L’ultimo samurai (2003)

Questo è uno di quei film che ci ho messo parecchio a decidere di vedere, perché pensavo fosse la solita americanata, e per quanto ami Tom Cruise quando affronta le sue missioni impossibili, scalando a mani nude le montagne o disinnescando ordigni con una forcina, non glielo vedevo proprio in un film sull’Oriente. Poi mi hanno regalato il DVD, e ho ceduto alla tentazione di vederlo. E non me ne sono pentita. Più di due ore e mezza di film, ma si bevono in un sorso, grazie al ritmo sostenuto dell’azione, al fascino incantevole dell’Oriente, e sì, anche grazie a Tom Cruise.

Siamo nel 1876. Un capitano dell’esercito americano, Nathan Algren, divenuto famoso per avere sconfitto i pellerossa, viene reclutato dall’imperatore giapponese per addestrare il suo esercito in modo da sconfiggere un gruppo di samurai ribelli. In realtà il capitano non è proprio un eroe, ma un alcolizzato che vive alla giornata, cercando di dimenticare le orribili stragi di indiani di cui si è reso responsabile durante la guerra, e accetta l’incarico solo per i soldi.

Durante uno scontro con i ribelli, viene fatto prigioniero e ha così modo di conoscere da vicino un mondo che all’inizio non comprende, perché troppo lontano dal suo, ma che gradatamente finisce per apprezzare e rispettare. Passerà quindi dalla parte dei ribelli, abbracciando completamente la filosofia dei samurai, dove l’onore e il rispetto del nemico sono il fondamento della lotta. Per lui sarà l’occasione per riscattarsi dagli orrori compiuti in passato, e per rinascere a nuova vita, anche se il riscatto non sarà indolore.

Il regista Edward Zwick ha dichiarato di amare molto il cinema di Kurosawa e di avere studiato a lungo la storia giapponese nel periodo che ha portato il Giappone ad incontrare l’Occidente dopo oltre 200 anni di isolamento. “In tutte le culture il passaggio dalla tradizione alla modernità è sempre drammatico e violento. Anche visivamente. Ogni immagine racconta la contrapposizione tra vecchio e nuovo. Inoltre ho sempre considerato i valori della cultura del Samurai ammirevoli e validi: in particolare il comprendere che violenza e compassione esistono fianco a fianco e che poesia, bellezza, arte sono anch’esse parte della formazione di un guerriero, come la scherma e la forza fisica”.

A questa sua buona predisposizione verso il Giappone, il copione affianca la denuncia di molti aspetti oscuri della storia americana. Il generale Custer è dipinto come un fanatico di se stesso, e si affronta senza reticenze il tema dello sterminio dei nativi indiani oltre alla vendita di armi nel mondo: tutte colpe che il capitano Nathan si porta dentro e sente di non poter espiare. Così la pellicola diventa una riflessione sulla Storia, americana ma non solo, e sulle storie individuali e collettive, sulle guerre fratricide, sulla violenza, sulla guerra come necessità assurda, il tutto filtrato attraverso i temi del sacrificio, della lealtà, dell’onore, e del loro tradimento da parte di chi cerca solo guadagno e potere. Ma il tema del film è anche la ricerca di equilibrio, di una interiorità spirituale che il Giappone offre, sia pure tra tante contraddizioni, all’Occidente.

Dal punto di vista tecnico il film è ben strutturato, girato come si faceva una volta, con un ritmo narrativo lento, tra spettacolari scene di massa e di battaglia, e momenti di riflessione silenziosa e di intimità, con qualche concessione al romanticismo di maniera, ben lontano dalle passioni violente così care all’Occidente.

Dal punto di vista storico, pur rappresentando vicende realmente accadute, ne stravolge la cronologia, unificando due eventi che nella storia giapponese sono ben distinti, la guerra Boshin e la ribellione di Satsuma, avvenuta quasi dieci anni dopo. Inoltre nel film sembra che gli stranieri presenti in Giappone, nel periodo in cui sono ambientati gli avvenimenti, siano per lo più americani, mentre all’epoca le potenze straniere più rappresentate erano Italia, Francia, Gran Bretagna e Olanda. Tuttavia, se si eccettuano questi particolari, la pellicola è nell’insieme sufficientemente realistica.

Dopo tutto si tratta di un film epico, secondo gli schemi tipici hollywoodiani, e ciò nonostante raramente mi è capitato di vedere, in una pellicola americana, una cura e un’attenzione così particolare per una cultura “diversa”, e una tale capacità di mescolare poesia e melodramma, battaglie memorabili e valori dimenticati, in due ore e mezza di film che scorrono piacevolmente, senza mai pesare, neppure nei passaggi più lenti.

Inoltre trovo che la pellicola sia di grandissima attualità, perché invita a riflettere sul rapporto con quelli che consideriamo diversi da noi. Superata la prima reazione di diffidenza reciproca, ci si accorge che ognuno può imparare dall’altro, proprio attraverso il rispetto delle diversità e la conoscenza delle rispettive culture.

Nell’insieme l’ho trovato un film bellissimo, dall’inizio alla fine, con molti punti di forza. La storia coinvolge ed emoziona, con dialoghi mai banali, e la realizzazione è molto curata, con scenografie paesaggistiche da togliere il fiato e scene di battaglia ben fatte, una splendida fotografia e la meravigliosa colonna sonora di Hans Zimmer. Interpreti indiscutibilmente bravi, Watanabe anche meglio di Cruise. Anche la filosofia dei samurai, con i suoi valori di onestà, amicizia e lealtà, è ben rappresentata, e il finale commuovente, per una volta, non è un’americanata, ma un valore aggiunto.

Complimenti agli amici che hanno indovinato: Austin Dove de Il Blog di Tony, Matilde di Cucinando poesie (che ha partecipato anche se momentaneamente fuori sede), Paol1 di Un futuro per i nostri figli, Farida de la borsetta delle donne, e Antartica Di tanto un po’… .

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

41 pensieri riguardo “L’ultimo samurai (2003)”

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