La scuola (1995)

 

E’ un film che mi ha sempre dato un senso di profonda tristezza, nonostante sia vivacizzato da un’ironia frizzante, tipica delle nostre commedie più intelligenti. Popolato da personaggi pittoreschi, a volte un po’ sopra le righe, ma neanche poi tanto, fa un ritratto desolante ma purtroppo realistico delle nostre scuole di periferia, o almeno di come potevano essere all’epoca in cui il film uscì (figuriamoci adesso).

Il film è ambientato in un disastrato istituto della periferia romana, e si svolge tutto nel giorno degli scrutini, quando gli insegnanti si riuniscono per fare il punto della situazione della classe, tracciando una sintesi impietosa dell’andamento di ogni studente, mercanteggiando i voti e raccogliendo i frutti (si fa per dire) del loro lavoro.

Fin dall’inizio assistiamo ad uno spettacolo indecoroso, con professori distratti e annoiati, che vorrebbero finire il più in fretta possibile e andarsene in vacanza. C’è l’insegnante di francese, che odia il suo lavoro almeno quanto odia i suoi studenti; per lui sono tutti “beduini” senza speranza, braccia rubate all’agricoltura. C’è la professoressa d’inglese, ansiosa e piena di fobie, fragile e priva di nerbo, spesso vittima di scherzi da parte degli studenti e persino di un collega, famoso più per i suoi scherzi che per le sue capacità professionali. C’è il professore di geografia, severissimo e per questo odiato dagli studenti, e c’è il preside, che dovrebbe dirigere la scuola, ma è stanco, annoiato, ormai disinteressato al suo lavoro e ai ragazzi; cerca di farli promuovere tutti solo per non avere fastidi.

Gli unici personaggi positivi sono la Maiello, professoressa di matematica, simpatica, solare, stimata da tutti, e il professore d’italiano, Vivaldi, che sembra l’unico ad avere a cuore i ragazzi, ed è benvoluto da loro perché cerca di capirli, e di comunicare con loro, ascoltandoli.

E’ proprio lui a dare vita al film, ricordando particolari dell’anno scolastico, come la gita a Verona, e altre giornate più o meno memorabili, animate dai ritratti dei vari studenti, tutti particolarmente coloriti.

Così attraverso i flashback conosciamo la variopinta fauna che popola la scuola, dalla ragazzina carina ma oca, al bulletto che fa il prepotente perché non sa fare altro, dal classico secchione che non aiuta nessuno fino a Cardini, il ragazzo con una situazione familiare disastrata, che rischia la bocciatura perché non è mai stato interrogato.

Alla fine, dopo interminabili discussioni in cui tutti gli insegnanti sfogano delusioni e rancori reciproci, senza dimostrare alcun interesse vero per gli studenti (a parte Vivaldi), i ragazzi saranno tutti promossi, eccetto Cardini, nonostante Vivaldi si fosse battuto per lui a spada tratta.

Il ritratto impietoso della nostra scuola che esce da questo film ci mostra insegnanti disinteressati, annoiati, a volte più ignoranti dei loro stessi studenti, ma anche educatori capaci e sensibili, disillusi dal loro lavoro, e questi ultimi ben rappresentano tutta una generazione di educatori frustrati, come purtroppo se ne vedono tanti nelle nostre scuole; molti magari hanno iniziato a svolgere la loro professione come una missione, ma poi si sono arresi di fronte all’impossibilità di portarla a termine (un po’ come la Maiello).

Verrebbe da chiedersi perché. E’ troppo semplice dare la colpa agli studenti, sempre più svogliati e indisciplinati, sempre meno interessati ad imparare; ancora più semplice e qualunquista sarebbe dare la colpa alle strutture fatiscenti, all’esiguità dei contenuti didattici e alla loro inadeguatezza rispetto al mondo reale; ingiusto sarebbe parlare di scarsa preparazione degli insegnanti, visto che, a loro volta, sono il frutto della scuola stessa, come un serpente che si morde la coda.

Ecco allora che il regista (un sempre bravo Lucchetti) affronta queste tematiche complesse e ingrate scegliendo il registro del grottesco, limitandosi a una denuncia amara della realtà attraverso il paradosso, quasi a dirci, parafrasando Flaiano, che la situazione della scuola è grave, ma non seria.

Così sorridiamo, con un po’ d’incoscienza, di fronte a questi personaggi stereotipati, al limite della Commedia dell’Arte, in cui ognuno di noi può ritrovare un fondo di verità o l’amaro ritratto di un professore conosciuto nel corso della nostra vita. Preferiamo sorridere, come si dice, per non piangere. Perché alla fine dobbiamo prendere atto che la scuola, con tutte le sue mancanze, rispecchia il vuoto, la confusione, e la disorganizzazione dell’intera società, per non parlare della sua barbarie.

Attori tutti favolosi, ognuno nella propria caratterizzazione, in modo particolare Fabrizio Bentivoglio, il vice preside odiato per la sua intransigenza e per la malcelata soddisfazione con cui punisce gli impreparati, e Roberto Nobile, il professore di francese, che fa telefonate anonime su bombe inesistenti pur di non lavorare.

Su tutti spicca Silvio Orlando, uno dei più versatili attori del nostro cinema, che ho avuto modo di rivedere da poco nella serie The new Pope di Sorrentino, e mi sento di dire, senza timore di esagerare, che regge ampiamente il confronto sia con Jude Law che con John Malkovich, anzi in certi momenti la scena si regge solo su di lui.

Nel complesso La scuola è un film che si può rivedere, e fa ancora sorridere, ora molto più amaramente però, perché guardandolo ci si rende conto che le cose sono drammaticamente peggiorate, sia nella scuola che nella società. E’ doloroso pensare che un lavoro delicato, difficile e fondamentale come l’insegnamento, che quando è fatto bene può davvero cambiare il mondo, istruendo uomini e donne del domani, sia a tutt’oggi tra i più ostici e osteggiati e, purtroppo, tra i meno retribuiti.

SPUNTI DI CINEMA: Emozioni sui banchi di scuola


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

6 pensieri riguardo “La scuola (1995)”

  1. Di Starnone ho amato solo i libri riguardanti l’ambito scolastico e mi sono goduta l’ottima resa di Luchetti. Da “denti” alle Ferrantiadi, fino alle sue ultimissime produzioni, lo stomaco non ha retto l’uto. (Gusti personali, eh). 🙂

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