1946 – 2026
Gli amici lo chiamavano lo Stregatto, per quel suo sorriso inconfondibile e contagioso, capace di divertire ma anche di inquietare. Pochi altri attori hanno saputo personificare il Male come ha fatto lui, col suo fascino sinistro e lo sguardo luciferino. Eppure, dietro i panni trasgressivi e inquietanti dei suoi personaggi, si nascondevano un talento eclettico e una straordinaria presenza scenica, che gli hanno permesso di trasformare molti dei suoi ruoli in icone immortali della cultura pop, e di rendere indimenticabili tutti i suoi personaggi.

Timothy James Curry nasce il 19 aprile 1946 da Jim Curry, cappellano metodista della Marina, e Patricia, segretaria di scuola. A soli 6 anni, il piccolo Tim canta come soprano nel coro della chiesa e a dieci, comincia a prendere lezioni di recitazione. Frequenta la Lymm High School di Warrington ma, dopo la scomparsa di suo padre, stroncato dalla polmonite, il ragazzo si stabilisce con la madre e la sorella nella raffinata Bath, dove studia presso la Kingswood School. Fu durante questo periodo che iniziò a recitare nelle recite scolastiche. Conseguito il diploma, Curry si laurea brillantemente in Letteratura Inglese a Cambridge, e in Arte Drammatica, alla Birmingham University.

Il primo lavoro di Tim come attore, dopo l’università, fu nella produzione londinese originale di Hair nel 1968. Quando gli chiesero se avesse esperienza professionale e se fosse iscritto al sindacato degli attori, Tim mentì su entrambe le cose; quando i produttori scoprirono la verità, erano rimasti ormai talmente colpiti dal suo talento e dalla sua presenza scenica da sorvolare sulle sue bugie. La sua carriera rimane, però, indissolubilmente legata al diabolico Dr. Frank-N-Furter, il dolce travestito della Transilvania nel trasgressivo musical di Richard O’Brien. Curry fu il primo a interpretare il personaggio sulle scene londinesi con la regia di Jim Sharman, per poi portarlo a teatro a Los Angeles e New York, e infine sul grande schermo diretto dallo stesso Sharman nel 1975: inizialmente fu un flop ai botteghini, ma in seguito la pellicola conobbe una seconda vita diventando un film di culto.

Lo stesso Curry ha raccontato che il flop del film è stata la cosa migliore che gli potesse capitare: “La delusione è stata talmente cocente che dopo quell’esperienza non avevo più paura di niente. Perché niente avrebbe potuto ferirmi più di quelle critiche”. Curry aveva un talento particolare per i personaggi sopra le righe, tra ambiguità, ironia e minaccia. Se Frank-N-Furter era diventato il simbolo di una trasgressione teatrale destinata a influenzare generazioni di spettatori, nel 1990 l’attore seppe cambiare completamente registro interpretando Pennywise, il clown assassino della miniserie televisiva It, tratta dal romanzo di Stephen King. Un ruolo che lo consegnò anche all’immaginario horror e che sarebbe rimasto, per molti spettatori, la versione più perturbante del personaggio: Curry ne fece un clown beffardo e spaventoso, che alternava un tono giocoso a una ferocia senza pari. “L’idea di incarnare questo clown assassino mi faceva sentire al tempo stesso a disagio, e stimolato a mettermi alla prova. Ho grande rispetto per Stephen King e penso che sia un adattamento solido, ma non è stato divertente interpretare un personaggio così malvagio, né mi aspettavo che lo fosse”.

Dal 1975 al 1990 Curry ha svariate occasioni di dare prova del suo talento, e non solo come villain: nel 1982 è l’avido e crudele impostore che si spaccia per il padre di Annie, nel musical di John Huston, e tre anni dopo, nel cupo fantasy Legend (1985), impersona il Signore delle Tenebre, sopraffatto da un giovane Tom Cruise. Ma nello stesso anno è anche l’arguto maggiordomo Wadsworth che fa gli onori di casa in Signori, il delitto è servito, e la commedia si rivela il suo terreno più congeniale: a parte occasionali ruoli drammatici, in film come Caccia a Ottobre Rosso (1990) e I tre moschettieri (1993), dove disegna un cardinale Richelieu elegante, freddo e calcolatore, rendendolo memorabile, Curry sembra avere un talento naturale per la commedia.

Tra le sue interpretazioni più divertenti si ricorda il Mr. Hector, concierge al Plaza, in Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York (1992): nel film il ruolo è secondario, ma Curry riesce a renderlo iconico, costruendo una figura rigida e sospettosa, che diventerà protagonista di tantissime scene comiche. Nel 1996 è uno splendido Long John Silver ne I Muppet nell’isola del Tesoro, diretto da Jim Henson. A proposito di questa esperienza, Curry ha spiritosamente affermato di aver lavorato senza problemi. “La cosa straordinaria è che dopo un paio di giorni non li vedi più come pupazzi, ma come personaggi, come colleghi attori. Ed è stato uno dei set più allegri in cui ho lavorato, anche perché i Muppet sono molto meno egocentrici dei colleghi umani”.

Ma Tim Curry non ha lavorato solo al cinema. Nel corso della sua carriera, si è dedicato anima e corpo alle platee, calcando le scene con la Royal Shakespeare Company, il Royal National Theatre, la Glasgow Civic Repertory Company e il Royal Court Theatre, recitando Shakespeare, Brecht, Büchner e Stoppard. Tra il 2004 e il 2007, è stato in tournée con il musical Monty Python’s Spamalot che gli è valso la terza candidatura ai Tony (il premio Oscar del teatro) e una nomination al Laurence Olivier Award, per il ruolo di Re Artù.

Doppiatore assai dotato, Curry ha prestato la sua voce profonda ai più svariati personaggi dell’animazione come, ad esempio, il Generale Von Talon in Valiant – Piccioni da combattimento. Era stato scelto anche per dare vita al Joker nella serie animata di Batman, ma i produttori hanno giudicato la sua performance troppo cupa e terrorizzante. Per questo motivo è stato sostituito da Mark Hamill.
Tim Curry ha tentato anche la carriera musicale: sull’onda del fenomeno Rocky Horror che si era diffuso negli Stati Uniti, iniziò a lavorare con la A&M Records, realizzando tre album in studio tra il 1978 e il 1981. Sebbene nessuno dei suoi album abbia avuto successo commerciale, Tim ottenne una piccola soddisfazione con I Do The Rock, tratto dal suo album del 1979 Fearless, che raggiunse la posizione numero 53 nella classifica americana di Billboard. All’inizio degli anni Ottanta, era chiaro che Tim non era destinato a diventare una rock star, ma lui amava scherzarci su: gli piaceva raccontare di come, ogni volta che a Sting veniva chiesto cosa gli facesse pensare di poter recitare in un film, Sting rispondesse: “Se Tim Curry può fare tournée rock, non vedo perché io non posso recitare!”. Esiste anche un cd compilation, intitolato The best of Tim Curry, a proposito del quale l’attore ha spiritosamente affermato: “Non potevano chiamarlo Greatest Hits, perché non ce n’erano”.

Nel 2012 un grave ictus aveva profondamente limitato la sua attività. Curry aveva continuato a lavorare soprattutto con la voce, e aveva fatto una rara apparizione nel remake televisivo del Rocky Horror Picture Show del 2016, questa volta nel ruolo del narratore.
Lontano dai palcoscenici, Curry si è sempre dedicato ad attività benefiche, sostenendo iniziative a favore della ricerca e dell’assistenza per la distrofia muscolare. L’attore britannico, però, non ha mai alimentato il gossip, scegliendo di vivere la propria vita con grande riservatezza. Anche durante gli anni della massima popolarità aveva evitato di fornire dettagli sulla sua sfera sentimentale. Non si è mai sposato e non ha avuto figli.
Tim Curry si è spento a Los Angeles, a 80 anni, il 25 agosto 2026.
Con la sua morte scompare un attore che ha fatto dell’eccesso una forma inconfondibile di arte, capace di passare dal musical all’horror, dalla commedia al doppiaggio, senza perdere quella presenza scenica magnetica che lo aveva reso unico.

«Amo cimentarmi in ogni tipo di ruolo, è quello che mi tiene vivo. Non ho fatto l’attore per replicare infinite varianti dello stesso personaggio»
FONTI: timcurry.co.uk – dilei.it – mymovies.it – skyspettacolo.it
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