Anthony Perkins, il fascino inquieto dell’ambiguità

La sua immagine di giovane nevrotico, perennemente tormentato e indeciso, dall’aspetto di eterno ragazzo ma angosciato e inquieto, unito al fisico gracile e a uno sguardo enigmatico che poteva dire tutto e il contrario di tutto, condizionarono fortemente la sua carriera, impedendogli di esprimere appieno il proprio talento.

Nasce a New York, il 4 aprile 1932, ed è figlio d’arte: suo padre Osgood, che morirà cinque anni dopo la sua nascita, era stato un noto attore teatrale e uno dei migliori caratteristi di Hollywood. Dopo gli studi alla Columbia University e al Rollins College di Winter Park in Florida, si avvicina al teatro dove si fa notare in diverse esibizioni, fino ad arrivare sui palcoscenici di Broadway.

Nel cinema, fa il suo esordio nel 1953 in un piccolo ruolo nel film L’attrice, una commedia di George Cukor. Poi si dedica con assiduità alla televisione, fino a quando William Wyler lo sceglie per il ruolo di coprotagonista in La legge del Signore (1956), dove ottiene subito la sua prima, e unica, nomination all’Oscar. Dopo questo primo successo interpretò una serie di film in cui impersonava adolescenti sensibili e introversi che, alla ricerca di sé stessi, entravano in conflitto con la figura paterna; del resto la sua eccessiva magrezza e l’espressione angosciata facevano di lui l’interprete ideale di personaggi schivi, introspettivi, spesso nevrotici, e a volte perseguitati.

Alcuni esempi di queste sue interpretazioni sono visibili ne L’uomo solitario (1957) di Henry Levin e Il segno della legge, di Anthony Mann, dello stesso anno, poi nel dramma di ambiente sportivo Prigioniero della paura, di Robert Mulligan, e in due cupi melodrammi La diga sul Pacifico, di René Clément e Desiderio sotto gli olmi (1958), di Delbert Mann. Si rivelò capace di interpretare anche personaggi adulti ed emotivamente maturi come nel fantascientifico L’ultima spiaggia (1959) di Stanley Kramer, e si dimostrò non privo di talento per la commedia sentimentale in film come Bella, affettuosa, illibata cercasi, di Joseph Anthony, Verdi dimore, di Mel Ferrer e In punta di piedi (1960) di Joshua Logan.

La sua consacrazione avvenne grazie a Hitchcock con Psyco (1960), dove offrì una recitazione raffinata e piena di sfumature, in cui riesce difficile distinguere l’attore dal suo personaggio, quello del folle assassino Norman Bates. Per non restare imprigionato nel ruolo che gli aveva dato notorietà internazionale, lasciò Hollywood e si trasferì in Francia. Prima impersonò uomini giovani innamorati di donne più mature, come nel film Le piace Brahms? (1961), accanto a Ingrid Bergman, o nel dramma Il coltello nella piaga, del 1962, in entrambi i casi diretto da Anatole Litvak.

Per il primo dei due film di Litvak vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes come miglior attore, unico premio di rilievo della sua carriera. Poi partecipò a film meno felici come Uno dei tre (1963) diretto da André Cayatte, Un’adorabile idiota (1964) di Édouard Molinaro, o Le scandale ‒ Delitti e champagne (1967) di Claude Chabrol. Rivelò una certa staticità anche nel suo migliore film del periodo francese, Il processo (1962), tratto da Kafka e diretto da Orson Welles.

Nel 1967 tornò negli Stati Uniti, dove negli anni Settanta fornì ancora diverse interessanti interpretazioni, che culminano con la partecipazione ad Assassinio sull’Orient Express (1974) diretto da Sidney Lumet. Tuttavia in seguito il suo declino come attore si fece rapidissimo, e tra il 1983 e il 1990 si spinse fino a interpretare i due controversi seguiti di Psyco, uno dei quali, Psyco III (1986) da lui stesso diretto.

Conclude la carriera con il pessimo horror tedesco L’uomo della porta accanto (1991), dopo aver riproposto stancamente nell’ultimo periodo il solito personaggio tormentato e inquietante che non era mai riuscito a togliersi di dosso.

È stato sposato per 19 anni con l’attrice Berry Berenson, da cui ha avuto due figli, Oz e Elvis, entrambi attori. Colpito dall’AIDS, quando ancora non esistevano i farmaci che ci sono oggi e non si sapeva che interagire con un sieropositivo non comportava alcun rischio, non volle subire lo stigma sociale che ne sarebbe derivato e di comune accordo con la moglie prese la decisione di nascondere la malattia al mondo intero. Aveva 60 anni quando si spense nella sua casa di Los Angeles, il 12 settembre 1992: al suo capezzale solo la moglie e i due figli, le uniche tre persone, insieme a pochissimi amici fidati, a sapere che stava morendo.

«Ho imparato di più sull’amore, l’altruismo e la comprensione in questi ultimi anni, frequentando i malati come me, che nel mondo spietato e competitivo in cui ho trascorso la mia vita»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinekolossal


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

23 pensieri riguardo “Anthony Perkins, il fascino inquieto dell’ambiguità”

  1. Come attore lo ricordo in Psyco ma non sapevo che fosse trapassato piuttosto ancora gi8vane a causa dell’HIV così diciamo in “solitudine” causa i soliti pregiudizi che per l’epoca erano sicuramente notevoli. Buonanotte cara Raffa 🌹Non ti vedevo più sul Reader tanto è vero che ieri sera ti ho cercato sui blog da me seguiti ma inserendo Nonsolocinema e mi diceva inesistente, soltanto questa sera ho notato che il tuo blog si chiama Raffa 🙃

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    1. Mi dispiace che tu abbia avuto problemi… In realtà è Wp che dà i numeri: l’altro giorno non riuscivo neanch’io a trovare un blog che so esistere, ma Wp lo dava inesistente. Comunque con Raffa vai sul sicuro, ma il blog si chiama Nonsolocinema, e l’altro Solorecensioni. Buona giornata 🌷

      Piace a 1 persona

    1. Ha avuto la sfortuna di ammalarsi nel periodo in cui non se ne sapeva nulla e i pregiudizi erano all’ordine del giorno. Cmq ha finito la sua vita serenamente, circondato dai suoi cari. Meglio di tanti altri.

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