Lo specchio della vita (1959)

Inserire questa pellicola in un genere non è solo difficile, ma è anche riduttivo. Chiaramente siamo di fronte a un dramma, ma i temi affrontati sono molteplici e universali, dai pregiudizi del razzismo all’importanza dell’apparenza nella società, fino al difficile equilibrio fra affettività ed egoismo, e tra ambizione e infelicità. Il regista è quel Douglas Sirk, che ha firmato alcuni dei più bei melodrammi del cinema americano, da Magnifica ossessione a Come le foglie al vento, fino a Il trapezio della vita e poi questo film, con cui si ritira dalla regia e da Hollywood, trasferendosi in Europa.

Al centro della storia due donne diversissime, non solo per il colore della pelle e la posizione sociale, ma soprattutto per il carattere: da una parte l’ambiziosa Lola Meredith, che cavalca con successo e senza troppi traumi il sogno americano diventando un’attrice di successo, dall’altra l’umile Annie Johnson, bloccata sul piano sociale, in quanto nera, che resta in un angolo, ad occupare il ruolo di governante che la vita le ha riservato.


L’aspetto particolare della vicenda, che a un certo punto della loro vita lega le donne con un filo comune, è il rapporto difficile con le loro rispettive figlie, per motivi anche qui del tutto differenti. Susie, la figlia di Lora, si sente trascurata dalla madre, tutta presa dalla sua carriera, mentre Sara Jane, la figlia di Annie, disprezza la madre e se ne vergogna, perché rappresenta tutto quello da cui lei vuole fuggire.

I protagonisti di questo film sono tutti personaggi che rifiutano di accettare se stessi per quello che sono, o più propriamente, per quello che appaiono: Lora Meredith, interpretata da Lana Turner, è un’aspirante attrice che deve affrontare costantemente gli sguardi di chi la considera non più così giovane da poter realizzare il suo sogno; Steve Archer, impersonato da John Gavin, è un giovane fotografo che finirà per lavorare per una società di pubblicità, nonostante le sue aspirazioni artistiche; Sara Jane,  che è la vera protagonista del film, rifiuta di essere considerata nera, nascondendosi nel colore chiaro della sua pelle, ereditato da un padre praticamente bianco. Arriverà a ripudiare e umiliare la madre per poter sostenere la sua menzogna.

Questa stigmatizzazione dei personaggi è evidente fin dalla prima sequenza del film, quando Lora incontra la madre di Sara Jane, Annie, interpretata da Juanita Moore, e presume che la donna non sia la madre, ma la governante della piccola Sara Jane. Un presupposto doppiamente pregiudizievole: come donna di colore deve essere una serva e, inoltre, non può essere la madre di una giovane ragazza bianca. Ma quegli stessi pregiudizi che Lora nutre nei confronti di Annie, si troverà a subirli quando cercherà lavoro nel mondo dello spettacolo, e le verrà detto chiaramente che, data la sua non giovane età, non sarà facile, a meno di non accettare compromessi umilianti di ogni genere.

E anche Sara Jane, dopo essersi costruita una vita “da bianca”, in cui tutti ignorano le sue origini, dovrà fare i conti prima con la verità, che le esploderà tra le mani quando meno se lo aspetta, poi con i rimorsi nei confronti della madre, quando sarà troppo tardi.
Il film riesce così ad esibire gli stereotipi della società razzista facendo risaltare negli spettatori dell’epoca le loro responsabilità. Sirk non enfatizza però alcun aspetto, rilevando tutt’al più quanto le profonde carenze sociali possano portare alle peggiori conseguenze per chiunque.

Il tono drammatico è sempre abbastanza contenuto: non c’è mai la ricerca della lacrima facile, ma piuttosto il tentativo di far riflettere lo spettatore su quanto l’incapacità di accettare la realtà e la continua aspirazione ad una vita diversa, possano portare solo all’infelicità. In questo senso Sirk dosa sapientemente la componente tragica, con una metafora crudele e spietata della società arrivista. Tutto il film ruota dunque attorno a questo conflitto tra la realtà e la proiezione delle aspirazioni di ciascuno dei suoi personaggi, come si vede anche nei rapporti madre-figlia che ne nascono: paradossalmente, mentre Sara Jane rifiuta l’amore totale e incondizionato della madre, sognando una madre bianca simile a Lora, Susie, interpretata da Sandra Dee, vorrebbe ricevere dalla madre l’affetto e le attenzioni materne che Annie dimostra per Sara Jane. Lora invece, impegnata a inseguire la sua carriera, trascura la figlia per egoismo.

Forse questo film oggi può apparire datato, anche se la vicenda razziale, sotto altre spoglie, è ancora attualissima.  Quella che invece è ancora validissima è la splendida regia di Sirk. L’alternanza perfetta di punti di ripresa dall’alto, dal basso, e poi campi lunghi, medi e primi piani che si susseguono alla perfezione, creano sequenze molto suggestive soprattutto quando nell’inquadratura compare uno specchio, che riflettendo la realtà, la ribalta.

“Lo specchio è l’imitazione della vita. La cosa interessante dello specchio è che non ti mostra come sei, ti mostra il tuo opposto” La frase è proprio del regista, e se l’immagine speculare come riflesso del contrario può essere considerata una delle icone della sua filmografia, questa pellicola è probabilmente l’opera che meglio la rappresenta e rimane uno dei film più emotivamente intensi mai realizzati.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

7 pensieri riguardo “Lo specchio della vita (1959)”

  1. Credo di averlo visto anche io, molto tempo fa. Il personaggio di Sara Jane mi fa venire in mente il libro di Philip Roth “La macchia umana”. La trasposizione cinematografica è parziale, perché nel romanzo il professore veniva da una famiglia di colore, ma nascondeva le sue origini proprio grazie al fatto che non era nero.

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