Bunny Lake è scomparsa (1965)

Splendido thriller, affascinante e ben recitato, in cui una sceneggiatura particolarmente curata mescola le carte, ingarbugliando sempre di più la trama, fino ad un finale che è un piccolo capolavoro. Preminger, regista originale e coraggioso, sembra muoversi sulle orme di Hitchcock e Lang, ma riesce a creare un clima di ambiguità e disvelamento progressivo che rende il film qualcosa di unico, aggiungendovi anche quel tocco di erotismo morboso che caratterizza i suoi capolavori.

Una ricca ragazza-madre americana si trasferisce a Londra con il fratello e la figlioletta, ma improvvisamente la bambina scompare. Seguono ricerche affannose da parte della povera donna e della polizia, che ad un certo punto arriva a dubitare persino che la bambina sia mai esistita. Atmosfera e suspense degne di Hitchcock, fino all’epilogo con colpo di scena finale, davvero imprevedibile, in cui si scopre che il colpevole andava cercato non troppo lontano.

Il film si apre in un clima sereno, con l’arrivo a Londra dei protagonisti, ma inizia quasi subito l’incubo dai ritmi serrati che proseguirà per tutta la durata del film, in un gioco al massacro di domande intrecciate, che non trovano risposte. La suspense è costruita magistralmente nel confine sottile tra realtà e apparenza, in cui si inseriscono via via tumultuose morbosità familiari e inquietanti simbologie. La bambina che tutti cercano e che sembra sparita nel nulla, diventa ben presto un fantasma a cui anche lo spettatore cerca di dare un volto attraverso le descrizioni che la madre fa alla polizia: quattro anni, bionda, si chiama Felicia, ma tutti la chiamano Bunny.

Nel dedalo doloroso del disperato inseguimento sembra non esserci nessuna bambina da trovare, ed è in questo contesto che si inserisce la figura dell’ispettore di polizia, con l’ingrato compito di credere a una donna fragile che cerca la figlia, in un mondo dove nessuno, tranne lei, sembra averla mai vista. Qua e là sono disseminati indizi, apparentemente insignificanti, testimoni che non hanno nulla da testimoniare, se non la loro ambiguità che li rende sospettabili. Ad un certo punto persino il fratello della ragazza, lo zio di Bunny, non sembra scomporsi più di tanto davanti alla sua sparizione. Mentre la madre si mostra sempre più fragile e insicura, rivelando forse un abisso interiore più profondo di quanto possa apparire.

Un film atipico di orrore psicologico, in cui Preminger non lascia nulla al caso, e dissemina il percorso di indizi impercettibili. Si trattiene il fiato ogni volta che la soluzione sembra avvicinarsi, e si sospira ad ogni passo falso. Finiamo per essere anche noi vittime dell’ansia materna che Preminger non esita a gettarci addosso, snervandoci con inquietanti musichette infantili, carillon e figure raccapriccianti, tra bambole con gli occhi sbarrati e padroni di casa a dir poco ambigui.

Il merito principale del film è sicuramente quello di non sciogliere fino alla fine il clima di ambiguità su cui si regge la discreta tensione presente nella pellicola, per cui non si capisce fino alla fine se la bimba esista davvero o meno. Preminger si avvale di una certa inventiva per tutto il film, ma è nel finale che dà il meglio di sé, costruendo un colpo di scena davvero notevole, di maestosa intensità emotiva.

Carol Lynley si fa ammirare nel ruolo della madre, ma è Keir Dullea a fare la parte del leone nel ruolo del fratello, tenendo quasi tutto il peso del film sulle sue spalle, mentre Laurence Olivier, professionale come sempre, regge comunque il ruolo dell’ispettore con la consueta classe, ma non fornisce una delle sue prove migliori.

Forse un po’ troppo esasperata la figura dell’ambiguo padrone di casa, interpretato da Noёl Coward, amante di pratiche sado-masochistiche e del tutto disinteressato al dramma della giovane madre. Eppure sarà proprio lui a fornire un elemento chiave per arrivare alla soluzione.

Bellissima l’ambientazione londinese, con una Londra cupissima che fa da sottofondo, meravigliosamente fotografata in un affascinante bianco e nero, che contribuisce all’atmosfera torbida e misteriosa. Un film da riscoprire, che ancora oggi è in grado di regalare emozioni anche ad un pubblico ormai smaliziato, e immune a certe finezze stilistiche.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

11 pensieri riguardo “Bunny Lake è scomparsa (1965)”

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