere tutte le risposte, e gli altri non capissero nulla. Sarà anche colto e intelligente, ma lo trovo insopportabile. Ha un grande pregio: si è sempre circondato di attori bravissimi, molto più bravi di lui.

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      1. Adoro le persone intelligenti, non è un ipocrita, dice che da che parte sta, ed alcune battute sono bellissime.
        Credo di aver visto quasi tutti i suoi film.
        Politicamente non la penso come lui, ma gli riconosco coerenza.
        Antipatico, fa bene non sopporto quelli che vogliono essere simpatici a tutti.
        Tu sei simpatica e intelligente.

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            1. Non mi devi niente, voglio che sia chiaro. A me fa piacere se fa piacere a te, ma se ti crea qualunque problema, anche tecnico, lascia perdere. E non mi offendo in nessun caso.

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