Steve McQueen, una vita spericolata

Il suo nome completo era Terence Steven McQueen. Nasce a Indianapolis il 24 marzo 1930 e ha un’infanzia difficile. Abbandonato dal padre, viene affidato a uno zio dalla madre, che non aveva i mezzi per mantenerlo, e cresce con lui in una fattoria del Missouri, finendo anche per alcuni periodi in riformatorio. Nel 1947 entra nel corpo dei Marines che lascia tre anni dopo, iniziando a guadagnarsi la vita con i lavori più diversi. Nel 1952 si trasferisce a New York per studiare recitazione e nel 1954 riesce a entrare all’Actors Studio, scelto, assieme a Martin Landau, tra ben duemila aspiranti.

Provetto pilota e grande appassionato di corse e di motori anche nella vita privata, costruì la sua immagine di duro rifiutando controfigure e preferendo girare personalmente anche le scene più rischiose. Contribuì così alla nascita del suo mito di divo spericolato. Con il suo fisico atletico asciutto, il volto scavato, i gelidi occhi azzurri e il sorriso beffardo, che sapeva emanare un rude fascino da uomo vissuto, si impose come interprete perfetto per i ruoli da antieroe solitario, coraggioso e seducente, avventuroso e romantico, sempre in grado di conferire ai suoi personaggi una sottile vena ironica.

Comincia col farsi notare a Broadway, sostituendo Ben Gazzara, e nel 1956 viene subito scritturato per debuttare sullo schermo, nel ruolo di Fidel, in Lassù qualcuno mi ama, di Robert Wise, accanto a Paul Newman. Ottiene quindi il suo primo ruolo da protagonista nel film Blob – Fluido mortale, del 1958, un classico della fantascienza e felice metafora della guerra fredda. Nello stesso anno acquista una vasta popolarità con la serie televisiva Wanted: dead or alive, e viene scelto da John Sturges come uno dei pistoleri de I magnifici sette, nel 1960, film che riscosse un enorme successo internazionale.

La consacrazione definitiva, che lo proiettò nell’olimpo delle grandi star hollywoodiane, giunse con La grande fuga, sempre per la regia di Sturges e altro strepitoso successo commerciale, in cui è un ufficiale rinchiuso in un campo di concentramento nazista che, dopo diversi goffi tentativi di fuga, partecipa con tutti i prigionieri alleati a una sfortunata quanto spettacolare e rocambolesca evasione, nel suo caso in motocicletta.

Dopo una parentesi nel genere della commedia con Soldato sotto la pioggia e Strano incontro, entrambi nel 1963, interpretò la parte di un asso del poker in ascesa che si scontra con il miglior giocatore d’America nel film Cincinnati Kid, del 1965. Fu quindi il meticcio che vendica lo sterminio della propria famiglia nel western Nevada Smith, di Henry Hathaway, del 1966, il marinaio in missione nella Cina degli anni Venti in Quelli della San Pablo, un kolossal bellico di Robert Wise del 1966, per il quale ottenne una nomination all’Oscar, e poi il ladro gentiluomo de Il caso Thomas Crown, del 1968.

Nello stesso anno interpreta il poliziesco Bullitt, in cui dà il volto all’omonimo tenente di polizia, disegnando il più complesso e sfaccettato dei suoi antieroi, con un’interpretazione magistrale. Più tardi dirà che quello di Bullitt è stato il personaggio a cui si era più affezionato e che lo rappresentava più di qualunque altro, il solo ad aver rispecchiato fedelmente le sue convinzioni personali.

Nel 1971 ebbe l’occasione di impersonare sullo schermo un pilota da corsa in Le 24 ore di Le Mans e fu diretto nel 1972, per la prima volta, da Sam Peckinpah nel ruolo del cowboy da rodeo ne L’ultimo buscadero, elegia crepuscolare sul tramonto del mito del West. Il film fu un fallimento commerciale, ma Peckinpah e McQueen si rifecero quello stesso anno con l’eclatante successo di Getaway! in cui l’attore interpretò alla perfezione la figura di un rapinatore in fuga verso il Messico, inseguito dalla polizia.

Ormai sulla cresta dell’onda, recitò nelle più grosse produzioni dell’epoca: fu ingaggiato per interpretare l’evaso dalla Cayenna nell’epico kolossal Papillon nel 1973, e l’anno successivo il taciturno capo dei pompieri nel film catastrofico L’inferno di cristallo, grande successo di pubblico, che può essere considerata la sua ultima grande interpretazione.

Nelle prove successive il declino fu evidente, sia nel deludente Il cacciatore di taglie, del 1980, sia soprattutto in Tom Horn, dello stesso anno, un western anti epico in cui McQueen offrì la sua ultima interpretazione dello struggente personaggio di un pistolero disilluso, alla deriva in un mondo che lo rifiuta e lo tradisce.

Appassionato di motociclismo, automobilismo, aeronautica e arti marziali; collezionista di auto e moto, dopo la sua morte, molti dei suoi prototipi furono venduti all’asta. Amante della velocità, gli è stata ritirata la patente più volte e ha dovuto pagare numerose e salatissime multe in un ciclo pressoché continuo durato oltre 30 anni.

Sempre intransigente, puntiglioso e difficile da dirigere, a metà riprese de La grande fuga lasciò improvvisamente il set per disaccordi con la produzione e lo sceneggiatore. Rientrò grazie all’intervento di James Coburn e James Garner che lo convinsero a desistere. Senza di lui, il film non sarebbe mai stato completato.
Ne L’inferno di cristallo, fece modificare la sceneggiatura in modo che i suoi minuti di dialogo e i tempi di apparizione sullo schermo fossero uguali a quelli di Paul Newman, in quanto si riteneva, come attore, di gran lunga superiore al collega.

Repubblicano e conservatore ai massimi livelli, nel 1963 rifiuta di partecipare alla marcia su Washington per i diritti civili e, nel 1968, di unirsi a molti dei suoi colleghi di Hollywood per sostenere il senatore Robert F. Kennedy alla campagna presidenziale.
Colpito da un tumore pleurico causato da esposizione all’amianto, tiene nascosta la notizia e decide di isolarsi dal mondo per combattere la malattia per proprio conto. Muore il 7 novembre 1980 in una clinica messicana, a soli cinquantanni. Cremato, per sua volontà le ceneri furono disperse nell’Oceano Pacifico.
Tre matrimoni e due divorzi; il primo con l’attrice Neile Adams (due figli, Chad e Terry), poi con Ali MacGraw ed infine con la modella Barbara Minty, sposata l’anno della sua morte.


La celebrità mi ha dato la sicurezza economica, che equivale alla libertà. Ed è la sola equazione che conta.”

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – cinekolossal


Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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