My Fair Lady (1964)

Sono passati quasi 60 anni dall’uscita di questo capolavoro, eppure è ancora fresco e frizzante come una bottiglia appena stappata. Un film incantevole, con momenti divertentissimi e scene davvero spassose, sapientemente alternati a un po’ di romanticismo e tanta splendida musica. La grazia e la dolcezza di Audrey Hepburn, che si notano anche sotto i vestiti consunti della fioraia, bisticciano per tutto il film con la grigia severità di Rex Harrison, dando vita a duetti deliziosi e ancor oggi gradevolissimi.

Faccio una breve premessa sulle origini della storia. Si parte dal mito di Pigmalione, raccontato da Ovidio, in cui si narra di uno scultore che si innamorò perdutamente di una statua, a cui aveva dato le fattezze di una donna bellissima. Supplicò allora la dea dell’amore, Afrodite, di trasformarla in donna. La dea lo esaudì, e vissero felici e contenti (non sto ad annoiarvi con la discendenza).

Influenzato da questo mito classico, George Bernard Shaw scrisse la commedia Pigmalione, in cui lo scultore è sostituito da un eminente glottologo, cioè uno studioso di linguaggi e fonetica. Questi decide per scommessa, e anche per provare la propria abilità di insegnante, di trasformare una fioraia incontrata per strada, rozza e ignorante, in una elegante signora che possa stare in società senza sfigurare. La storia non finisce bene però, non come il mito di Ovidio. La fioraia infatti molla il severo insegnante che l’ha trasformata, e sposa un nobile gentiluomo.

Da questa commedia di Shaw, gli autori Alan Jay Lerner e Frederick Loewe ricavarono nel 1956 My Fair Lady, un musical che ebbe grande successo a Broadway, interpretato da Rex Harrison e Julie Andrews. Otto anni dopo George Cukor decise di portare al cinema quel musical e così arriviamo al film di oggi. Tra l’altro con il termine pigmalione, si definisce normalmente chi prende a cuore una persona senza cultura, affinandone i modi e sviluppandone le qualità. Forse non sono stata molto breve, ma mi sembrava una premessa interessante.

Venendo al film, penso che la trama sia ben nota, in parte già riassunta nella premessa: Rex Harrison è l’eminente professor Higgins, studioso di fama internazionale, severo e pieno di sé, oltre che inguaribile misogino e pure snob; Wilfrid Hide-White è il diffidente colonnello Pickering, che scommette contro Higgins, convinto che fallirà nella difficilissima impresa di “civilizzare” l’incolta fioraia, mentre l’incantevole Audrey Hepburn indossa dapprima le vesti logore della bella fioraia Eliza Doolittle, poi i sontuosi costumi di scena che sottolineano la sua innata eleganza. E riesce ad essere perfetta in entrambi i ruoli.

Del resto la Hepburn aveva alle spalle una lunga carrellata di personaggi femminili molto diversi, alcuni decisamente semplici, per non dire umili, come Sabrina, Arianna, o la timida bibliotecaria Jo di Cenerentola a Parigi, altri molto più aristocratici come la nobile Nataša di Guerra e pace, o la principessa Anna di Vacanze romane. Perciò la metamorfosi di Eliza Doolittle non è stata certo difficile per lei.

Tutto il film è un gioco meraviglioso, un continuo bisticcio armonioso, una scommessa dai risvolti imprevedibili e un inarrivabile duetto tra il maestro e l’allieva, tra cultura e ignoranza, tra eleganza e sguaiatezza, ma soprattutto tra un uomo e una donna, che finiranno per imparare entrambi qualcosa, l’uno dall’altra. Perché alla fine dell’esperimento, partito come una semplice scommessa, ci saranno profondi cambiamenti non solo nella vita della fioraia, ma anche in quella del severo insegnante, il quale si sorprenderà a provare sentimenti che non aveva mai lasciato insinuare nella sua vita tranquilla e ordinata.

La trama sentimental-romanzesca, perfettamente ambientata nell’Inghilterra del primo ‘900, in cui i ruoli dell’uomo e della donna erano rigidamente definiti, così come le classi sociali, dà al film un impianto di base molto ben delineato, a cui si aggiunge una sceneggiatura ironica e perfettamente calibrata per esaltare le caratteristiche dei personaggi.

Tuttavia, trattandosi di un musical, è ovvio che la musica sia l’elemento di maggior rilievo. Nonostante lo spettacolo di Loewe, da cui è tratto il film, avesse avuto un successo clamoroso a Broadway nell’interpretazione di Julie Andrews, i produttori decisero di scegliere un’attrice più conosciuta come la Hepburn, che però aveva decisamente più scarse doti canore rispetto alla dolce interprete di Mary Poppins.

Fu quindi necessario doppiarla per la maggior parte delle canzoni, e il doppiaggio fu affidato alla cantante Marnie Nixon, che, curiosamente, doppiò quello stesso anno anche Julie Andrews in Mary Poppins. Harrison invece utilizzò la propria voce, come aveva già fatto con successo a teatro.

Diverso è il discorso del doppiaggio italiano. Credo che My Fair Lady sia stato uno dei più difficili adattamenti di un film straniero per la versione italiana. La difficoltà stava nel rendere in italiano il dialetto Cockney della povera fioraia: il suo linguaggio era infatti caratterizzato da un’erronea e cacofonica pronuncia delle vocali, che il professor Higgins cercava di trasformare in un inglese perfetto, tale da poter affrontare i migliori salotti dell’aristocrazia londinese.

Nell’adattamento italiano si scelse di far parlare Eliza in un dialetto misto tra pugliese, napoletano e ciociaro, accentuandone la volgarità e la sguaiatezza. Famosa la scena dell’ippodromo, quando Eliza, vestita di tutto punto da gran signora, incita il cavallo che è rimasto indietro gridandogli: “Ma che, ti pesa il c…?”, gettando nello sconforto più profondo il povero professor Higgins.

Sicuramente sarebbe meglio vedere il film in lingua originale, per poter apprezzare maggiormente l’interpretazione della Hepburn, che riuscì a rendere tutti gli accenti sgrammaticati e le pronunce sbagliate tipiche del Cockney, dialetto dei sobborghi londinesi, tipico delle classi lavoratrici. Purtroppo il doppiaggio italiano, pur con tutte le buone intenzioni, non rende giustizia alla bravura della Hepburn.

Per quel che riguarda invece le canzoni e gli scioglilingua, va detto che la traduzione italiana è stata sufficientemente accurata, ed è riuscita, per quanto possibile, a non travisare il senso generale del film. Le canzoni italiane sono cantate da Tina Centi, la stessa che ha doppiato Mary Poppins.

Il film, candidato a 12 Oscar, ne vinse ben 8, per il miglior film, la miglior regia, il miglior attore protagonista, la fotografia, la scenografia, i costumi, la colonna sonora e il sonoro, a cui vanno aggiunti 3 Golden Globe e un David di Donatello per il miglior film straniero.

Non ci meraviglia quindi che ancora oggi, dopo quasi 60 anni, restiamo incantati di fronte a quella rana che, gracidando in campagna, si trasforma in uno splendido cigno, avvolto in un fantastico vestito bianco e nero, e sotto l’enorme cappello mostra tutta la grazia, l’eleganza e il lungo meraviglioso collo di Audrey Hepburn.

 

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

24 pensieri riguardo “My Fair Lady (1964)”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...