La figlia del generale (1999)

Indagini in ambiente militare, dove la giustizia, come dice uno dei protagonisti, è un concetto molto relativo e non ha niente a che fare con la giustizia reale.
John Travolta, a mio avviso in una delle sue migliori interpretazioni, conduce le indagini su un caso molto complicato, che nasconde più di un aspetto oscuro e inquietante.
La giovane figlia di un generale viene trovata uccisa ed esposta brutalmente, nuda e legata a paletti da campeggio, nel bel mezzo del campo comandato dal padre. Viene incaricato delle indagini un poliziotto dell’esercito, che ha casualmente incontrato la vittima la sera precedente il delitto, mentre indagava su altre questioni, ignorando peraltro la sua identità.

A lui il compito di trovare il colpevole e coprire eventuali verità scomode, prima che sul posto arrivi l’FBI, secondo quell’etica militare e quel distorto senso dell’onore che mette l’esercito sopra ogni altra cosa, compresi gli affetti più cari. Il giovane poliziotto è un po’ sbruffone, ma sufficientemente onesto e obiettivo da non farsi intimidire, e da cercare la verità a qualunque costo.

Per trovarla dovrà indagare sul passato, su un reato terribile e mai denunciato, per omertà e opportunismo, insabbiato e ingoiato dal silenzio, ma mai dimenticato. E dal momento che c’entra uno stupro, al poliziotto viene affiancata una giovane psicologa dell’esercito, specializzata proprio in casi del genere, che, guarda caso, ha avuto con lui una relazione in passato. Ma il siparietto sentimentale non li distoglierà dai loro doveri, renderà solo più frizzanti i dialoghi.

Indagando insieme scopriranno una verità tragica e squallida che ha segnato profondamente la vita della vittima e i suoi rapporti col padre, una storia che avrebbe dovuto rimanere sepolta e che invece qualcuno ha deciso di portare alla luce. Alla fine tutti i responsabili pagheranno per i loro errori, con la vita o con la perdita dell’onore, che per un militare può essere anche peggio della morte stessa.

L’intreccio giallo è complesso e abbastanza nuovo, anche se non originalissimo, rinforzato da un ritmo teso e sostenuto, con dialoghi serrati e pungenti, e qualche colpo di scena al momento giusto. Travolta è perfetto nella parte del poliziotto militare un po’ insofferente alla gerarchia e alle regole, ma nello stesso tempo rispettoso della divisa e di quello che rappresenta, al punto da indignarsi di fronte a chi la disonora. Quando qualcuno gli dirà con arroganza che ci sono tre modi per fare le cose, “il modo giusto, quello sbagliato, e quello dell’esercito”, saprà dimostrare che per lui esiste solo quello giusto.

La Stowe completa la coppia investigativa arricchendola del tocco femminile e tenendo un po’ a freno l’esuberanza del collega, ma nello stesso tempo conferisce al suo personaggio la fierezza e la giusta aggressività che mostrano di solito le donne rivestite di autorità in un ambiente prettamente maschile, e ancor più militare. Insieme portano avanti l’indagine in maniera brillante, provocandosi a vicenda per via dei loro trascorsi mai risolti, e alternandosi nelle intuizioni danno vita ad una proficua collaborazione.

James Woods, Timothy Hutton e James Cromwell arricchiscono e completano la trama vestendo le rispettive divise con un po’ di retorica e qualche stereotipo, che nei film di ambiente militare non possono mai mancare; Cromwell in particolare dà vita all’ennesimo personaggio ambiguo e tutt’altro che positivo, che si aggiunge alla lunga carrellata delle sue interpretazioni. Tuttavia la soluzione dell’enigma è di natura psicologica, e ha a che fare più con i profili caratteriali dei personaggi che con le loro divise.

Nel complesso è un buon film, che non può essere ridotto solo all’essenza di poliziesco, ma nemmeno all’ennesimo tentativo di critica delle istituzioni militari; in ogni caso fonde senza difficoltà i due generi, grazie ad una sceneggiatura intelligente e accurata, ad attori scelti con cura per i rispettivi ruoli, e una regia che valorizza il tutto cercando di tenere a freno la retorica, anche se, come altre volte, la riflessione sull’ipocrisia del mondo militare si rivela alla fine molto amara.

C’è però un vago tentativo di risollevare l’umore dello spettatore, affranto dopo tanta desolazione morale, nei titoli di coda, laddove il film ci regala un lieto fine aperto in perfetto stile hollywoodiano. Sinceramente un po’ fuori luogo.

SPUNTI DI CINEMA: Alla ricerca di un colpevole

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

7 pensieri riguardo “La figlia del generale (1999)”

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