Jean-Paul Belmondo, le Magnifique

Nasce in Francia, a Neuilly-sur-Seine, il 9 aprile 1933. È uno dei simboli del cinema francese degli anni Sessanta, scoperto e amato dalla Nouvelle Vague: si è distinto nel ruolo del malvivente un po’ ruvido, ricco comunque di doti umane, o del poliziotto simpatico e scanzonato, ma duro e sbrigativo, affidandosi quasi esclusivamente al suo fisico atletico, asciutto ed energico, e a una recitazione fortemente mimica.

Immagine complementare dell’altro divo francese di quel periodo, Alain Delon, bello per antonomasia, Belmondo ha puntato piuttosto su simpatia e fascino, e si è sempre diviso tra il cinema d’autore e quello commerciale di genere. I suoi personaggi più riusciti sono prevalentemente giovani individualisti, violenti e inquieti, spesso in rivolta contro la società.  

La ciociara (1960)

Figlio del noto scultore Paul Belmondo, Jean-Paul, dopo un’adolescenza turbolenta e un tentativo di dedicarsi al pugilato, si iscrisse al Conservatoire national supérieur d’art dramatique di Parigi, per poi abbandonare il teatro in favore del cinema. Apprezzato come attore per il suo stile ironico e vivace e per il suo indiscutibile fascino, esordì cinematograficamente nel 1956 con il cortometraggio Molière, poi si divise tra cinema francese e italiano, tra il set di A doppia mandata del 1959 di Claude Chabrol e quello de La ciociara del 1960 di Vittorio De Sica, trovando la sua consacrazione di pubblico e critica con Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, nel 1960.

Fino all’ultimo respiro (1960)

Un’esperienza unica nel suo genere, visto che il cineasta gli permise di improvvisare ogni cosa e visto che il film segnò, assieme ad altre opere capostipite del movimento artistico, l’inizio della Nouvelle Vague. Fatta eccezione per due episodi isolati, l’intellettuale occhialuto de La ciociara, e il sacerdote di Léon Morin, prete di Jean-Pierre Melville, l’attore trovò nei ruoli offertigli da Chabrol e Godard il registro espressivo a lui più consono, e fu soprattutto il sodalizio con Godard che valorizzò le doti artistiche di Belmondo, arricchendole di una vena ironica e anticonformista, e creando uno stile che l’attore avrebbe fatto completamente suo successivamente, nell’ambito del cinema di consumo.

Léon Morin, prete (1961)

Fu proprio Godard a metterlo in contatto con altri cineasti francesi, che seppero arricchirlo artisticamente con personaggi in bilico tra il cinico Humphrey Bogart e il maledetto Marlon Brando, come il personaggio inquieto creato da Claude Sautet, accostato a Lino Ventura nello spietato noir Asfalto che scotta del 1960. Dopo La viaccia di Mauro Bolognini, del 1961, e il già citato Léon Morin, prete, nello stesso anno lavora di nuovo con Godard in La donna è donna, mentre l’anno successivo Philippe de Broca lo inserirà nel cappa e spada Cartouche.

Asfalto che scotta (1960)

Sarà di Henri Verneuil l’idea di accoppiarlo a Jean Gabin, facendo incontrare nuovo e vecchio cinema in un unico film, Quando torna l’inverno, del 1962. Non mancarono le reciproche antipatie tra i due colleghi, ma fu solo un momento iniziale. Belmondo riuscì a smorzare il broncio di Gabin, che per Lo sciacallo, dell’anno successivo, arrivò addirittura a fargli i complimenti per la bellissima interpretazione di una difficile opera di Simenon.

Quando torna l’inverno (1962)

A portare ancora più in alto la sua carriera arrivò il successo commerciale di L’uomo di Rio, l’avventuroso 100.000 dollari al sole, il drammatico Weekend a Zuydcoote con Catherine Spaak, tutti del 1964. Fu richiamato l’anno dopo sul set da Godard per il ribelle e cattivissimo Il bandito delle 11, un vero e proprio viaggio nell’universo cinematografico e letterario, in cui l’attore, dimostrando ammirevoli qualità atletiche e canore, passa attraverso citazioni e personaggi, non tanto recitando un ruolo, ma esibendo la finzione stessa della recitazione.

Il bandito delle 11 (1965)

Nello stesso anno recita nella commedia L’uomo di Hong Kong con Ursula Andress e comincia ad essere corteggiato appassionatamente da Hollywood, ma continuerà a scegliere produzioni italo-francesi come Il cervello di Gérard Oury, La mia droga si chiama Julie di Truffaut con Catherine Deneuve e Un tipo che mi piace con Annie Girardot.

La mia droga si chiama Julie (1969)

Ma il successo commerciale e di pubblico arrivò con Borsalino, del 1970, di Jacques Deray, a fianco di Alain Delon, film sulla malavita marsigliese degli anni Trenta. Insieme all’antagonista Alain Delon e a Jean-Louis Trintignant, Belmondo ha trionfato negli anni Settanta come divo del thriller e del poliziesco francese: grazie a un duro allenamento, l’attore ha anche sviluppato un fisico che gli ha permesso di rilanciare e promuovere la sua immagine, al punto da prendersi benevolmente in giro ne Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, diretto da De Broca nel 1973.

Borsalino (1970)

L’identificazione con il cinema d’azione e con un unico personaggio, seppur sfaccettato nelle varianti a un tempo popolari e colte, ha inevitabilmente condotto Belmondo, ormai non più giovane, a una flessione dell’attività nel decennio successivo, e a una trasformazione dei ruoli negli anni Novanta: quello di Sam in Una vita non basta, del 1988, il personaggio di Jean Valjean ne I miserabili del 1995, entrambi di Claude Lelouch, e quello di Léo in Uno dei due, del 1998, di Patrice Leconte, in cui è nuovamente in coppia con Delon per una storia di sessantenni alla ricerca della figlia perduta.  

Uno dei due (1998)

Colpito da ictus nel 2001, l’attore è tornato sul set nel 2009 con Un uomo e il suo cane, remake della pellicola Umberto D. di De Sica, in cui la fragilità non dissimulata delle sue condizioni di salute amplifica l’intensità del personaggio e la disperazione dell’universo di solitudine in cui si muove.

Un uomo e il suo cane (2009)

Vincitore del Premio Cèsar per Una vita non basta, venne insignito della Palma d’oro alla Carriera durante la 64° Edizione del Festival di Cannes (foto sotto, a sinistra) e, nel 2016, ricevette il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (foto a destra, accanto a Sophie Marceau).

Spesso, gli venne contrapposto Delon, altro mostro sacro del cinema francese, ma la bellezza fredda e altera del collega, nulla poté contro la simpatia istintiva che il suo volto sapeva trasmettere. Per questo resterà sempre il mattatore dal sorriso sbarazzino, che poteva liberamente affermare di aver fatto tutto ciò che voleva nella sua vita.
Ritiratosi a vita privata, si è spento serenamente nella sua casa parigina, a ottantotto anni, il 6 settembre 2021 .

«Nessun rimpianto, ho fatto tutto quello che volevo fare, e oggi amo le cose che ho: la vita, il sole e il mare»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – MYmovies

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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