Io confesso (1953)

Questa pellicola, considerata uno dei film minori di Hitchcock, arrivò dopo una serie di grandi successi del regista, l’ultimo in ordine di tempo, L’altro uomo, di appena due anni prima. Il film non incontrò il favore del pubblico, secondo alcuni per la recitazione un po’ “legnosa” di Montgomery Clift. In realtà la storia era molto intrigante, non solo per gli aspetti religiosi della vicenda, quanto per il concetto di senso di colpa e la tensione magistralmente creata intorno ad un protagonista innocente che non può discolparsi.

La trama è abbastanza semplice, anche se si infittisce nel suo svolgersi, per il concorso di situazioni e personaggi secondari. Montgomery Clift interpreta un prete cattolico che ascolta la confessione di un assassino, ed essendo vincolato dal segreto confessionale, non può rivelare quello che sa alla polizia che svolge le indagini. E continua ostinatamente a tacere anche quando lui stesso viene sospettato di quell’omicidio. Dovrà affrontare il processo e il disprezzo popolare, ma rimarrà fedele al suo segreto fino alla fine, quando sarà l’astuzia e l’intelligenza dell’ispettore di polizia a risolvere la situazione, senza costringerlo a tradire la sua fede.

L’intreccio non è particolarmente complesso e forse per questo Hitchcock non amò molto questo film, perché non c’erano grandi colpi di scena a movimentare la vicenda. Tuttavia la tensione rimane sempre molto alta, ed aumenta progressivamente man mano che lo spettatore assiste alla messa sotto accusa dell’innocente protagonista, con cui inevitabilmente si è portati a solidarizzare.

La vicenda è tutta imperniata sul personaggio del prete, di cui il regista costruisce il ritratto psicologico in maniera accurata: è un prete dal passato non propriamente religioso, che ha preso l’abito in seguito a una delusione amorosa più che per una vera vocazione. Tuttavia, quando si trova di fronte al dilemma etico se tradire i suoi doveri per evitare l’impunità del colpevole, non ha esitazioni, e affronta anche la possibilità di essere condannato a morte, con profonda dignità e fermezza.

I critici furono particolarmente duri con Clift, accusandolo di mostrare un’unica espressione facciale per tutto il film, e in effetti si può dire che l’espressione di Monty è in qualche modo granitica, ma non significa immobile o spenta. Tutt’altro: la maschera di questo grandissimo attore è intensa, profonda ed eloquente, racchiude tutta la dignità del personaggio, la sua integrità morale e la sua certezza di essere nel giusto, ma nello stesso tempo riesce a esprimere tutti i dubbi che tormentano la sua coscienza.

Questa pellicola è quella in cui traspare con maggior forza la formazione cattolica di Hitchcock, istruito in un severo collegio gestito da gesuiti, anche se l’argomento non era certo facile da affrontare perché metteva in discussione la segretezza della confessione, uno dei dogmi fondamentali del cattolicesimo. E non c’è solo questo: il genio del regista complica la vicenda inserendo tematiche intriganti e ambigue come la tentazione e il desiderio, il senso di colpa, che fa subire un ricatto ingiusto, e la punizione che diventa espiazione. E la tensione che si crea tra i personaggi è ben sostenuta dagli attori, spesso con dialoghi muti, fatti di sguardi.

Anche se Clift rimane protagonista assoluto della scena, con quel viso onesto e quasi angelico, perfetto per chi deve tacere ma parlare solo con gli occhi, intorno a lui non sono da meno i comprimari. Karl Malden nel ruolo duro del poliziotto che non vuol farsi fregare dall’abito religioso, ma che sa anche non fermarsi alle apparenze, e soprattutto Otto Hasse, attore tedesco che interpreta l’assassino in tutte le sue sfaccettature, dalla vigliaccheria iniziale con cui scarica perfidamente la colpa sul prete, fino al rimorso e al pentimento finale che preludono alla redenzione e all’assoluzione. Meno incisiva Ann Baxter, nel ruolo dell’ex fidanzata del prete, protagonista di alcuni flashback, salienti per approfondire alcuni aspetti della vicenda e tratteggiare ancora meglio la figura del protagonista.

Film quindi anomalo nella produzione hitchcockiana, per l’assenza di quel tocco di ironia che contraddistingue i suoi capolavori più noti, e anche per una certa staticità dell’azione, oltre che per l’assenza di una figura femminile di rilievo; rimane però il tema della ricerca ossessiva della verità, e quello di una giustizia superiore che si contrappone alla fallace giustizia terrena. Ma rimane soprattutto la capacità unica che aveva il regista di creare un atmosfera cupa e sospesa, quella sensazione di attesa spasmodica e a tratti insostenibile, in cui la tensione sale in un crescendo continuo, fino alla soluzione del mistero, che ristabilisce gli equilibri e rasserena l’animo.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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