Il Grande Paese (1958)

Dopo 12 anni da Duello al sole, Gregory Peck torna in un altro leggendario western, ma con un personaggio completamente diverso, e nuovo anche per il genere. James Mac Kay non è semplicemente un buono ad oltranza, onesto e senza macchia, ma è un gentiluomo raffinato e un convinto pacifista. Se ancora non bastasse, il nostro eroe è un ex ufficiale di marina. Dunque, cosa ci fa in un film western? Viene dalla colta Europa nel selvaggio Texas per conoscere il padre della sua fidanzata, proprietario di un’immensa tenuta.

Una volta arrivato e accolto nel ranch di famiglia, deve affrontare le abitudini del luogo. In breve si ritroverà in mezzo a uno scontro dai toni epici tra due patriarchi: uno è il padre della fidanzata, l’altro un bifolco dai metodi decisamente poco ortodossi. Le due famiglie si contendono da tempo un pezzo di terra dove scorre l’acqua, vitale per entrambi gli allevamenti; la terra contesa appartiene ad una dolcissima ed indifesa maestrina, che non ha nessuna intenzione di vendere.

E il nostro damerino, mentre cerca di convincere le due famiglie a trovare una soluzione pacifica, senza l’uso della forza, si renderà conto di non avere molto in comune con la fidanzata e con il suo mondo, e finirà per innamorarsi pian piano proprio della deliziosa maestra, che scoprirà essere molto più affine a lui.

Un western spettacolare, che vede William Wyler dietro la cinepresa a dirigere un cast di riguardo: oltre a Peck, pacato e rassicurante come ne Il buio oltre la siepe, una Jean Simmons amabile e quasi angelica, nella sua ingenuità, a confronto con Carroll Baker, bellissima, ma viziata e frivola, quasi una Rossella, superficiale e civettuola.

In questo triangolo amoroso si inserisce Charlton Heston, rude cowboy segretamente interessato alla figlia del padrone, che fa di tutto per mettere in risalto i punti deboli del nuovo arrivato, senza peraltro riuscirci. Da ultimi, ma fondamentali per lo sviluppo del film e soprattutto per il finale epico, i due patriarchi in lotta tra loro, Burl Ives, che con la sua interpretazione del rozzo allevatore violento vinse sia il premio Oscar che il Golden Globe, come miglior attore non protagonista, e Charles Bickford nel ruolo del maggiore Terril, padre orgoglioso della futura sposa.

Il film funziona sia per la novità dell’inserimento del capitano di marina Mac Kay nella polverosa vita del ranch, letteralmente pesce fuor d’acqua, sia per la vicenda, più classicamente western, dello scontro per abbeverare il bestiame, nel quale la violenza non può certo mancare. Celeberrimo il duello finale tra i due proprietari terrieri, celebre anche la scazzottata in campo lunghissimo tra Peck ed Heston, ma sappiamo come finirà; altrettanto famosi i ripetuti tentativi del povero James per domare il cavallo selvaggio, su cui alla fine riuscirà ad avere la meglio, ma solo per soddisfazione personale, convinto che “una persona non debba dimostrare nulla, se non a se stessa”.

Come sempre, nei film di Wyler, è particolarmente approfondita la psicologia dei personaggi, anche se un po’ stereotipati: dalla fidanzata, che dubita del coraggio di James, perché lui si rifiuta di esibire la sua forza, a James stesso, uomo forte ma non violento, che tenta di far prevalere la ragione; fino ai due contendenti, il maggiore Terril, uomo fondamentalmente distinto ed istruito, ma che non esita a essere violento per difendere i propri diritti, e il rozzo Rufus, che crede solo nella violenza, ma rispetta un proprio arcaico codice d’onore. Da non sottovalutare l’attenzione data anche ai personaggi secondari o di contorno, tra i quali spiccano i figli balordi e scapestrati di Hannassey. Va ricordata anche la splendida colonna sonora di Jerome Moross, candidata all’Oscar e diventata famosissima, che accompagna ed esalta ogni scena, dando al film un tono epico decisamente appropriato.

Cavalli selvaggi e indomabili, paesaggi sconfinati in un technicolor sfavillante, le pistole, i duelli, non manca nessun ingrediente del western classico. Eppure questo film non lo è, non del tutto almeno. È un western pacifista di ampio respiro, che promuove l’astuzia e l’intelligenza come doti fondamentali, molto più importanti della forza o della capacità di combattere. Nel film di Wyler, l’irascibile gente del West non costituisce più un modello, perché l’intrusione dell’uomo saggio, intellettuale e pacifista, venuto dal Vecchio Continente, decreta la fine della Frontiera selvaggia. Il soggetto sarà ripreso quattro anni più tardi da John Ford, con L’uomo che uccise Liberty Valance e più avanti da I cancelli del cielo di Michael Cimino del 1981. È l’avanzata del progresso che, mettendo fine alla legge del più forte, con razionalità e buonsenso, ben presto ridurrà il sanguinario West dei pistoleri ad un lontano ricordo.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

8 pensieri riguardo “Il Grande Paese (1958)”

  1. Carissima, ho visto questo film alla televisione quando cominciò ad essere a colori e devo dire che Gregory Peck era bellissimo e davvero molto “gentleman” e poi hai ragione la colonan sonoro è megniica. lo rivedrei volentieri dico la verità! bravissima come sempre e buon venerdì!

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