La sposa in nero (1968)

Lieve come una spinta, implacabile come il veleno, soffocante come un piccolo spazio sigillato dal nastro adesivo, inesorabile come una freccia, spietato come un coltello da cucina, fatale come un casuale colpo di fucile. Strane definizioni per un film romantico. Eppure c’è più romanticismo in questo noir che in tanti film dalle atmosfere ben più variopinte.

Il sesto lungometraggio di Truffaut, immediatamente successivo a Fahrenheit 451 dell’anno precedente, è un film che parla d’amore, assoluto ed estremo, che si trasforma in vendetta, altrettanto assoluta e devastante. Di solito i film romantici finiscono col matrimonio, qui invece le nozze sono il punto di partenza della storia, l’incipit tragico e fatale che dà inizio e senso alla narrazione. Ma lo spettatore lo scopre solo a metà della storia.

Il film inizia presentandoci una donna, che ha la sensualità ammaliante e lo sguardo tristissimo di Jeanne Moreau, prepararsi ad un viaggio, dopo aver messo in valigia un’ingente somma di denaro. Alla prima sosta, la vediamo con un elegante abito bianco, invitata ad un ricevimento, mentre flirta col padrone di casa. Poi la sciarpa le sfugge dal collo, impigliandosi nella tenda da sole, lui si arrampica sul parapetto per prenderla, e lei in un attimo, fredda e senza esitazione, lo spinge di sotto, mentre la sciarpa vola via portata dal vento, e lei si eclissa altrettanto rapidamente.

E’ solo il primo di una serie di delitti inquietanti, apparentemente senza motivo, che la donna eseguirà implacabilmente, uno dopo l’altro, depennando via via un elenco di nomi da un taccuino. Capiamo quindi che è spinta da un motivo ben preciso, ma non sappiamo quale. Solo a metà del film scopriamo quale logica tragicamente romantica si celi dietro gli omicidi e il suo mancato suicidio iniziale. Ed è l’unico momento in cui la maschera da sfinge di Jeanne Moreau cede alla sofferenza.

Si tratta della lucida vendetta di una donna che ha visto morire sotto i suoi occhi l’adorato marito, proprio il giorno delle nozze, all’uscita dalla chiesa. L’incidente, involontario, è causato dalla scommessa di un gruppetto di amici che giocano con un fucile, provando a colpire il parafulmine della chiesa dirimpetto. Dunque la morte dello sposo è solo una tragica fatalità, ma per la donna, da quel momento, la sua vita avrà senso solo in funzione di vendicare la morte del suo unico grande amore.

Come fino ad allora era vissuta solo per lui (scopriremo che si erano conosciuti da bambini), da qui in poi vivrà solo per onorarne la memoria, vendicandone la morte. Neanche parlare con un prete, a cui confida i propri propositi, riesce a distoglierla dal suo folle progetto: il sacerdote le ricorda che non può trasformare azioni dettate dall’odio in un atto d’amore, ma lei si sente ancora più motivata a perseguire il suo scopo.

Truffaut dirige un capolavoro dove la maestria sta nel disorientare e colpire lo spettatore, fino al machiavellico finale. Dall’ ammirazione che il regista francese aveva per il maestro del brivido nasce un noir con tutti i tratti dell’Hitchcock classico, perfino con le stupende musiche di Bernard Herrmann. Un film gelido, perfetto, con una protagonista il cui viso algido e vendicativo, dall’espressione impietrita, rimane inciso nella mente.

“La suspense è in sé spettacolo. È l’arte di mettere il pubblico nell’azione, facendolo partecipare al film”. In queste parole dello stesso Truffaut sta tutta la magia de La sposa in nero: il regista infatti aveva il dono di coinvolgere lo spettatore anche scoprendo subito le sue carte migliori.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Cornell Woolrich, da cui differisce però in alcune cose: intanto viene omessa la figura dell’avversario poliziotto e non viene spiegato come abbia fatto Julie a rintracciare le sue vittime. Inoltre mentre il romanzo teneva celati fino alla fine l’identità e il movente della donna, Truffaut decide di rischiare svelandoci gradatamente l’antefatto e le motivazioni, ma il rischio si trasforma in un punto di forza per il film.

Così lo spettatore rimane coinvolto in prima persona nella vicenda e finisce per parteggiare per l’ignota vendicatrice, senza poter provare la minima pietà per le vittime. Anzi, non desideriamo altro che vedere le loro inutili vite spegnersi, nella speranza che si spenga anche la sofferenza della protagonista. Il film non ha gran ritmo all’inizio, ma poi si segue fino alla fine senza respiro.

Ogni omicidio viene preparato con particolare lentezza dalla seducente Julie che prima fa in modo di conoscere anche intimamente le sue vittime, per poi sedurle e infine sopprimerle. Ogni omicidio è diverso dagli altri nell’esecuzione, talmente perfetto da sembrare una macabra e inquietante opera d’arte. E man mano che il progetto diabolico di Julie va avanti, le ragioni che lo hanno determinato si svelano con sapiente lentezza allo spettatore.

Per quanto riguarda il ricco cast, oltre a Jeanne Moreau, vanno ricordati Claude  Rich nei panni della prima sua vittima, il dongiovanni Bliss, Michael Lonsdale nei panni dell’arrogante politico René Morane, e due attori spesso scelti da Truffaut per i suoi film, Michel Bouquet e Charles Denner, nelle vesti rispettivamente di Coral e del pittore solitario.

Truffaut imita apertamente l’amato maestro Hitchcock e dà vita ad un’opera di altissimo livello, malgrado non fosse particolarmente amata dallo stesso regista francese. La sua finissima regia dosa perfettamente suspense e ironia, utilizzando bellissimi flashback e inquadrature particolarmente originali; Jeanne Moreau è grandiosa, infida e poliedrica, per come si trasforma di volta in volta a seconda della vittima da colpire, sempre in maniera asciutta, essenziale, il necessario ma niente di più. Nulla è lasciato al caso, eppure così sembra. E anche questo non è da tutti.

Qualcuno ha voluto vedere un parallelismo tra La sposa in nero di Truffaut e la vendicatrice tarantiniana di Kill Bill, ma sinceramente, a parte il particolare dell’elenco di nomi sul taccuino, il paragone mi sembra decisamente azzardato, soprattutto pensando alla classe innegabile della Moreau.

Ci sono registi, come Truffaut, che lasciano il segno, nel senso che, guardando un loro film, la firma risulta immediatamente riconoscibile. Questa storia presenta dei passaggi geniali e una certa macabra ironia, con un meccanismo narrativo ripreso poi in molti film successivi, arrivando a creare un noir anomalo nella struttura, in qualche modo morboso, ingegnoso nelle sequenze degli omicidi, e capace di sfruttare al massimo l’innegabile carisma e la presenza scenica della protagonista, fino all’ultimo geniale piano sequenza, in cui il grido finale si perde sulle note della marcia di Mendelssohn.

SPUNTI DI CINEMA: Grandi Classici

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

6 pensieri riguardo “La sposa in nero (1968)”

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