Il mago della pioggia (1956)

Una favola romantica, su misura per i due protagonisti, che danno qui il meglio di sé, favoriti anche dalla struttura decisamente teatrale della pellicola, che non si perde in dettagli inutili ma concentra tutta l’attenzione sugli attori e i dialoghi. Il film è tratto da un lavoro teatrale di Richard Nash sull’incapacità di amare, anche se la storia, all’apparenza semplice, sembra ruotare intorno ad un imbroglio.

Un ciarlatano dalla parlantina travolgente gira per le campagne tormentate dalla siccità, promettendo la pioggia in cambio di un lauto compenso; entusiasta della vita, vive di sogni e fantasie e ha molto da insegnare alla non più giovane Lizzie Curry, che vive con il padre e due fratelli l’esistenza noiosa e rassegnata di una matura zitella di campagna. L’esuberante imbroglione entrerà all’improvviso nella vita della famiglia Curry, facendo emergere pregi e difetti dei singoli membri, ma anche rancori e desideri nascosti. Sarà proprio lui a scuotere Lizzie, dandole un po’ di coraggio e ravvivando la sua autostima, facendole capire che, nonostante l’età e l’opinione dei suoi familiari, è ancora una donna attraente che merita di essere amata. Non è pioggia quella che porterà, ma un vento nuovo capace di travolgere le vite di tutta la famiglia.

Così la donna, dal carattere scontroso e ribelle, finirà per addolcirsi e accettare la corte di un vedovo da sempre innamorato di lei. Al mago della pioggia non resterà altro da fare che andarsene da solo, ma non senza aver fatto piovere come promesso.
Il film punta tutto sul carisma dei due protagonisti, e vince alla grande. La Hepburn, che in quel periodo si era specializzata in ruoli di zitella stagionata, non trova difficoltà a calarsi nel personaggio, mostrandone tutte le sfaccettature e guadagnandosi la settima candidatura all’Oscar e la seconda al Golden Globe: la sua Lizzie, cresciuta in una famiglia di uomini, dai modi bruschi e poco femminili e incapace di aprirsi all’amore, è un personaggio un po’ stereotipato che la Hepburn riesce a rendere intenso e unico.

Lancaster da parte sua è un fiume in piena, e pare che avesse accettato il ruolo proprio per le caratteristiche del personaggio, che gli avrebbe permesso di esprimere al meglio le sue capacità istrioniche: si prodiga infatti in una recitazione sopra le righe, riuscendo ad essere esuberante sia nei modi che nel fascino, e in qualche modo si prepara al personaggio del truffatore che quattro anni dopo gli porterà l’Oscar per Il figlio di Giuda.

Ottimo anche il cast di contorno, tra cui spiccano i due fratelli di Lizzie, interpretati da Earl Holliman, che vinse il Golden Globe nel ruolo del fratello minore, e Lloyd Bridges nella parte del fratello maggiore, sempre impegnato a tarpare le ali al fratellino e a ricordare alla sorella che è inutile aspettare il principe azzurro.

Il film, a metà tra melodramma e commedia sentimentale, è in fondo una favola agrodolce, molto meno leggera di quanto vorrebbe sembrare, che ha la sua forza nei dialoghi, vivaci e disinvolti anche quando peccano di una certa verbosità. Il ritmo è comunque scorrevole e nonostante il film duri due ore, la visione non annoia mai, anzi è estremamente gradevole, grazie al virtuosismo degli attori e a una storia dal sapore fiabesco che sa alternare momenti divertenti ad altri di profonda riflessione. Una pellicola che ancora oggi sa regalare emozioni.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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