Inventore di un tipo di comicità originale, ha imposto sullo schermo un personaggio di italiano medio e mediocre che ottenne un successo clamoroso e straordinariamente duraturo: opportunista, sbruffone ma con prudenza, servile con i superiori, intraprendente con le donne ma inconcludente. Era capace di interpretare come nessun altro l’italiano tipico, con tutti i suoi vizi, ancora meglio di Gassman, perché il suo aspetto era pateticamente comune. Mattatore indiscusso della commedia all’italiana e simbolo incarnato della romanità, al pari di Anna Magnani, ma anche grande ricercatore di tipi umani; ha avuto la capacità, non invidiabile, di far vergognare lo spettatore, che guardava a lui come in uno specchio, riconoscendo i propri difetti, le bassezze, l’umanità deteriore. Per questo è stato amatissimo, ma anche detestato da molti.

Nacque a Roma, nel popolare rione di Trastevere, il 15 giugno 1920. Suo padre Pietro suonava il basso tuba nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, sua madre, Maria Righetti, era maestra elementare. Alberto era l’ultimo di quattro figli e portava il nome di un altro fratello, nato nel 1916 e scomparso dopo pochi giorni di vita. Fu un bambino prodigio, a modo suo. Lo raccontò lui stesso in un’intervista. «Sono nato per fare l’attore. E come avrei potuto fare altro? Sin dall’età di quattro anni rivelai una spiccata inclinazione per l’esibizionismo. Le mie sorelle furono le prime ad accorgersene e mi facevano recitare poesie nelle riunioni di famiglia. E tutti a dire: Quanto è bravo, diventerà un attore!»

Effettivamente, fin da ragazzo, non prese mai in considerazione un lavoro diverso da quello di attore, ma prima di raggiungere il successo dovette fare una lunga gavetta e subire molte umiliazioni. I suoi esordi furono simili a quelli di molti attori dell’epoca, divisi fra il teatro, la radio (allora diffusissima e popolarissima) e il cinema, che fra questi mezzi espressivi pareva di gran lunga il meno impegnativo e il più remunerativo. A 15 anni si recò a Milano per un corso di dizione. Tentò così di entrare all’Accademia dei Filodrammatici, ma non fu ammesso per lo spiccato accento romano. Nel 1937 vinse un concorso indetto dalla Metro Goldwyn Mayer per trovare un doppiatore italiano per Oliver Hardy: da allora lui e Mauro Zambuto, che doppiava Stan Laurel, sarebbero diventati le voci principali e più azzeccate del duo comico amatissimo anche in Italia.

Intraprese così una discreta carriera di doppiatore, fino agli anni ’50, doppiando tra gli altri Anthony Quinn e Robert Mitchum. Ancora oggi la sua voce inconfondibile, e per noi legata alla comicità, rende problematica la visione di film drammatici come La scala a chiocciola o Il massacro di Fort Apache, ed è sconcertante sentire la voce di Sordi in Domenica d’agosto doppiare un giovanissimo e allora sconosciuto Marcello Mastroianni. Nel corso degli anni ’30 cominciò a partecipare a spettacoli di rivista. In teatro il primo ruolo importante fu quello in Ma in campagna è un’altra… rosa, con la compagnia teatrale di Guido Riccioli e Nanda Primavera; Sordi fu sempre estremamente grato all’attrice che gli diede questa opportunità, e la volle in numerosi suoi film: per esempio, ne Il medico della mutua, del 1968, interpreta sua madre.

Durante la guerra lavorò molto nel teatro di rivista, a Roma come a Milano, un’esperienza formativa e avventurosa che avrebbe rievocato in uno dei suoi migliori film da regista, Polvere di stelle, del 1973. Nel 1947 la RAI gli offrì un programma radiofonico tutto suo, Vi parla Alberto Sordi: sviluppò così le macchiette di Mario Pio, del Conte Claro e del compagnuccio della parrocchietta che aveva già collaudato in teatro fin dagli anni ‘30. Proprio quest’ultimo personaggio gli procurò il primo ruolo da protagonista al cinema, dopo anni di piccole parti: Vittorio De Sica si offrì di produrre e dirigere Mamma mia che impressione! (1951), nel quale il suo petulante personaggio uscì dalla dimensione degli sketch radiofonici per diventare mattatore a tutto tondo. Tuttavia il film fu un insuccesso colossale.

Sordi era troppo avanti per i tempi: interpretava personaggi ossessivi e sgradevoli e arrivava a compiere audaci performance, come ad esempio girare per strada con la gonna per provocare i passanti e testarne le reazioni, o esibirsi in grottesche imitazioni di animali in cui annunciava, serissimo, «La gallina!» e poi si limitava a dire «coccodè». Era una comicità modernissima, che sarebbe diventata di moda solo negli anni ‘70 con il programma radiofonico Alto gradimento. Nell’Italia del dopoguerra poteva funzionare alla radio, in piccole dosi, ma risultava inaccettabile per il pubblico cinematografico. L’insuccesso di Mamma mia che impressione! bloccò la carriera di Sordi al cinema, anche se in quello stesso 1951 ebbe l’onore di recitare accanto a Totò in Totò e i re di Roma, l’unico film in cui i due giganti della comicità italiana compaiono assieme.

Nel 1952 avviene l’incontro con Federico Fellini che gli offre la travolgente caratterizzazione di un divo cialtrone dei fotoromanzi, ne Lo sceicco bianco. Anche questo fu però un fiasco al punto che i produttori del successivo lavoro di Fellini, I vitelloni (1953), accettarono la partecipazione di Sordi solo a condizione che il suo nome non venisse utilizzato nella pubblicità. Qui però avvenne il miracolo. D’un tratto il pubblico accettò con entusiasmo un personaggio non molto diverso da quelli che l’attore aveva già interpretato senza incontrare consensi: un giovane già non più di primo pelo, infingardo, mammone, viziato, ipocrita, anche un po’ vigliacco. La sequenza in cui rivolge il gesto dell’ombrello a degli sterratori, salvo poi doversela dare a gambe quando l’automobile su cui si trova resta in panne, entrò subito nella leggenda.

Come avviene in questi casi, Sordi fu improvvisamente richiestissimo e venne infilato in una infinità di commediole, inanellando più di dieci partecipazioni speciali in quello stesso anno 1953. Nel 1954 si trovò protagonista di tre film con risultati più che buoni: Il seduttore di Franco Rossi, in cui è un donnaiolo velleitario, Un americano a Roma di Steno, dove dà vita a un logorroico ragazzotto romanesco frastornato dal mito dell’America, e L’arte di arrangiarsi di Luigi Zampa, in cui interpreta un tipico arrivista dell’Italietta più deteriore, che passa senza batter ciglio dai fascisti ai comunisti.

Sordi ha il merito indiscusso di aver creato un nuovo genere di comicità: prima di lui il comico, da Charlot e Ridolini fino a Macario e Totò, era stato fisicamente molto caratterizzato (un ometto, un grassone, un tipo macilento, spesso vestito in maniera stravagante), che appariva sempre in condizioni di inferiorità rispetto all’ambiente (perché povero, o debole, o simpaticamente mentecatto), ma ispirava, con i suoi svantaggi, tenerezza e solidarietà. Ora, invece, il personaggio proposto da Sordi era lontanissimo da tutto ciò. Niente di particolarmente buffo nel suo aspetto di uomo qualunque, sulla trentina, non più bello ma neanche più brutto di tanti altri. Niente di particolarmente spassoso nel suo modo di parlare e di muoversi, né da stupido né da imbranato, e ben poco di attraente nel suo modo di comportarsi. Un mediocre, insomma, come se ne vedono tanti: nei confronti del quale si prova una certa superiorità, ma con cui si sente anche un’inconfessabile affinità, per via delle sue debolezze.

Il personaggio-Sordi era estremamente realistico, e anche la sua parlata romanesca non era solamente un’inflessione di natura geografica, ma un modo di esprimersi dietro cui si sentiva l’Italia del boom, dei quattrini facili, dei ministeri e delle raccomandazioni. Naturalmente, tutto ciò era sostenuto dallo straordinario talento dell’artista, geniale nell’osservazione dei tipi che rifaceva, diabolico nel penetrarne e riprodurne i difetti, e lavoratore instancabile, non solo sui testi, dei quali era sempre coautore, ma anche nel modo di portarli sullo schermo. Nella sua lunga attività, avrebbe dato anche prova di poter essere versatile, interpretando personaggi lontani dal suo cliché; tuttavia nella maggior parte degli oltre 130 film a cui partecipò, Sordi ripropose continue variazioni di quell’italiano qualunque, di cui sembrava detenere il monopolio. Fu così almeno fino al 1962, quando Vittorio Gassman ottenne un clamoroso successo con Il sorpasso di Dino Risi.

Il ritratto fatto da Gassman di quel fanfarone, in superficie persino attraente, ma sotto sotto debole, furbastro, vuoto esponente dell’Italia del boom, dimostrò che altri potevano affrontare le parti di Sordi, tanto che presto a Gassman si affiancarono, in situazioni analoghe, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi; la stagione aurea della cosiddetta commedia all’italiana si sarebbe fondata sulle peripezie di questi quattro attori, presi singolarmente o talvolta riuniti, magari nei singoli episodi di uno stesso film. Ma la galleria di ritratti a tutto tondo creati da Sordi, e improntati a una critica amara della società contemporanea, avrebbe finito per costituire un unicum senza pari.

Difficile estrarne solo qualche titolo, perché tutti ugualmente riusciti, al di là del successo di pubblico o di critica, ma mi piace ricordane alcuni particolarmente significativi, oltre ai già citati: La grande guerra (1959), Il vedovo (1959), Il vigile (1960), I due nemici (1961), Il maestro di Vigevano (1963), I complessi (1965), Il medico della mutua (1968), Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1969), Lo scopone scientifico (1972), Polvere di stelle (1973), Finché c’è guerra c’è speranza (1974), Un borghese piccolo piccolo (1977), Il malato immaginario (1979), Il marchese del Grillo (1981), In nome del popolo sovrano (1990), Nestore, l’ultima corsa (1994). Senza dimenticare il ruolo di Don Abbondio nello sceneggiato RAI I promessi sposi, del 1989. Gli ultimi film in cui fu regista di sé stesso furono in parte deludenti, perché invecchiando Sordi aveva perso, se non il mordente, la fiducia nella propria comunicatività. Ma la sterminata produzione del lungo periodo in cui era stato incomparabile non cessò mai di essere riproposta in televisione, incontrando il favore anche delle nuove generazioni.

Non si è mai sposato ed è stato sempre molto riservato sulla sua vita privata. Al di là della battuta con cui rispondeva a chi gli chiedeva perché non si fosse mai sposato (Che faccio, mi metto un’estranea in casa?), spiegò in più di un’intervista che la dedizione totale al suo mestiere di attore non gli avrebbe mai permesso di essere un buon marito e un buon padre.

Sordi ci ha lasciato il 25 febbraio 2003, a 82 anni, per le complicazioni di un tumore ai polmoni che l’aveva colpito nel 2001, e l’immensa partecipazione ai suoi funerali mostrò fino a che punto la nazione continuava a riconoscersi nella maschera con cui era stato sempre identificato. I funerali, davanti a una folla enorme e commossa, si svolsero a Roma nella basilica di San Giovanni in Laterano. Sulla sua tomba è stata scritta, come epitaffio, la battuta del film Il marchese del Grillo: “Sor marchese, è l’ora”.

Gigi Proietti, uno dei suoi pochi veri eredi, riprese una gloriosa tradizione romana leggendo un sonetto nello stile di Giuseppe Gioachino Belli.
«Io so’ sicuro che non sei arrivato ancora da San Pietro in ginocchione.
A mezza strada te sarai fermato a guarda’ ’sta fiumana de persone.
Te rendi conto sì c’hai combinato?
Questo è amore sincero, è commozione, rimprovero perché te ne sei annato, rispetto vero, tutto pe’ Albertone.
Starai dicenno “ma che state a fa’? Ve vedo tutti tristi, ner dolore”.
E c’hai ragione: tutta la città sbrilluccica de lacrime e ricordi, che tu non sei soltanto un grande attore, tu sei tanto de più: sei Alberto Sordi»

«La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico.
Si può ridere su quasi tutto»
FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – raicultura.it
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è vero, nessuno meglio di lui ha saputo incarnare l’italiano dei suoi tempi, a mio avviso i suoi film migliori sono La grande guerra, Tutti a casa e Un borghese piccolo piccolo
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Bellissimo articolo! Me lo rileggo stasera.
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Buongiorno 1 Ma che bello questo articolo.
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Grazie, buongiorno a te
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Penso che Fellini fu fondamentale per il suo lancio.
Con Sordi ho un duplice rapporto. Adoro le sue interpretazioni in bianco e nero. Mentre per il cinema a colori non sempre l’ho amato.
Probabilmente alla sua carriera mancò qualche regista in grado di valorizzarlo quando era più maturo (perché lui stesso fu il primo a non riuscirci in talune occasioni).
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E’ che secondo me alla fine aveva finito per ripetersi. Un po’ come Totò, un grande sicuramente, però visto un suo film, li hai visti tutti.
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Gran bel racconto, grazie. Epica la sua risposta sul matrimonio. Per me è stato protagonista di uno dei pochi film italiani che mi sono piaciuti: Detenuto in attesa di giudizio.
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Ha saputo rendere anche gli aspetti più drammatici dell’italianità, e quelli più deteriori.
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Lui unico!
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👏👏👏
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🙏
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Unico nel suo genere, un grande davvero 🥀🥀🥀
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Gli hanno spesso paragonato Verdone, ma per me non c’è confronto. Buona serata Giusy ✨
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…anche secindi me il confronto non regge!!! Buona serata a te cara Raffa 🌺
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Grazie!
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Sono davvero contenta di aver letto questo tuo articolo bellissimo, sei sempre così precisa ed accurata. Mi piaceva davvero tanto Alberto Sordi, lo rivedo in molte scene con Monica Vitti. Mi riporta ai tempi della mia infanzia, quando tutto sembrava possibile…quanti ruoli ha interpretato, lo ricordo anche nella parte di Guglielmo il dentone, grande il nostro Albertone e grande la nostra Raffa 👏🏻👏🏻👏🏻 buonanotte ✨️✨️✨️
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Mi dispiace Valy, eri di nuovo finita in spam…
Anche a me Sordi ricorda la mia infanzia, adesso purtroppo si vede poco in televisione, invece andrebbe recuperato. Buona giornata 🌺
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Figurati Raffa, cose che succedono. Avevo immaginato. Sono d’accordo con te, Sordi andrebbe recuperato.
Buona serata 🌺
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Alberto Sordi… era un uomo di altri tempi… una comicità e una gentilezza innata…
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Incarnava soprattutto i vizi e le macchiette dei romani, molto più di Manfredi…
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Sì, però secondo me andava oltre la romanità. Rappresentava proprio tutti gli italiani, almeno in quell’epoca. Adesso per fortuna siamo un po’ meglio, di poco, ma un po’ meglio 🙂
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grande attore, un po’ meno come uomo
ti consiglio il biografico Permette? Alberto Sordi
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