Fritz Lang, tenebroso visionario

Fritz Lang, pseudonimo di Friedrich Christian Anton Lang, nasce a Vienna il 5 dicembre 1890, e sin dalla sua giovane età dimostra di non sapersi adattare con facilità a certe circostanze della vita spesso inaccettabili.
Studia poco e male, a 18 anni si iscrive ad architettura, ma non perché gli piaccia: vuole soltanto accontentare i suoi genitori e calcare le orme del padre che è un costruttore di successo. Non finisce neppure questi studi, ma preferisce andare a Monaco e da lì inizia a girare il mondo e a dedicarsi a ciò che più gli piace: la pittura.

Ferito durante il primo conflitto mondiale, mentre si trova in ospedale, conosce il regista cinematografico Joe May, al quale sottopone alcuni brevi racconti che aveva scritto nel corso dei suoi viaggi. Il regista, dopo averli letti, li acquista tutti e ingaggia Lang come suo sceneggiatore.
Così ebbe inizio la carriera cinematografica di uno dei più grandi maestri del cinema americano.
La sua prima sceneggiatura fu per un film del 1917, ormai andato perduto, ma si sa che Lang non fu affatto soddisfatto nel vederlo sullo schermo, tanto che prese una decisione drastica: o mettersi dietro una macchina da presa o abbandonare il cinema. Scrisse altre sceneggiature per film oggi andati irrimediabilmente perduti, ma evidentemente chi dirigeva questi film non riusciva a rendere in immagini ciò che Lang aveva scritto e pensato.

Così nel 1919 diresse di sua mano Halbblut (perduto anche questo), ma il giovane regista aveva notato che in Germania la situazione si stava facendo pesante e si giravano principalmente film di evasione, così comprese che anche il genere sensazionale e il romanzesco potevano attrarre il pubblico. In questo periodo conobbe il produttore Erich Pommer, che aveva una sua filosofia: creare film in Germania, belli e commerciabili anche all’estero. Pommer vide in Lang un potenziale genio, e l’incantesimo del produttore si compì nel momento in cui Lang convolò, in seconde nozze, con una scrittrice della piccola nobiltà prussiana, Thea von Harbou. Lang trovò così un’anima gemella della scrittura e con lei iniziò una lunga collaborazione cinematografica.

Il loro primo film insieme è Destino, del 1921, un film sul tema della morte, in tre episodi ambientati a Bagdad, a Venezia nel XV secolo e in Cina: in esso di nota per la prima volta il gusto di Lang per l’esotico e il kitsch, e la sua propensione a mescolare mistero e melodramma in una storia d’amore appassionato. L’ampio utilizzo di effetti speciali piacque molto al pubblico: cavalli volanti, rotoli di pergamena che si muovevano da soli, un esercito in miniatura che usciva da una scatola, tutte novità che furono subito plagiate da Douglas Fairbanks, il quale comprò il film, lo ritirò dalla circolazione e lo copiò ne Il ladro di Bagdad del 1924. La rappresentazione oscura e impassibile della morte sarà ripresa anche da Bergman ne Il settimo sigillo.

A seguire fu realizzato Il dottor Mabuse nel 1922, che mostrò l’interesse di Lang per l’ambiente urbano e per il genere thriller, e sarà il film che lo renderà famoso in campo internazionale. Nel 1924 diresse I Nibelunghi creato in due parti: La morte di Sigfrido e La vendetta di Crimilde. Un’opera gigantesca, per cui l’autore non ebbe mai molta simpatia forse a causa del personaggio di Sigfrido, che trovava poco eroico. Si ricordano gli exploit scenografici della foresta ricostruita in studio con alberi e fiori finti, le enormi costruzioni barbariche, il drago animato artigianalmente, le scalinate monumentali, che diventano esse stesse luoghi di scontri, battaglie e movimenti di massa.

Nel 1927 Lang firma Metropolis, probabilmente il suo film più famoso, archetipo di fantascienza distopica. Venne girato dal regista di ritorno da un viaggio a New York e a Hollywood, e la sua concezione della città avveniristica, su cui è basato, risente proprio delle suggestioni newyorkesi. Metropolis, infatti, è ambientato in una città futuristica dove i lavoratori sfruttati sono sul punto di rivoltarsi contro i governanti. Anche quest’opera, a distanza di anni, fu criticata dal regista perché poco razionale e troppo legata alla magia e alla scienza.

Nel 1931 realizza il suo primo film parlato, M il mostro di Düsseldorf, un capolavoro di maestria cinematografica definito da molti il manifesto dell’espressionismo tedesco. Dopo tante opere basate sul fascino del romanzesco, Lang sentì il bisogno di girarne una più realistica, ispirandosi a un fatto di cronaca nera. La figura del protagonista, un eccezionale Peter Lorre, ricorda infatti quella del cosiddetto mostro di Düsseldorf, un assassino di bambine che aveva terrorizzato la città alla fine degli anni Venti e la cui cattura era stata resa possibile, a quanto sembra, dalla fattiva collaborazione della malavita, minacciata dall’attivismo delle forze dell’ordine.

Gli anni passarono e la fama di Lang crebbe tanto da arrivare all’orecchio del nuovo partito nazista che si stava creando in Germania. Ben presto fu contattato da Joseph Goebbels, ministro di Hitler, affinché dirigesse il cinema tedesco, quindi facesse film di propaganda. Lo stesso Lang raccontò più volte che, appena ascoltata la proposta del ministro, la sera stessa s’imbarco verso Parigi. Dopo una breve esperienza parigina decise con sicurezza, nel 1934 di partire per Hollywood alla ricerca di una nuova condizione di vita. L’ultimo film che girò in Germania, prima di fuggire dal nazismo è Il testamento del dottor Mabuse, del 1933.


Arrivato ad Hollywood nel 1934, Lang firmò subito un contratto con la MGM sotto il grande produttore David O. Selznick, fiducioso che questi gli avrebbe affidato carta bianca per la sua nuova esperienza. Ben presto il regista capì di essere finito nell’ingranaggio dello Studio System, dove vigeva la legge del marketing e non si aveva la libertà creativa che si voleva. La sua fortuna fu quella di aver firmato sempre contratti brevi e di aver potuto scegliere almeno i suoi progetti. Finalmente nel 1936 gli fu affidata la sua prima regia americana e affrontò uno dopo l’altro tutti temi scomodi.

Furia con Spencer Tracy mostrò subito il talento di Lang nel saper dirigere un film complesso per il messaggio che voleva esprimere: la bestialità della folla e la pulsione alla vendetta, il rapporto tra la folla e il linciaggio di un innocente. La narrazione mostra al pubblico l’ingiusto arresto, il tentativo di linciaggio, il processo senza prove concrete di colpevolezza: resta, ad oggi, uno dei film più coraggiosi che si siano mai fatti.
A seguire, nel 1937, diresse Sono innocente! questa volta con Henry Fonda, la storia tragica di un errore giudiziario.

All’inizio degli anni Quaranta, dopo una breve escursione nel genere western con Il vendicatore di Jess il bandito, Lang divenne il miglior realizzatore di film antinazisti: Duello mortale, del 1941, raccontava il tentativo di uccidere Hitler, Anche i boia muoiono, del 1943, parlava del popolo ceco e della resistenza all’invasione nazista mentre Maschere e pugnali, del 1946, è una storia di spionaggio con risvolti d’attualità inerenti l’atomica. Sempre negli anni Quaranta il regista si dedicò al genere giallo/thriller, creando alcuni dei migliori film noir della storia del cinema americano.

La donna del ritratto, del 1944, ne è un esempio, come anche Il prigioniero del terrore, dello stesso anno, ambientato durante la seconda guerra mondiale, e poi Strada scarlatta del 1945, e Dietro la porta chiusa, del 1948, che sono capolavori indiscussi del genere. Lang con grande passione e cura della scena e dei personaggi mostra di saper dar vita ad opere realizzate al meglio.
Quando finì nella lista nera del maccartismo, accusato di essere un comunista, Lang si abbandonò al pessimismo e capì che ben poco era cambiato da quando aveva realizzato Furia, e sembrava quasi che lui stesso vivesse la tragica esperienza del protagonista del suo primo film americano. Questo lo portò sempre più ad avere una visione cupa, dove la violenza e la vendetta sembravano i temi costanti di un’America che si stava industrializzando e viaggiava verso il progresso.

Così film come Bassa marea, del 1950, La confessione della signora Doyle, del 1952, Gardenia blu e Il grande caldo, entrambi del 1953, affrontano i temi chiave della nuova filosofia del regista: la violenza che si fa feroce, la giustizia che non giudica in maniera equa i colpevoli e la società che rimane a guardare senza poter fare nulla. Ancora alcuni film di questo tipo furono realizzati nella seconda metà degli anni Cinquanta: La bestia umana, nel 1954, Mentre la città dorme e L’alibi era perfetto, entrambi del 1956, mostrarono l’ambiguità della giustizia morale. Gli anni Sessanta decretarono la fine della carriera del regista che vide in Hollywood un mondo che declinava, voleva solo film di cassetta fatti rapidamente e a basso costo, e questo non andava bene a un regista che aveva una cura maniacale dei suoi prodotti.

Il diabolico Dottor Mabuse, del 1961, fu il suo ultimo film da regista, anche perché stava perdendo la vista. Gli anni successivi furono ricchi di onori e riconoscimenti: tra le altre cose, nel 1963, Jean-Luc Godard lo volle come attore e alter ego ne Il disprezzo, ma il cinema si era inesorabilmente avviato verso altre strade. Per tutto il resto della sua vita non lavorò più, rimanendo però sempre lucido, e morì nella sua casa di Hollywood nel 1976, a 86 anni.

«Sono molto felice quando faccio un film. Non è
una seconda vita per me, è la vita»

FONTI: ciakhollywood – Treccani, Enciclopedia del cinema

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

17 pensieri riguardo “Fritz Lang, tenebroso visionario”

  1. Molti anni fa mi capitò di vedere “M. il mostro di Dusseldorf”, e mi piacque molto; mi piacerebbe vedere altro di questo regista, oltre a “Metropolis”, che è già in lista da tempo; tu cosa mi consiglieresti? Grazie, buon pomeriggio! 🙂

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