Il sospetto (1941)

Giallo tipico della produzione hitchcockiana, più che altro thriller psicologico, con un tema che verrà ripreso dal regista due anni dopo ne L’ombra del dubbio. Un incontro casuale, quasi come in Delitto per delitto, una donna assalita da dubbi e fantasie frutto della sua insicurezza, come in Rebecca, un uomo ambiguo e sfuggente tanto da alimentare i sospetti, e un finale, una volta tanto, forse un po’ prevedibile. Al punto che sembra che il regista ne avesse già pronto un altro.

Si inizia con un incontro in treno, una conversazione che nasce per caso, un contatto che sembra fortuito. Lei, ricca ereditiera, non bellissima né sofisticata, timida e fin troppo riservata, palesemente insicura, accetta la corte di un uomo affascinante ed esuberante, fin troppo sicuro di sé. Il padre di lei la mette in guardia, ma si sa, i padri raramente vengono ascoltati.

Subito dopo il matrimonio si fa strada una serie di dubbi che si trasformano presto in angoscia strisciante: la donna capisce che il marito è un fannullone, bugiardo, che vive di espedienti e affari poco limpidi, e nonostante questo, spende senza ritegno. Da qui a pensare che voglia eliminarla per intascare l’eredità o l’assicurazione, il passo è breve.

La vicenda è narrata completamente dal punto di vista soggettivo della protagonista, contribuendo ad una suspense crescente, che la sceneggiatura riesce a trasmettere allo spettatore con dialoghi mirati che creano un’atmosfera serrata e avvincente. Si è portati a sposare il punto di vista della protagonista, giovane probabile vittima innocente, quindi degna di fiducia, e a giudicare le azioni del marito come tessere di un puzzle mortale.

Tuttavia, a ben guardare, le azioni del coniuge non sono poi così univoche, alcune certo non limpide, ma neppure criminali come paiono all’ansiosa consorte. E dunque il sospetto si trasferisce dalla protagonista allo spettatore, che continua ad aspettare un indizio che chiarisca meglio le intenzioni, la situazione, il possibile finale.

Alla suspense contribuisce sicuramente la classe di Cary Grant, perfetto per l’affascinante playboy, che rende con grande efficacia il misto di seduzione e ambiguità che caratterizza il suo personaggio, risultando alla fine del tutto credibile sia come marito innamorato che come spietato assassino. Nel complesso un’infantile, immatura, ma adorabile canaglia.

Più semplice il ruolo di Joan Fontaine, la donna dubbiosa e insicura, innamorata e fragile vittima delle circostanze, un po’ come lo era stata Rebecca; per questa interpretazione vinse l’Oscar, nonostante il personaggio di Rebecca fosse stato a mio avviso delineato meglio.

Va detto che il film è tratto dal romanzo Before the fact, pubblicato nel 1932 da Anthony Berkeley Cox con lo pseudonimo di Francis Iles. Più o meno la storia del film ricalca quella del romanzo, ma cambia il finale.

Nel romanzo infatti la donna, pur avendo intuito che il marito vuole assassinarla, non fa nulla per evitarlo, e attende che il delitto si compia. In sostanza è la storia di una donna innamorata di un assassino al punto da lasciarsi uccidere per amore. Il film di Hitchcock invece è la storia di un dubbio, di un sospetto appunto, che non diventa mai certezza, ma non si dissolve neppure del tutto.

Nella scena sulla scogliera, all’apice della suspense, il finale si traduce in una tregua che rimane sospesa, ma potrebbe anche precipitare alla curva successiva. Il marito si discolpa, ma il sospetto rimane, perchè, come osserva qualche critico, “John potrebbe aver nuovamente mentito.

Il film è un esempio unico di come Hitchcock sapesse fondere in maniera intelligente suspense e mistero. Quest’ultimo infatti tende a nascondere i fatti allo spettatore, mentre la suspense li evidenzia per aumentare l’inquietudine, in attesa di ciò che sta per accadere. Ne Il sospetto le due tecniche si amalgamano sapientemente fino alla sequenza finale: c’è il mistero sulle reali intenzioni dell’uomo, ma le scene clou, come quella del latte, danno vita ad una suspense inarrivabile.

Probabilmente lo sapete già, perchè è un aneddoto conosciuto, ma nella scena del latte, in cui il marito porta alla moglie un bicchiere di latte prima di dormire, e la donna è terrorizzata perchè pensa che sia avvelenato, Hitchcock voleva attirare l’attenzione sul bicchiere, che doveva essere al centro dell’attenzione. Per ottenere l’effetto mise una lampadina all’interno del bicchiere, in modo che questo risaltasse particolarmente nel chiaroscuro della scena.

La scelta del finale fu lunga e non soddisfò appieno né il regista né numerosi critici, che lo giudicarono artificioso. In realtà ne furono scritti diversi, e lo stesso Hitchcock raccontò a Truffaut che ne aveva pensato un altro, diverso sia da quello del romanzo, sia da quelli scritti dagli sceneggiatori, sia da quello che alla fine fu scelto.

Il cameo che Hitch si è riservato, come faceva sempre nei suoi film, è una fugace apparizione in cui imbuca una lettera, mentre la protagonista esce da una libreria.

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Trailer in italiano

La scena del latte

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

14 pensieri riguardo “Il sospetto (1941)”

  1. L’ha ripubblicato su MISTERYOUSLYe ha commentato:
    Grazie a Raffa, ho fatto un tuffo meraviglioso “a casa”. Hitchcock è uno dei miei producer preferiti. I suoi film sono per me una terapia emotiva che cerco quando sono giù di corda. Ho sempre bisogno di un certo habitat quando sono scarica e per tal ragione ribloggo questo post magnifico proposto da Raffa. Mi serviva, la stanchezza è stata spazzata via al richiamo delle atmosfere proposte dal grande Alfred.

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