Elia Kazan, il regista del rimpianto

Il suo vero nome era Elias Kazancıoğlu. Nasce a Costantinopoli il 7 settembre 1909. Appartenente alla minoranza greca in Turchia, si trasferisce da piccolo con la famiglia a New York, dove visse nel West Side dal 1910 sino ai primi anni Venti. Durante la Depressione del 1929 il padre perse tutte le sue sostanze; seguirono anni difficili di adattamento, nel corso dei quali il giovane Elia svolse i più svariati mestieri. Poté quindi entrare alla Yale Dramatic School e poi, nel 1933, nel Group Theatre dove conobbe e divenne amico di Arthur Miller e Tennessee Williams, dei quali mise in scena molti lavori drammatici.

Nel 1934, mentre ancora perdurava la Depressione, in opposizione alla politica capitalistica americana si iscrisse al Partito comunista, da cui si sarebbe dimesso quindici mesi dopo, nel 1935. Nel 1940 si trasferì a Hollywood, invitato dalla Metro Goldwyn Mayer a lavorare come attore in due film di Anatole Litvak: La città del peccato, del 1940, e Blues in the night, del 1941. Nel 1945 esordì come regista con Un albero cresce a Brooklyn, e fu l’inizio di una carriera strepitosa: in pochi anni, dal 1947 al 1951, diresse Mare d’erba, Boomerang ‒ L’arma che uccide, Barriera invisibile, Pinky la negra bianca, Bandiera gialla e Un tram che si chiama desiderio.

I suoi primi film assumono una piega intimista, riflettendo una sorta di rimpianto autobiografico per uno spazio interiore perduto: in Un albero cresce a Brooklyn, questo spazio è la casa, nel quartiere povero di New York; ne Il mare d’erba, classico melodramma dal respiro sociale, questo spazio è il territorio americano, ma si coglie anche la nostalgia di un immigrato per la sua terra, per gli spazi perduti dell’Anatolia.

Anche in Boomerang è ancora lo spazio familiare che viene privilegiato; nonostante si tratti di una storia di corruzione politica si sente il respiro di una dolorosa situazione personale, come pure in Barriera invisibile, film sul problema dell’antisemitismo negli Stati Uniti, o in Pinky, sul pregiudizio razziale che perseguita una giovane meticcia dalla pelle bianca. Bandiera gialla, invece, segna l’emancipazione di Kazan dagli standard di una produzione limitativa, a favore di moduli espressivi più liberi, senza seguire la sceneggiatura ma andando a girare nei bar malfamati, nelle strade e nei bordelli di New Orleans, e conferendo al film un tono di improvvisazione inedito per quegli anni.

Ma quando, subito dopo, accettò di portare sullo schermo Un tram che si chiama desiderio, dal dramma di Tennessee Williams, preferì ritornare sul set e mantenere un tono di finzione teatrale esasperando i toni del melodramma, coadiuvato dalla recitazione fisica e febbrile di Marlon Brando e dalla fragilità dirompente di Vivien Leigh. Nel 1951 fu chiamato a rispondere di fronte alla HUAC (House Un-American Activities Committee): alcune ammissioni relative al periodo di iscrizione al Partito comunista e la denuncia contro alcuni intellettuali, lo allontanarono da molti amici, isolandolo.

Per Viva Zapata!, del 1952, inventò un Messico verosimile, girando nel Texas. Attraverso l’interpretazione di Marlon Brando, il personaggio del rivoluzionario acquista una dimensione umana, sospesa tra azione e nostalgia, un carattere introverso e problematico molto simile allo stato d’animo dell’immigrato, in cerca di identità, carattere che apparteneva allo stesso regista. Per quanto riguarda il resto della sua produzione, si avverte quasi sempre nei suoi film una congiunzione intima con le proprie esperienze, con la vita vissuta. Anche quando passa attraverso altre immagini, altri territori, altri personaggi, il suo stile si autoriflette come se si trattasse di un frammento di un’autobiografia, come se ogni storia fosse ossessivamente un proprio ricordo, un profondo bisogno di analizzarsi e comprendersi.

Ogni luogo condensa uno stato interiore, un’amarezza nascosta, come nell’incontro tra Brando ed Eva Marie Saint in Fronte del porto, dove l’intensità degli sguardi e la luce che li avvolge agisce nella realtà filmica come riflesso di un’emozione interiore. Così avviene tra i protagonisti de La valle dell’Eden, un padre e un figlio che si fronteggiano nell’America rurale, o nel melodramma familiare colmo di malinconia Splendore nell’erba, del 1961. Fortemente autobiografici i due film successivi: Il ribelle dell’Anatolia, del 1963 e Il compromesso, del 1969, basati su due romanzi dolorosamente autobiografici dello stesso Kazan.

Il primo, soprattutto, è una grande esplosione di amore e di rabbia, di lotte combattute ogni giorno, del ricordo di una vita difficile raccontata come una saga, attraverso una famiglia di emigranti e nella luce del bianco e nero. Dopo l’insuccesso de I visitatori, del 1972, racconto di un dilemma morale sulle ferite della guerra del Vietnam, firma l’addio al cinema, Gli ultimi fuochi, nel 1976, da un romanzo di Fitzgerald, un film sul cinema e sul suo profondo mistero.

Nel 1947 Kazan aveva fondato con Lee Strasberg l’Actors Studio, la scuola di recitazione da cui sono usciti molti dei più grandi talenti di Hollywood. Premiato nel 1999 con l’Oscar alla carriera, aveva già ricevuto cinque nominations e due statuette, nel 1948 per Barriera invisibile e, nel 1955, per Fronte del porto, film che ottenne in tutto ben otto Oscar.
E’ stato sposato tre volte: con la prima moglie, la drammaturga Molly Day Thatcher, ha avuto 4 figli; con la seconda, l’attrice Barbara Loden, sposata dopo la morte della Thatcher, ha avuto un altro figlio; successivamente, rimasto vedovo per la seconda volta, ha sposato la scrittrice Frances Rudge, con cui è rimasto fino alla morte, avvenuta per cause naturali il 28 settembre 2003.

«Un buon regista deve essere capace di tirare fuori dagli attori quello che loro neanche sanno di avere»

FONTE: Enciclopedia del cinema, Treccani

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

11 pensieri riguardo “Elia Kazan, il regista del rimpianto”

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