Rutger Hauer, un’anima irrequieta e curiosa

Rutger Oelsen Hauer nasce il 23 gennaio 1944 a Breukelen, in Olanda. Figlio d’arte (entrambi i genitori erano attori drammatici), cresce ad Amsterdam assieme alla sua famiglia. Di animo irrequieto fin da giovane, a soli quindici anni si imbarca su una nave mercantile per imitare lo spirito avventuriero del nonno. Tuttavia è costretto a scendere a terra a causa del suo daltonismo, e da qui in poi colleziona un’espulsione scolastica dietro l’altra. I genitori pensano allora di iscriverlo ad una scuola di recitazione, ma anche lì non resiste a lungo e, alla prima occasione, viene cacciato via.

Per mantenersi svolge vari lavori manuali, dall’elettricista al carpentiere, prima di partire per la Svizzera, dove diventa una guida alpina e poco dopo un macchinista nel teatro di Basilea. Nel 1967 ritorna nella città natale e porta a termine gli studi d’arte drammatica. Si diploma e in breve si avvicina al mondo del teatro sperimentale che frequenta per cinque anni, fino al debutto televisivo nella serie olandese Floris (1969), dove interpreta un coraggioso cavaliere. Il suo aspetto fiero e altero, la corporatura imponente unita a una bellezza dai tratti non moderni, ne fanno l’interprete ideale di film in costume, ma ha modo di mostrare la propria versatilità cimentandosi in ruoli molto diversi. La serie Floris era diretta da Paul Verhoeven, che rimane colpito dal carattere stravagante e dal talento eclettico di Hauer, tanto che nel 1973 lo chiama a interpretare, come protagonista, Fiore di carne.

Dopo questo primo film lo dirigerà in altre tre pellicole di produzione olandese, e la collaborazione tra i due connazionali garantisce ad Hauer una certa visibilità in Europa. In seguito si conquista fama internazionale grazie al poliziesco I falchi della notte, del 1980, dove recita a fianco di Sylvester Stallone, e al ruolo iconico del replicante di Blade Runner, del 1982. Da questo momento in poi, la sua vita cambia totalmente, raggiunge una popolarità sbalorditiva e il suo personaggio ottiene un posto speciale tra i ruoli cult del cinema.

Nella prima metà degli anni Ottanta, lo vediamo in alcuni film mediocri, come Assassinio a sangue freddo o Il nido dell’aquila, che equilibrano il grande successo di pubblico e critica degli altri film del periodo, tutti firmati da registi di spessore. In un’atmosfera plumbea da noir, recita nell’ultimo film di Sam Peckinpah, Osterman weekend, del 1983, e prosegue la sua carriera con il fantasy Ladyhawke, a fianco di Michelle Pfeiffer, in un ruolo romantico che sembra tagliato su di lui.

Dimostra di saper cambiare completamente registro l’anno dopo, nel 1986, nel film The hitcher – La lunga strada della paura, in cui interpreta un misterioso assassino intenzionato a uccidere gli automobilisti che gli danno un passaggio, mentre nel 1989 viene chiamato da Ermanno Olmi per La leggenda del santo bevitore: una pellicola in cui può mettere in luce anche gli aspetti più spirituali e mistici della sua interpretazione. Il suo vagabondo parigino alcolizzato, che muore in Chiesa espiando le proprie colpe, lo avvicina al regista italiano, con il quale instaura un’amicizia destinata a durare nel tempo.

Negli anni ’90 lavora molto, ma non replica i successi dei decenni precedenti. Dopo Furia cieca, di Phillip Noyce, Rutger torna alla fantascienza con Giochi di morte, in cui presta il volto a un campione di lotta in un’ambientazione post-apocalittica. Il 1991 lo vede partecipare a Sotto massima sorveglianza, mentre l’anno successivo si rivela particolarmente prolifico, con ben quattro pellicole in uscita: Le mani della notte, Beyond justice, Detective Stone e soprattutto Buffy, l’ammazza vampiri, da cui prenderà ispirazione l’omonima serie. Tutti film minori, ma l’ultimo in particolare è un flop colossale, inspiegabile interpretazione di un grande attore come Hauer.

Il suo destino sembra ormai relegato a film di serie B, quando nel 1999 rimette in luce le sue qualità in Simon Magus, una visionaria commedia drammatica di Ben Hopkins, che riflette indirettamente sull’Olocausto. Ritorna al vecchio amore della fantascienza con il film Swarm – Minaccia dalla giungla, del 2001, mentre l’anno dopo torna a lavorare con un regista italiano, interpretando Paul Marcinkus nella pellicola di Giuseppe Ferrara I banchieri di Dio – Il caso Calvi.

Appare, anche se con una parte secondaria, in Confessioni di una mente pericolosa, di George Clooney, nel 2002, e tre anni più tardi nei blockbuster Batman begins e Sin city. Torna protagonista assoluto di un film nell’epico Barbarossa del 2009, dove duetta con Raz Degan. Nel 2011 lo vediamo nel thriller Il rito e ancora una volta diretto dal maestro Olmi nel drammatico Il villaggio di cartone. L’anno successivo è nelle sale cinematografiche con il film drammatico I colori della passione, nel quale interpreta il ruolo del pittore Pieter Bruegel mentre dipinge uno dei suoi massimi capolavori, La salita al Calvario, e poi con Dracula 3D di Dario Argento. Continua a recitare fino alla fine, ma sempre in ruoli di contorno e in film di nicchia.

Rutger Hauer muore, dopo breve malattia, il 19 luglio 2019, a 75 anni, nella sua casa di Beetsterzwaag, in Olanda. La notizia viene resa nota dal suo agente solo a esequie avvenute.
Molto attivo nel sociale, l’attore olandese è il fondatore della Rutger Hauer Starfish Association, organizzazione che si occupa di aiutare i malati di Aids nel mondo.

Ha una figlia, Aysha, anche lei attrice, nata dal primo matrimonio. Nel 1985 aveva sposato in seconde nozze Ineke ten Kate, attrice, pittrice e scultrice, con cui è rimasto fino alla fine.

«Quando recita l’attore non si deve far sentire, non deve apparire, ma lasciare spazio solo al personaggio. Il pubblico deve essere trascinato dalla storia che interpreti, non dal tuo ego.»

FONTI: mymovies – Enciclopedia del cinema, Treccani


 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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