Janet Leigh, la bionda sotto la doccia

Il suo vero nome era Jeanette Helen Morrison. Nasce a Merced, in California, il 6 luglio 1927, figlia unica di una giovane coppia che per motivi di lavoro si sposta da una città all’altra dell’America, finché si stabilisce a Stockton, in California. È qui che Jeanette, studentessa modello, si diploma precocemente a soli 15 anni. Decisa a continuare gli studi, si iscrive alla locale University of the Pacific, dove frequenta corsi di psicologia e musica. Inizia giovanissima a lavorare come modella, attirando l’attenzione dell’attrice Norma Shearer che la segnala alla Metro Goldwyn Mayer.

Messa subito sotto contratto dallo studio, esordì in un modesto western, La cavalcata del terrore, del 1947, con il ruolo di una ingenua ragazza di campagna, parte che le restò appiccicata anche in film successivi. Bionda, attraente, sottilmente sensuale, talvolta maliziosa, è stata molto popolare fin dal suo debutto, senza però mai diventare una diva. È stata un’attrice moderna, intelligente e duttile, brava sia nel genere drammatico sia in quello brillante, richiesta da molti dei maggiori registi della storia del cinema. Recitando con grazia in ruoli di ingenua, si fece notare in diversi film in costume, tra i quali spiccano Piccole donne, del 1949, di Mervyn LeRoy, dall’omonimo romanzo di L.M. Alcott, e Scaramouche di George Sidney, del 1952, in cui è la romantica Aline, dalla quale l’innamorato protagonista inizialmente si allontana, credendola la propria sorella.

Aveva già dimostrato un bel talento comico in Matrimonio all’alba, del 1951, scritto e diretto da Melvin Frank e Norman Panama, e in Fearless Fagan, del 1952, di Stanley Donen, ma s’impose al fianco di James Stewart nella parte della spaurita Lina nell’ottimo western Lo sperone nudo di Anthony Mann. Lasciata la MGM, girò con il marito Tony Curtis il film biografico Il mago Houdini, nel 1953, di George Marshall. Sempre al centro delle notizie dei rotocalchi rosa come la perfetta giovane coppia di Hollywood, i due appaiono insieme in altri film tra cui I Vichinghi, del 1958, e In licenza a Parigi, del 1959, di Blake Edwards.

Malgrado la presenza di John Wayne al suo fianco, si rivelò invece un insuccesso, forse l’unico nella sua lunga carriera, Il pilota razzo e la bella siberiana, iniziato nel 1949, girato nel 1950 da un ormai stanco Josef von Sternberg e uscito otto anni dopo. Nel 1958 l’attrice è accanto a Charlton Heston e Orson Welles ne L’infernale Quinlan, per la regia dello stesso Welles, in cui recita con finezza e intensità il personaggio di Susan Vargas, la moglie di un poliziotto incorruttibile che viene sequestrata e drogata da una banda di teppisti.

Ma per lei è il 1960 l’anno della consacrazione, grazie ad Alfred Hitchcock che la sceglie per il ruolo di Marion Crane nel celebre thriller Psyco. Janet interpreta una figura femminile ambigua e disillusa, una ladra per amore, che finisce accoltellata sotto la doccia da un folle, in una sequenza che da sola è diventata rappresentativa di un intero genere cinematografico. Per questa interpretazione le viene assegnato un Golden Globe, viene candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista, e la scena in cui viene uccisa a colpi di pugnale nella doccia diventa un cult.

A proposito di quella scena, l’attrice fu sottoposta ad un vero e proprio supplizio da parte del regista che non trovava la sequenza migliore. La stessa scena fu girata una settantina di volte e lo stress procurato le causò un esaurimento nervoso di non poca entità. Anni dopo la stessa attrice raccontò di essersi così immedesimata da non aver più potuto fare la doccia con la tendina chiusa, senza aver serrato la porta del bagno a doppia mandata.
Accanto a Frank Sinatra recitò quindi il ruolo della comprensiva Rosie nell’allarmante e profetico film fantapolitico Va’ e uccidi, del 1962, di John Frankenheimer e ritrovò un personaggio comico, quello della psicanalista Elizabeth, nello scatenato Tre sul divano, di Jerry Lewis.

Dagli anni ‘60 l’attrice ha cominciato a diradare la presenza sul grande schermo, privilegiando il lavoro per la televisione. È tornata a recitare per il cinema con un efficace horror, Fog, di John Carpenter, del 1980, in cui ha affiancato la figlia Jamie Lee Curtis, e nel 1998, sempre insieme alla figlia, con l’horror Halloween 20 anni dopo di Steve Miner. Tra i serial televisivi di successo si ricordano La signora in giallo, Ai confini della realtà e Colombo.

Nel 1984, ha scritto un’autobiografia, There Really Was a Hollywood, seguita nel 1995 da Psycho: behind the scenes of the classic thriller, che raccoglie i ricordi personali sul suo film più famoso. Ha scritto anche due romanzi: House of destiny, nel 1995 e Dream Factory, nel 2002.
Si è sposata quattro volte con un annullamento e due divorzi; in ordine di tempo con John Carlyle, Stanley Reames, con l’attore Tony Curtis dal quale ha avuto due figlie, Jamie Lee e Kelly, e in ultimo con Robert Brandt, unione durata fino alla sua morte.


L’attrice muore per arresto cardiaco nella sua villa di Beverly Hills il 3 ottobre 2004, a 77 anni, dopo aver a lungo sofferto per una grave infezione vascolare che le aveva causato una cancrena alla mano destra, impedendole di continuare a dedicarsi alla scrittura, attività che aveva sostituito la recitazione negli ultimi anni della sua vita.

«Per sognare hai bisogno di un trampolino di lancio che deve essere sempre la realtà. Solo così i tuoi sogni potranno realizzarsi»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinekolossal – comingsoon


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

9 pensieri riguardo “Janet Leigh, la bionda sotto la doccia”

  1. “uscito otto anni dopo”
    ho sempre pensato che i film (ma anche i dischi) preparati prima, ma pubblicati molto dopo, perdano di fascino, perché – benché tecnicamente “nuovi” – possono comunque apparire datati, perché preparati in un contesto differente.
    Capisco che anche oggi i film – specialmente i colossal – abbiano una lunga genesi (anche 2 anni), ma ciò è voluto e programmato. Una pubblicazione tardiva sa di “stantio”, a mio parere.

    Piace a 1 persona

      1. Ma poi in un film…
        Pensa oggi agli effetti speciali, oppure alla (speriamo no) scomparsa di uno dei protagonisti, o dei riferimenti che possono essere “attuali” al momento della registrazione, ma che dopo 8 anni non fanno più presa sul pubblico.

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