Nino Manfredi, il sorriso garbato dell’ironia

All’anagrafe Saturnino Manfredi, nasce a Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone, il 22 marzo 1921.
È stato uno dei più grandi interpreti del cinema italiano, dando prova di un’ampia gamma di capacità interpretative, dal comico al drammatico: è stato diretto da grandi maestri del cinema come Risi, Scola, De Sica e Pietrangeli, ma anche Nanni Loy, Bolognini, Salce e tantissimi altri. La sua filmografia comprende titoli diversissimi, con una netta prevalenza di commedie, in cui spesso ha aggiunto con la sua recitazione una vena di amaro sarcasmo o talvolta un guizzo di stravagante surrealismo, rivelando sempre un’ironia profonda ma perfettamente controllata e mai sopra le righe.

Trasferitosi a Roma con la famiglia all’inizio degli anni ‘40, frequentò l’università laureandosi in giurisprudenza e, quasi per gioco, le lezioni all’Accademia d’arte drammatica, che in quegli anni accoglieva tra gli studenti alcune delle future e più significative personalità dello spettacolo italiano. Cominciò a recitare in teatro con la compagnia Maltagliati-Gassman recitando in testi per lo più drammatici.
Abbandonata la prosa, a partire dal 1951, insieme ai suoi compagni di studio Paolo Ferrari e Gianni Bonagura, formò un terzetto che si esibì con successo, dapprima nei varietà radiofonici e quindi in molti spettacoli del teatro di rivista e della commedia musicale.

Esordisce al cinema nel 1949 ma per circa 10 anni si cimenta in piccole parti di contorno in film musical sentimentali in chiave napoletana, e qualche parte un po’ più di rilievo in film di Totò. Solo dal 1959, con L’audace colpo dei soliti ignoti, di Nanni Loy, si fa notare veramente, e subito dopo, nel 1960, è protagonista del film L’impiegato, ispirato a Sogni proibiti con Danny Kaye, che gli consentì di disegnare un personaggio più complesso, diviso tra la banalità quotidiana e il fascino dei sogni; da questo momento Manfredi diventa una delle colonne portanti della commedia all’italiana ricoprendo ruoli sempre più importanti, e mostrando il proprio talento brillante ma anche drammatico. Pur consapevole delle potenzialità comiche offerte dai personaggi provinciali e dalla parlata dialettale, l’attore non abusò sul grande schermo di questo strumento che gli aveva consentito di affermarsi in televisione, e cercò sempre di sperimentare una più ampia gamma di stili recitativi.

Nel 1960 interpreta Crimen accanto a Gassman e Sordi, una commedia di grande successo in cui si intrecciano le disavventure di tre coppie di italiani, ingiustamente sospettate di omicidio a Montecarlo: Manfredi si distingue qui sia dallo stile ruspante di Sordi che da quello più istrionico di Gassman, ricorrendo a una comicità allusiva, basata su una mimica essenziale e autoironica per esprimere tutte le debolezze del proprio personaggio. L’anno dopo si misura per la prima volta con un ruolo drammatico in A cavallo della tigre di Luigi Comencini, disegnando una figura patetica, arricchita di tocchi ironici. Con altrettanta sensibilità, in Anni ruggenti del 1962, interpretò per Zampa il personaggio dell’assicuratore Omero, scambiato dai notabili di una cittadina pugliese per un gerarca del Partito fascista in visita per un’ispezione: anche qui rinuncia a qualsiasi effetto di facile comicità per scegliere invece un’intelligente compostezza.

La stessa che userà successivamente in due film di Pietrangeli, La parmigiana del ’63 e Io la conoscevo bene, del ’65, in cui tratteggia due personaggi moralmente discutibili e privi di scrupoli. Nel 1963 viene anche diretto dallo spagnolo Luis García Berlanga in un film drammatico, La ballata del boia, una satira feroce contro la pena di morte, che gli procurò consensi a livello internazionale. Nel ’62 era tornato anche a calcare il palcoscenico teatrale con la famosa commedia musicale Rugantino, che ebbe 138 repliche e fu presentata con fortuna anche all’estero.

La moda dei film a episodi, diffusasi in quegli anni, gli permise di disegnare con classe una vasta galleria di figure, sempre molto intense, ma nello stesso tempo vere e umane, motivo per cui era anche tanto amato dal pubblico. A differenza di Gassman che tratteggiava personaggi esuberanti e sbruffoni, spesso arroganti, o di Sordi che impersonava tutti i difetti peggiori dell’Italiano medio, Manfredi ha sempre dato vita a figure semplici, poveri diavoli costretti dalla necessità ad arrangiarsi, ma fondamentalmente buoni. Così appare in due film di Risi: ne Il gaucho, del 1964, interpreta l’emigrato italiano, un perdente colmo di nostalgia, per cui vinse anche la Grolla d’oro, mentre in Operazione San Gennaro, del ’66, delinea il personaggio di Dudù, il guappo napoletano coinvolto in un furto ai danni del tesoro di San Gennaro.

Due anni dopo sfrutta una grande occasione, sempre con Risi, in Straziami, ma di baci saziami, una commedia dolce amara in cui costruisce il personaggio di Marino, coinvolto in una contrastata storia d’amore, attingendo nuovamente al sapore popolare e ingenuo dei personaggi degli esordi, corretto però da una vena di maliziosa ironia. Nel 1969 inaugura la serie di film interpretati per Luigi Magni e ambientati nella Roma papalina in preda a fermenti rivoluzionari: è un convincente Pasquino in Nell’anno del Signore, mentre diventerà un umanissimo monsignore nel film successivo, In nome del Papa Re, del ’77, e un disincantato Ciceruacchio nel 1990, nella pellicola In nome del popolo sovrano, che chiude la trilogia. Sempre con Magni, nel 1987, interpreta Pilato nel film Secondo Ponzio Pilato, e nel 2000, in La Carbonara, diventa un singolare cardinale che si interroga sull’opportunità di un rinnovamento del potere temporale.

Nel 1971 interpreta e dirige Per grazia ricevuta, in cui riesce a recuperare il suo patrimonio culturale e il suo passato di provinciale raccontando la storia di Benedetto, dalla nascita fino alla maturità. La parte iniziale del film è particolarmente felice, ma l’intera opera appare immersa in un’atmosfera naif, insolita nel cinema italiano. Nello stesso anno, nella sua costante ricerca di prove sempre diverse, interpreta un commissario in Roma bene di Lizzani e nel 1972 si misura in Girolimoni Il mostro di Roma di Damiano Damiani con il difficile personaggio di Gino Girolimoni, il fotografo che, nella Roma dei primi anni del fascismo, venne accusato di aver ucciso alcune bambine. Va ricordato anche il suo Geppetto nel Pinocchio di Comencini, del 1972, sceneggiato per la televisione dal respiro decisamente cinematografico.  

Regalò poi efficace dignità all’immigrato italiano in Svizzera di Pane e cioccolata del 1974, diretto da Franco Brusati, rendendone intenso il drammatico disagio di fronte all’estraneità, anche crudele, della società con cui deve confrontarsi. In due film di Scola C’eravamo tanto amati e Brutti, sporchi e cattivi ebbe l’occasione di tratteggiare due dei suoi personaggi più riusciti. Soprattutto nel secondo, seppe delineare la figura dell’immigrato pugliese con rigore, senza trasformare la caratterizzazione in un’esagerata maschera grottesca.

Sul finire degli anni Settanta viene diretto da Giuliano Montaldo ne Il giocattolo, dove interpreta uno dei rari personaggi negativi della sua carriera. Dopo il venditore abusivo di bibite protagonista di Café express, basato su più registri, comico, patetico e drammatico, è tornato alla regia con Nudo di donna del 1981. In seguito l’attore è sembrato progressivamente ripiegarsi su sé stesso recitando in film meno significativi, da Spaghetti House, del 1982, a Il tenente dei carabinieri del 1986, sino a Grandi magazzini, di Castellano e Pipolo, in cui ha essenzialmente rivisitato ‘maschere’ già interpretate. Da ricordare anche la partecipazione a serie televisive, come Un commissario a Roma, del 1993, e Linda e il brigadiere, nel 1997, sempre salutate dal successo e soprattutto dall’affetto del pubblico.


La sua istintiva simpatia, la cordialità genuina che emanava e l’affetto che ha sempre circondato la sua figura, rendendola familiare al pubblico, ne fece il testimonial ideale per una nota marca di caffè, che ha saputo pubblicizzare con semplicità e autoironia, regalandoci uno slogan che ancora rimane nel cuore di chi lo ha visto. “Il caffè è un piacere. Se non è buono, che piacere è?”

Nel 1971 ha vinto il premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes con il film Per grazia ricevuta. Ha inoltre ottenuto per quattro volte il Nastro d’Argento come miglior attore: nel 1966 con Questa volta parliamo di uomini di Lina Wertmüller, nel 1970 con Nell’anno del Signore di Luigi Magni, nel 1978 con In nome del Papa re ancora di Magni, e nel 1980 con Café express di Nanni Loy.
Per cinque volte riceve il premio David di Donatello: nel 1968 per Italian Secret Service, nel 1969 per Vedo nudo, nel 1970 per Nell’anno del Signore, nel 1974 per Pane e cioccolata e nel 1978 per In nome del Papa Re.
Dal 2009 nella sezione Nastro d’Argento, è stato istituito un premio intitolato a lui.

Nel 1955 sposa Erminia Ferrari, con cui rimarrà fino alla morte. Muore a Roma il 4 giugno 2004, a 83 anni, e lascia tre figli: Roberta, che si occupa di produzione ed è la moglie del regista Alberto Simone, Luca, che fa il regista ed è stato sposato con l’attrice Nancy Brilli, e Giovanna. Per una dolorosa coincidenza, muore nello stesso giorno in cui dieci anni prima era morto Massimo Troisi.

“Io ho sempre scelto film difficili. Se non sono
difficili, non mi stimolano”

FONTI: Treccani, Enciclopedia del cinema – Cinematografo.it

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

14 pensieri riguardo “Nino Manfredi, il sorriso garbato dell’ironia”

    1. Concordo su tutto. Manfredi era bravo, simpatico e non si è mai dato arie. E Germano è bravissimo, riesce a passare da un personaggio a un altro diversissimo senza fare una piega.
      Buona giornata! 🙂

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      1. Era un uomo, punto e basta. E comunque è rimasto con la moglie fino alla fine, mica come Tognazzi o Gassman. La fedeltà può essere anche sopportare la quotidianità anche se avresti voglia di essere altrove.

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