Monica Vitti, ironia al femminile

A vederla così spontanea, esuberante e piena di brio, così immediata nel saper creare con il pubblico un istintivo rapporto di simpatia, si stenta a riconoscere in lei l’introversa e malinconica protagonista della trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni.
Il suo vero nome era Maria Luisa Ceciarelli. Nasce a Roma il 3 novembre 1931 e trascorsa l’infanzia a Messina, ritorna con la famiglia a Roma dove frequenta i corsi del Pittman’s College e poi, vinta la resistenza dei genitori, che purtroppo non l’hanno mai appoggiata nella sua passione, si iscrive all’Accademia d’arte drammatica, diplomandosi nel 1953. All’inizio venne scartata per la voce, ma quando minacciò di uccidersi se non l’avessero ammessa, accettarono la sua iscrizione. Il suo insegnante di recitazione è Sergio Tofano, che si accorge subito della sua istintiva comicità.

Esordisce in teatro proprio con la compagnia di Tofano, ma presto approda al cinema, dove comincia come doppiatrice, nonostante la sua caratteristica voce. Inizialmente viene scartata come attrice in molti provini, a causa della sua presenza fisica, lontana dai modelli delle “maggiorate” che allora andavano di moda. Era difficile vincere la concorrenza di attrici bellissime e procaci come Sophia Loren, Gina Lollobrigida o Silvana Pampanini; Monica era una bellezza schiva e sensibile, tutto fuorché appariscente, e dovette perciò crearsi, partendo dalla gavetta, il proprio posto al sole. Gradatamente riuscì a farsi strada nel cinema italiano, grazie alla sua intelligenza e a un grandissimo senso dell’umorismo, dimostrando di essere molto più di un bel viso.

La svolta nella sua carriera è l’incontro con il regista Michelangelo Antonioni. Stava per sposarsi con un architetto quando lo incontra. Quella storia d’amore finisce e lei diventa la compagna di vita e la musa ispiratrice del regista ferrarese. Così, nei primi anni ’60, Monica Vitti diventa la risposta italiana alle bellezze spigliate della Nouvelle Vague francese.
Antonioni la fece diventare primattrice della Compagnia del Nuovo da lui diretta, mentre nel cinema, dopo averle affidato il doppiaggio di Dorian Gray ne Il grido, nel 1957, costruì su misura per lei L’avventura, del 1960, in cui la Vitti, al centro di un sottile gioco di misteri e di introspezione psicologica, offrì un’interpretazione superba, fatta di silenzi e sguardi perduti.

Divenne quindi per Antonioni la musa del cinema dell’incomunicabilità, interpretando capolavori come La notte, del 1961, per cui ottenne un Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista, L’eclisse, dell’anno dopo, e soprattutto Deserto rosso, del 1964, film-manifesto dell’esistenzialismo di Antonioni. Tutti film certamente non facili, destinati a piacere più ai critici che al pubblico, che fanno di Monica Vitti una star internazionale. L’attrice corre però il rischio di pietrificarsi nel suo personaggio di donna difficile e complessata, il simbolo vivente della difficoltà di vivere in un mondo in continuo cambiamento. Ma lei, pur avendo un forte temperamento drammatico, vuole dimostrare di essere un’attrice poliedrica, capace di spaziare nei vari generi, con una particolare predilezione per la commedia.

Perciò, verso la fine del sodalizio artistico e sentimentale con il regista, ritorna alla commedia, ottenendo il suo primo David di Donatello con La lepre e la tartaruga, del 1962, di Alessandro Blasetti, episodio del film collettivo Le quattro verità. Grande rilievo ha nel 1964 il suo ritorno al teatro, diretta da Franco Zeffirelli, in Dopo la caduta, il dramma di Arthur Miller sulla vita di Marilyn Monroe. Nel cinema la Vitti s’indirizzò definitivamente verso il genere leggero, ottenendo discreti successi in diversi film a episodi, diretta da registi come Luciano Salce e Pasquale Festa Campanile. Il suo grande talento comico, riconosciuto dal pubblico e dalla critica, risultava però sacrificato dalla struttura della commedia all’italiana, che relegava in ruoli marginali i personaggi femminili.

A offrirle una più interessante occasione furono Rodolfo Sonego e Luigi Magni, che scrissero per lei La ragazza con la pistola, diretto nel 1968 da Mario Monicelli. Il ruolo di una siciliana sedotta e abbandonata che insegue a Londra l’uomo che le ha tolto l’onore, rappresentò la sua consacrazione come attrice brillante e diede il via a una serie di film in cui interpretò personaggi svagati e stralunati, con uno stile di recitazione al limite del grottesco, insolito nel panorama delle attrici italiane di allora. S’impone quindi come mattatrice incontrastata, unica donna capace di competere con i grandi comici della commedia all’italiana, da Alberto Sordi a Vittorio Gassman, da Ugo Tognazzi a Marcello Mastroianni e a Giancarlo Giannini.

Dopo diversi film a fianco dei grandi talenti comici, nel 1971, Dino Risi costruì su misura per le sue capacità di trasformismo Noi donne siamo fatte così, un film a episodi che le diede la possibilità di interpretare dodici diversi ruoli. Così come Antonioni, anche Di Palma ne fece la sua musa, confezionando per lei tre commedie brillanti che rappresentano altrettanti omaggi al suo talento di interprete leggera: Teresa la ladra, nel 1973, Qui comincia l’avventura, nel 1975, e Mimì Bluette… fiore del mio giardino, l’anno successivo.

In quel periodo ottenne altri quattro David: nel 1971 per Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa, nel 1974 per Polvere di stelle, di Sordi, nel 1976 per L’anatra all’arancia, di Salce e nel 1979 per Amori miei, di Steno. Ma non vanno dimenticati La Tosca di Magni, Letti selvaggi, di Luigi Zampa, Non ti conosco più amore, di Sergio Corbucci, Tango della gelosia, di Steno, e Io so che tu sai che io so, di Sordi. Torna temporaneamente al cinema drammatico e alla collaborazione con Antonioni ne Il mistero di Oberwald, nel 1981.

Nel 1986 tiene corsi di recitazione all’Accademia d’arte drammatica, riavvicinandosi al palcoscenico come attrice, sotto la guida di registi quali Giancarlo Sbragia ed Eduardo De Filippo. Il teatro rimane un suo grande amore: nel 1986 recita accanto a Rossella Falk nella commedia La strana coppia, diretta da Franca Valeri; successivamente recita in Prima pagina, diretta da Giancarlo Sbragia. Nel 1989 dirige anche un film, Scandalo segreto, che interpreta a fianco di Elliott Gould e Catherine Spaak: vince così il Globo d’oro sia come attrice sia come regista.

Nel 1993 pubblica la sua autobiografia intitolata Sette sottane: questo era infatti il suo soprannome da bambina perché, essendo molto freddolosa, indossava più abiti uno sopra l’altro. Nel 1995 le viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera al Festival del Cinema di Venezia. Nello stesso anno pubblica il suo secondo libro, Il letto è una rosa.

Dopo ventisette anni di fidanzamento, si sposa il 27 settembre 2000 in Campidoglio con Roberto Russo, fotografo e regista di sedici anni più giovane di lei.

Dopo essersi ritirata dalle scene a causa delle sue condizioni di salute, si è spenta a Roma dopo una lunga malattia il 2 febbraio 2022 a 90 anni. Non ha avuto figli perché, come ha raccontato in diverse interviste, non si è mai vista nel ruolo di madre e moglie, e ha sempre pensato che fare la madre fosse una delle cose più difficili al mondo.

“Dicono che il mondo è di chi si alza presto. Non è vero: il mondo è di chi è felice di alzarsi”

FONTI: Enciclopedia del cinema, Treccani – MYmovies.it


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Autore: Raffa

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11 pensieri riguardo “Monica Vitti, ironia al femminile”

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