Sidney Lumet, perfezionista di classe

Sidney Arthur Lumet nasce a Philadelphia il 25 giugno 1924, da una famiglia di attori teatrali. Fu quindi legato fortemente al teatro per formazione personale e culturale, e cominciò a calcare i palcoscenici di Broadway fin da bambino. Il debutto come attore cinematografico avviene con Quartiere maledetto, pellicola di propaganda bellica del 1939, che però segnerà un triste presagio nella sua vita. Infatti, nel 1942, interrompe gli studi universitari alla Columbia University per andare in guerra. Non reciterà mai più da quel momento, eccezione fatta per The Manchurian Candidate nel 2004.

Dopo la fine del conflitto si iscrisse all’Actor’s Studio inseguendo il sogno di recitare. Insoddisfatto dei metodi di Lee Strasberg, fondò una compagnia propria insieme ad alcuni colleghi. Nel 1950 cominciò a lavorare alla CBS come regista televisivo, attività cui si dedicò intensamente, collaborando a rubriche e programmi basati sulla drammatizzazione di eventi della cronaca e della storia. L’esordio nella regia cinematografica avvenne con La parola ai giurati (1957), un avvincente dramma giudiziario. A partire da allora, il suo modo di fare cinema ha continuato a basarsi su alcune costanti: il lavoro con gli attori, l’attenzione a tematiche di grande attualità, l’alta qualità della messinscena, il notevole ritmo del racconto, sostenuto dal montaggio.

Progressista convinto, ha tratto spesso ispirazione da testi teatrali e letterari, ottenendo i maggiori successi negli anni Settanta, quando ha puntato il suo sguardo critico su alcuni aspetti nevralgici della società statunitense, indagando in particolare sui rapporti tra criminalità e legalità, politica e televisione. Dopo il fulminante esordio, pur non ricorrendo a soluzioni espressive di particolare originalità, mostrò sempre una professionalità impeccabile, e si dedicò soprattutto alla trasposizione di testi teatrali contemporanei, lavorando con grandi attori come Henry Fonda, Marlon Brando, Katharine Hepburn, Anna Magnani e Sophia Loren, dando loro la possibilità di offrire interpretazioni memorabili. Appartengono a questo primo periodo film come Fascino del palcoscenico, del 1958, Quel tipo di donna, del 1959, Pelle di serpente, del 1960, Uno sguardo dal ponte, del 1962.

Dalla metà degli anni Sessanta Lumet tentò con successo alcune operazioni più azzardate, in film che contribuirono a rinnovare Hollywood, affrontando temi scabrosi con uno stile che guardava al cinema d’autore europeo: A prova di errore, del 1964, sulla minaccia di una guerra nucleare scatenata per errore; L’uomo del banco dei pegni, del 1965, sulla figura di un ebreo sopravvissuto al campo di concentramento, che vive l’incubo del ricordo nel degradato quartiere di New York dove lavora; La collina del disonore, sempre del 1965, duro apologo contro l’autoritarismo militare, ambientato durante la seconda guerra mondiale in un campo di prigionia inglese.

A questi si aggiungono un adattamento di J. Le Carré, Chiamata per il morto, del 1967, e uno di Čechov, Il gabbiano, del 1968; in quel periodo realizzò anche due film più vicini alla sua sensibilità, Il gruppo, sorretto da uno strepitoso cast femminile, e Addio Braverman, anch’esso con un ottimo cast, ma con interpreti solo maschili. Entrambi questi titoli furono però insuccessi commerciali. Con l’arrivo degli anni Settanta, il fiuto di Lumet si fa più affilato a partire da due claustrofobici gialli psicologici sul tema del dominio, il drammatico Spirale d’odio, del 1972, e Riflessi in un occhio scuro, del 1973; nello stesso periodo dirige due movimentati polizieschi, Rapina record a New York, con Sean Connery e Christopher Walken, e Serpico, con Al Pacino.

Nel 1974 raccoglie la crema del cinema hollywoodiano per Assassinio sull’Orient Express, dal capolavoro di Agatha Christie, a cui seguono a ruota Quel pomeriggio di un giorno da cani, nel 1975, e Quinto potere, nel 1976. All’inizio degli anni Ottanta tornò ad affrontare il tema della corruzione con Il principe della città, del 1981, uno dei suoi polizieschi più intensi e forse il più ambizioso, dalle atmosfere vicine a quelle di Scorsese. Memorabile fu anche Il verdetto, del 1982, vera lezione di messinscena classica basata su una sceneggiatura di ferro di David Mamet e sostenuta da una delle prove migliori di Paul Newman.

Sempre nel 1982 dirige poi Michael Caine e Christopher Reeve nell’intricato giallo Trappola mortale, mentre meno riuscito, ma ambizioso e comunque notevole per la complessità della costruzione, fu Daniel, del 1983, rievocazione del processo politico ai coniugi Rosenberg durante il maccartismo. Successivamente Lumet ha realizzato prodotti di discreta qualità ma scarsamente ispirati, come il dramma politico Power, del 1986, i polizieschi Il mattino dopo, dello stesso anno, Una estranea fra noi, del 1992, e Prove apparenti, del 1997, le ‘commedie nere’ Sono affari di famiglia, del 1989, e Se mi amate… del 1997.  

Vivere in fuga, del 1988, è invece un appassionante road movie, ispirato a un caso reale, sulla vita in clandestinità di una famiglia formata da una coppia di militanti di estrema sinistra e dai due figli, in fuga da anni dall’ FBI.
Nel 2005 riceve l’Oscar alla carriera, dopo ben 5 nomination.
Il suo ultimo film è Onora il padre e la madre, del 2007, con Ethan Hawke e il compianto Philip Seymour Hoffman.
Il 9 aprile del 2011, Sidney Lumet muore a New York all’età di 86 anni, dopo aver combattuto a lungo con un linfoma.
Nel 1949 aveva sposato l’attrice Rita Gam che sarebbe stata solo la prima delle sue molte mogli. Divorziato da lei nel 1954, passerà fra le braccia di un’altra attrice, Gloria Vanderbilt, poi della madre delle sue due figlie, Gail Buckley, legandosi infine a Mary Gimbel, sposata nel 1980.

«Non ci sono decisioni di poca importanza nella realizzazione di un film: ogni più piccola scelta può far crollare tutto o determinare il successo del risultato finale»

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – mymovies.it


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Autore: Raffa

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