Burt Lancaster, un saltimbanco di classe

Il suo vero nome era Burton Stephen Lancaster. Tra i mostri sacri della Golden Age hollywoodiana e autentica leggenda del cinema mondiale, assieme a Gregory Peck, William Holden e Kirk Douglas è considerato il miglior attore americano dell’immediato dopoguerra. Nella sua lunga carriera, lavorò con i maggiori registi e attori del suo tempo, misurandosi con generi e ruoli diversamente impegnativi, coniugando la solidità di un’immagine costruita sulle virtù atletiche e sulla spontaneità della recitazione, con una progressiva ricerca di complessità psicologica nella scelta dei ruoli.

Nasce a New York il 2 novembre 1913, in un sobborgo di Harlem. Ancora studente alla New York University, era entrato nel mondo dello spettacolo esibendosi per diversi anni in numeri acrobatici creati per il circo. Pur non avendo istruzione di riferimento artistico e senza frequentare scuole di recitazione, si impone ugualmente nel cinema dove, in tempi brevissimi, giunge ai vertici dello star-system con strabiliante facilità. E’ protagonista perfetto dei film noir anni ‘40, spesso in ruoli di gangster alla ricerca del riscatto esistenziale.

Debutta al cinema proprio col film I gangsters di Robert Siodmak, tratto da un racconto di Hemingway. La sua capacità di aderire pienamente ai personaggi trova poi conferma nei film successivi: Forza bruta, del 1947, in cui interpreta un ergastolano ribelle, promotore di una sommossa; Erano tutti miei figli, dell’anno successivo, dal dramma omonimo di Miller; Il terrore corre sul filo, del 1948 e poi Torna, piccola Sheba! del 1952; fino a Da qui all’eternità, del 1953, di Fred Zinnemann, con il quale, ottiene la prima nomination all’Oscar nel ruolo del sergente Warden.

Nel 1947 aveva cominciato anche l’attività di produttore, fondando la Norma Productions insieme al suo agente Harold Hecht. Tra le migliori opere realizzate dalla società, oltre a Marty, vita di un timido, che vinse l’Oscar e la Palma d’oro a Cannes, figurano vari film in cui Lancaster diede sfogo a tutta la sua straordinaria vitalità: da Il corsaro dell’isola verde, del 1952, dove mostra la sua abilità di acrobata, fino a Trapezio, del 1956, melodramma circense girato al Cirque d’Hiver di Parigi, che gli valse l’Orso d’argento a Berlino.

Oltre che produttore, Lancaster fu anche regista di sé stesso nel western Il kentuckiano e, a distanza di molti anni, nel giallo L’uomo di mezzanotte, del 1974. L’intensità drammatica della sua recitazione lo rese particolarmente efficace nel ruolo del rude camionista che seduce l’inconsolabile vedova siciliana (ritratta con maestria da Anna Magnani) ne La rosa tatuata, del 1955, nei panni del giornalista calunniatore in Piombo rovente, del 1957, e, soprattutto, nel ruolo del predicatore vagabondo Elmer Gantry ne Il figlio di Giuda, del 1960, una delle sue più appassionate interpretazioni, che gli valse il premio Oscar.

Risultò molto convincente anche nella parte dell’ergastolano studioso di uccelli ne L’uomo di Alcatraz, del 1952, diretto da John Frankenheimer, che gli valse la seconda nomination all’Oscar e la Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia. Per lo stesso regista interpretò, al fianco di Kirk Douglas, il thriller politico Sette giorni a maggio, nel 1964, nel ruolo di un ambizioso generale. Molti sono i personaggi indimenticabili da lui caratterizzati nella sua lunga carriera: l’indomabile pellerossa de L’ultimo Apache, del 1954, il fantasioso imbroglione de Il mago della pioggia, del 1956, lo sceriffo in Sfida all’O.K. Corral del 1957, il giudice compromesso col nazismo in Vincitori e vinti, del 1961.

Giunto alla piena maturità, aiutato da un portamento sempre prestante, ebbe occasione di interpretare figure di particolare spessore morale. A stimolare le nuove forme della sua espressività contribuì il rapporto con il cinema italiano (da cui ottenne, nel 1974, il David di Donatello alla carriera), a partire da Luchino Visconti per il quale Lancaster interpretò, nel 1963, il principe di Salina ne Il Gattopardo, dal romanzo di Tomasi di Lampedusa e, più tardi, nel 1974, il vecchio intellettuale protagonista di Gruppo di famiglia in un interno.

Nel 1976 partecipò a Novecento di Bernardo Bertolucci, interpretando il ruolo di un patriarca, e diretto da Louis Malle, offrì una delle sue più felici caratterizzazioni come vecchio gangster in Atlantic City, nel 1981, che gli valse una nomination all’Oscar e un David di Donatello come miglior attore straniero. Dopo aver impersonato il magnate di una società petrolifera in Local hero, del 1983, e un capo della CIA nell’ultimo film di Sam Peckinpah, Osterman weekend, è apparso ne La bottega dell’orefice di Michael Anderson, del 1988, e l’anno dopo ne L’uomo dei sogni di Phil A. Robinson. Da ricordare la partecipazione ai serial per la televisione Mosè (1974-75), Marco Polo (1982-83) e Sulle ali delle aquile (1986).

Nella sua carriera rifiutò diversi ruoli: oltre a Un tram che si chiama desiderio, dove fu sostituito da Marlon Brando, rifiutò il ruolo di Ben-Hur, andato a Charlton Heston, quello di Patton, accettato da George C. Scott, e, in ultimo, Il Padrino, interpretato da Marlon Brando. Tutti e tre gli attori chiamati al suo posto vinsero l’Oscar.

Colpito da ictus nel 1990, rimane paralizzato per molto tempo, privo della vista e di qualsiasi reazione istintiva. Muore nel 1994, il 20 ottobre, a 81 anni. Si è sposato quattro volte con tre divorzi: prima con la ginnasta del circo June Ernst, poi con Norma Anderson, conosciuta durante il servizio in guerra, da cui ha avuto cinque figli; con la sua segretaria, Susan Scherer e in ultimo con Susan Martin, politica del Partito Democratico.

«Saremo tutti dimenticati, presto o tardi. Ma non i film. Con loro il nostro ricordo ha la speranza di sopravvivere»

FONTE: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinekolossal

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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