George Sanders, il fascino inquietante dell’ambiguità

Il suo nome completo era George Henry Sanders. Nasce il 3 luglio 1906, a San Pietroburgo, nella Russia zarista, da genitori britannici. Eccellente interprete di drammi e film in costume, emerge nel cinema grazie alla imponenza del proprio fisico, a un portamento finemente elegante, e all’ironia sferzante della sua mutevole maschera espressiva, che gli permette di ricoprire ruoli diversi dandone sempre un’ottima caratterizzazione.

A dieci anni, sfugge alla Rivoluzione d’Ottobre e ripara in Inghilterra con tutta la famiglia. Nei primi anni ’30 esordisce in teatro e nel 1936 si trasferisce a Hollywood dove lavora alternativamente per la RKO, la Fox e la MGM. Dopo varie prove di buon livello in film secondari e dopo aver interpretato Simon Templar in due detective-movie del 1939, viene scelto come antagonista di Laurence Olivier nel celebre Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock, del 1940, e, nello stesso anno, è nel cast di un altro lavoro del maestro del brivido, Il prigioniero di Amsterdam.

È in un ruolo perverso ne Il ritratto di Dorian Gray, del 1945, e cinico ne Il disonesto, del 1947. Negli anni ’40 è presente in film noir e drammatici sempre con eccellenti interpretazioni e nel 1950 raggiunge il culmine della notorietà con Eva contro Eva, dove il ruolo, particolarmente congeniale al suo naturale e raffinato distacco, dello sprezzante e malevolo critico teatrale, gli consegna il solo Oscar vinto in una prolifica carriera ricca di oltre 120 film.

Raffinato e affascinante, con il suo naturale atteggiamento di aristocratica noncuranza interpretò personaggi per lo più caratterizzati da una moralità ambigua, nei quali il cinismo e la freddezza si fondono con la signorile eleganza dei modi. Sul finire degli anni ’40 e per tutto il decennio successivo, con sorprendente successo, prende parte a numerosi film in costume (Ambra, Sansone e Dalila, Ivanhoe, Riccardo Cuor di Leone, Annibale e la vestale, Il covo dei contrabbandieri, Il ladro del re e Salomone e la regina di Saba).

Nel 1954 fu particolarmente efficace nel restituire un’inquieta atmosfera matrimoniale, segnata dall’incomprensione e dal rancore, con la sua interpretazione del gelido e indifferente marito protagonista del drammatico Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, accanto a Ingrid Bergman. Ma dagli anni ’60, si presta a produzioni europee per film di basso contenuto. Alterna quindi la sua attività di attore cinematografico con quella di interprete televisivo, ma il risultato non cambia.

Tuttavia, riesce ancora ad esprimersi a buon livello sul grande schermo, soprattutto con Il villaggio dei dannati, nel 1960, Uno sparo nel buio del 1964, Quiller Memorandum del 1966 e Lettera al Kremlino del 1970. Nel 1967 aveva doppiato, con voce morbida e insinuante, la perfida tigre Shere Khan nel film di animazione della Disney Il libro della giungla.

Nel 1972, in preda alla depressione, muore suicida in un albergo di Barcellona, in Spagna, a 66 anni. Le circostanze del suo suicidio, annunciato molti anni prima all’attore David Niven, sembrano essere sinistramente in linea con il suo personaggio cinico e noncurante: sul tavolo lasciò alcune ironiche righe indicando nella noia il motivo del suo gesto.

Nel 1960 aveva scritto un’autobiografia, tradotta anche in italiano, dal titolo Memorie di un mascalzone professionista, dove riporta aneddoti della sua vita artistica e i turbinosi rapporti con le donne, i colleghi e l’ambiente cinematografico.

Sposato quattro volte con tre divorzi; inizialmente con Susan Larson, poi con le attrici Zsa Zsa Gabor, Benita Hume (la cui morte di cancro nel 1967 diede inizio al suo progressivo disfacimento psichico) e, ultima, Magda Gabor, sorella di Zsa Zsa, matrimonio durato quattro mesi. Non ha avuto figli.

«Caro Mondo, me ne vado perché sono annoiato. Sento di aver vissuto abbastanza a lungo. Ti lascio con le tue preoccupazioni in questa adorabile fogna. Buona fortuna.»

FONTI: cinekolossal – Enciclopedia del cinema, Treccani

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

15 pensieri riguardo “George Sanders, il fascino inquietante dell’ambiguità”

  1. Ciao Raffa come attore non .lo ricordo molto bene anche se un paio di titoli da lui interpretafi li ho visti. L.o sconvokgente è il suicidio con la frase che ha lasciato!!! Anche l’averci tutto alle volte non è sufficiente al non cadere nel baratro…

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