Unthinkable (2010)

Fino a dove vi spingereste per proteggere il vostro Paese? Il sottotitolo italiano dice già tutto, condensando in una frase la trama e il significato di questo film. Un terrorista americano, convertito all’Islam, ha piazzato tre ordigni nucleari in tre diverse città, e, una volta catturato, il problema sarà farlo parlare. Fino a che punto è lecito arrivare per evitare il disastro? La risposta è un thriller psicologico in cui la tensione è serratissima, e la violenza a tratti insostenibile.

In questo film, però, c’è molto di più, e più di una volta si raggiunge e si supera il limite di quello che sembra impensabile. Certamente lo è la tortura fisica e psicologica a cui il prigioniero viene sottoposto, ma lo è anche l’idea che un cittadino americano possa aver ordito un simile devastante piano, proprio contro il proprio Paese; impensabili sarebbero le conseguenze di un tale attentato, senza precedenti, e impensabili sono gli strumenti a cui si finirà per ricorrere, sia pur con riluttanza, per salvare milioni di vite innocenti. Non impensabile, ma decisamente imprevedibile, il finale angosciante di questo film, che, con amarezza, risponde in maniera definitiva a tutti i dilemmi etici che ha sollevato.

Vi avverto subito che il film non è consigliabile ad un pubblico impressionabile (io che normalmente non lo sono, l’ho guardato accartocciata sulla poltrona) perché la violenza mostrata è davvero estrema, tanto che si avverte tangibilmente la sofferenza fisica del torturato e quella psicologica di chi assiste senza poter far nulla. Non ho avuto problemi a vedere Saw – L’enigmista, ma questo è molto peggio, perché purtroppo è credibile.

Tuttavia si continua a guardarlo, quasi ipnotizzati, per vedere dove si arriverà e come finirà la sfida tra il bene e il male, anche se in certi momenti il confine tra l’uno e l’altro è davvero labile.

Le questioni in gioco sono parecchie: il terrorista viene portato in un luogo sconosciuto, una specie di bunker militare, e affidato alle amorevoli cure di un enigmatico personaggio (probabilmente un ex della CIA, ma non viene mai detto esplicitamente), che non si fa problemi ad infliggere le più impensabili torture pur di fargli confessare dove sono nascoste le bombe.

All’interrogatorio, se vogliamo chiamarlo così, assiste senza poter intervenire, un’agente dell’FBI, che si mostra fin da subito contraria ai metodi utilizzati, sia perché convinta che con la tortura non si ottengano informazioni attendibili, sia perché il terrorista è pur sempre un cittadino americano (come se torturare uno straniero fosse meno grave).

L’aguzzino invece rivendica il suo diritto di tentare in tutti i modi di farlo parlare, perché la posta in gioco è troppo alta; se a tratti sospende l’interrogatorio, per permettere alla donna di entrare e avvicinarsi al prigioniero, lo fa solo per dargli un attimo di tregua, ma poi riprende le torture con sempre maggiore crudeltà.

In quei pochi momenti che l’agente passa da sola con il terrorista, cerca di convincerlo a parlare, offrendogli la salvezza dal suo aguzzino in cambio di almeno una delle bombe, mettendo bene in chiaro che se lui non parla, lei non avrà nessun modo di fermare il suo torturatore.

Il ritratto psicologico dei vari personaggi è delineato molto bene, ed è la parte più interessante del film.

Il misterioso personaggio (Samuel Jackson) che sembra un novello Torquemada, indipendente da qualunque agenzia governativa e indifferente all’autorità, sembra molto sicuro di sé, come se facesse queste cose tutti i giorni, ed è un convinto sostenitore del motto machiavelliano del fine che giustifica i mezzi. Nello stesso tempo il film ce lo mostra anche padre e marito affettuoso, come se quello che succede nel bunker fosse solo un lavoro, ordinaria e noiosa amministrazione. Per far coesistere questi due aspetti della sua vita, famiglia e lavoro, ingurgita pillole non meglio identificate, che probabilmente servono a far tacere la sua coscienza, o a rimuovere il ricordo delle sue azioni.

L’agente dell’FBI (Carrie Ann Moss), che si trova catapultata nel bel mezzo dell’interrogatorio, senza nemmeno rendersene conto, sembra donna di sani valori morali, e tenta, per quanto le è concesso dai militari che hanno preso in consegna il terrorista, di farlo trattare umanamente, continuando a ripetere che è un cittadino americano e citando tutti gli articoli della costituzione che le vengono in mente; ciò nonostante, le vien più volte ricordato che la sicurezza nazionale prevale su tutto, e che lei è lì solo come osservatrice.

Il terrorista (Michael Sheen) sembra un povero diavolo, tanto che all’inizio si dubita persino che le bombe esistano davvero, e si pensa piuttosto all’opera di un mitomane; man mano che il tempo passa, e con lui le torture sempre più dolorose, ci accorgeremo invece di avere di fronte un fanatico convinto e votato al martirio.

Ed è a questo punto, con il tempo che incalza e la minaccia di un’esplosione nucleare che si fa sempre più imminente, che si arriva davvero all’impensabile, al di là di ogni immaginazione, con una soluzione che sarà accettata, sia pure a malincuore, anche dall’integerrima agente dell’FBI.

Non svelo il finale, che è davvero imprevedibile, e lascio a voi ogni giudizio su quello che il film mostra: comunque la si pensi, è una pellicola coraggiosa che sicuramente fa discutere, e pone diversi interrogativi a cui non è facile rispondere.

Trailer originale

Complimenti a Cap’s Blog, endorsum e l’amorevole elfa Sabry che hanno indovinato, e grazie per aver giocato.

 

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

3 pensieri riguardo “Unthinkable (2010)”

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