Freedom writers (2007)

Ancora una volta un’insegnante alle prese con una classe difficile. Siamo verso la metà degli anni ’90 e le scuole americane tentavano di attuare una specie di integrazione tra i diversi gruppi etnici presenti in città. La situazione però era difficile perché gli scontri tra le diverse gang erano all’ordine del giorno.

Le sfide continue tra bande rivali appartenenti a gruppi come quello latino-americano, nero o cinese creavano un clima di paura e ansia negli animi dei ragazzi, costretti quotidianamente a guardarsi le spalle. Era inevitabile che il clima di odio e di violenza si riversasse anche nell’ambiente scolastico al punto che l’istruzione finiva per assumere un’importanza minima o nulla. In questo contesto sociale si inserisce il film di oggi, ispirato a fatti realmente accaduti.

Erin Gruwell, giovane insegnante al primo incarico, inizia la sua esperienza professionale in un liceo di Los Angeles, noto per la presenza di studenti ribelli e per niente inclini allo studio. All’interno della Woodrow Wilson High School viene organizzato un corso che ha lo scopo di educare ragazzi di provenienze etniche diverse, per aiutarli a socializzare, e salvarli dalla criminalità che sembra il loro destino finale.

L’impatto con la classe è molto duro e la realtà a cui si trova di fronte l’insegnante, interpretata da una più che convincente Hilary Swank, è quanto meno sconfortante: molti dei ragazzi infatti appartengono a gang, hanno già commesso crimini o hanno assistito all’esecuzione di un omicidio. Erin si rende subito conto che il metodo tradizionale non può funzionare, perché genera solo rifiuto e ostilità. Cerca l’aiuto di colleghi e superiori, ma scopre ben presto che loro per primi hanno pregiudizi razziali nei confronti dei ragazzi, e che hanno rinunciato da tempo ad investire su di loro.

A differenza dell’insegnante di Pensieri pericolosi, che si trovava una classe difficile, sì, ma ben amalgamata, dove i ragazzi facevano fronte comune, agli ordini di un capo riconosciuto, contro l’insegnante stessa e la scuola in generale, Erin Gruwell deve lavorare proprio sulla classe, formata da elementi diversi per provenienza geografica e culturale, che se proprio non si odiano, diffidano comunque l’uno dell’altro e faticano a comprendersi.

Decide allora di sperimentare strade alternative e completamente nuove, investendo nel tentativo tutte le sue energie nonché le proprie risorse, anche economiche. Come prima cosa Erin cerca di amalgamare i ragazzi, facendo capire loro che anche se appartengono ad etnie diverse, hanno molto in comune, e su queste affinità cerca di costruire una collaborazione proficua.

A proprie spese compra dei libri che possano incuriosirli, e dopo aver scoperto che quasi nessuno di loro ha mai sentito parlare dell’Olocausto, ne acquista diversi sull’argomento. Poi dà inizio ad un nuovo progetto di scrittura, regalando ad ogni studente un diario, con l’impegno da parte loro di scrivere ogni giorno quello che gli succede e le proprie riflessioni.

Il risultato dell’esperimento colpisce a tal punto Erin dal convincerla a farne un libro: nasce così The Freedom Writers Diary, intitolato così perché i ragazzi si erano definiti Freedom Writers, per assonanza con i Freedom Riders, gli attivisti per i diritti civili che nel 1961 avevano combattuto la segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.

Erin capisce che la chiave per innescare il cambiamento consiste nel combattere l’odio reciproco che domina i ragazzi, e ottiene lo scopo illustrando loro la tragedia dell’Olocausto e il diario di Anna Frank, e portandoli poi al Museo della Tolleranza di Los Angeles.

Gli studenti impareranno gradatamente a guardare il mondo con gli occhi degli altri e ad accettare le diversità di pensiero, anche perché Erin li fa riflettere sulla pericolosità dell’odio che covano gli uni verso gli altri, insegnando che il rispetto, innanzitutto per se stessi, passa attraverso la rinuncia alla violenza.

E una volta conquistata la loro stima, potrà trasmettere l’insegnamento più importante: che la loro possibilità di crescere e di cambiare non dipende dalle circostanze favorevoli, ma dal desiderio che avranno di farlo.

Il metodo educativo di Erin sembra dare i suoi frutti, ma non piace ai colleghi che sono convinti sia tutto inutile, e neppure alla sua famiglia, che la vede sprecata in quel ruolo. Il marito in particolare è molto critico verso i suoi successi, forse anche per invidia. Ma la caparbietà di Erin la porterà al successo: dopo aver pubblicato il libro scritto insieme agli studenti, organizzerà anche un incontro con la donna sopravvissuta all’Olocausto, che aiutò Anna Frank e la sua famiglia a nascondersi dai Nazisti, mostrando così ai ragazzi quella realtà mostruosa che non conoscevano e riuscendo a smuovere le loro coscienze.

Il film racconta una storia vera, di forte impatto emotivo per le esperienze che caratterizzano il vissuto dei personaggi ed è ispirato proprio al libro The Freedom Writers Diary, purtroppo disponibile solo in inglese.

La parte più significativa è il legame che si instaura tra Erin e i suoi studenti quando questi si rendono conto che lei vuole veramente aiutarli, e offre loro la visione raggiungibile di un futuro diverso e desiderabile. La parte più fastidiosa e a tratti nauseante è la tendenza dell’istituzione scolastica ad osservare i problemi senza fare nulla, utilizzando l’alibi del “Tanto è tempo perso”, salvo poi ostacolare in tutti i modi chi cerca di cambiare e propone idee alternative. Per la cronaca, molti degli studenti di Erin furono i primi in famiglia a diplomarsi al liceo e ad andare al college.

La mente non è un vaso da riempire”. Così scriveva Plutarco ne L’arte di ascoltare, ripreso molti secoli dopo da Montaigne che così tradusse il concetto: “Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco”. Ben vengano gli insegnanti capaci, quelli che riescono ad accendere il fuoco e che, soprattutto, insegnano ai loro studenti come tenerlo acceso da soli. Per questo consiglio la visione di Freedom Writers a tutti gli educatori in generale (compresi noi genitori), ma soprattutto a quelli che non sanno come affrontare classi difficili.

SPUNTI DI CINEMA: Emozioni sui banchi di scuola

Storie vere

 

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

7 pensieri riguardo “Freedom writers (2007)”

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