Lo specchio scuro (1946)

Quando un uomo viene trovato pugnalato a morte nel suo appartamento, il tenente Stevenson ha il compito di risolvere il caso e dopo aver interrogato una serie di testimoni giunge alla conclusione che la principale sospettata, nonostante abbia un ottimo alibi, sia Terry, un’affascinante giovane donna, dall’apparenza innocua. Ma quando Stevenson fa una visita a Terry nel suo appartamento, scopre che ha una sorella gemella identica, Ruth, e questo complica le cose in quanto significa che i testimoni non possono dire quale delle due fosse la persona che hanno visto lasciare la scena del crimine. Stevenson si reca allora dal dottor Elliott, uno psichiatra che potrebbe essere in grado di usare le sue capacità per capire quale delle sorelle sia l’assassina. Un film sul doppio, non solo perché ci sono due gemelle identiche, ma perché una di loro ha evidentemente una doppia personalità, mostra una faccia in pubblico che non corrisponde al suo “io” interiore.

Per la prima mezz’ora lo spettatore è sconcertato, proprio come il poliziotto, per il fatto che una ragazza dolce come Miss Collins potrebbe essere implicata in un omicidio, ed è confuso dall’esistenza di un alibi di ferro che suggerisce la sua presenza a quattro miglia di distanza dalla scena del crimine. Successivamente, quando tutto sembra chiarirsi per l’esistenza di una gemella identica, si resta comunque disorientati per l’incapacità di comprendere quale sia la sorella colpevole. Tuttavia troppa ambiguità sulle due sorelle sarebbe contraria alla chiarezza della narrativa classica di Hollywood, quindi vengono impiegati vari strumenti per differenziarle, anche se rimane il dubbio sulla loro natura.

Lo specchio scuro è innanzi tutto un film visivamente sbalorditivo, dove l’uso della luce e delle inquadrature è a dir poco spettacolare, soprattutto se si considerano i tempi in cui è stato girato. Il film si apre con inquadrature che indugiano curiosando in una stanza apparentemente vuota e disordinata, mentre la telecamera si avvicina a uno specchio incrinato, simile a una ragnatela, e alla fine inciampa in un cadavere, pugnalato alla schiena. Si concluderà con uno specchio, simbolo di ambiguità che ha dominato tutto il film, finalmente distrutto, le due sorelle separate, con una netta distinzione tra colpevole e innocente, e la normalità ripristinata.

La prima scena si svolgeva nell’appartamento di un uomo, reso caotico e inquietante da una donna, evidentemente pazza. L’ultima scena, invece, mostra l’appartamento di quella donna pieno di uomini che hanno svelato il suo mistero. Questo finale è tipico di quei film di Hollywood degli anni ’40 in cui l’intelligenza femminile era sinonimo di disturbo mentale. Ma nonostante il pregiudizio maschilista che domina la pellicola, è l’interpretazione di Olivia De Havilland che dà luce a tutta la vicenda, in particolare quando le due gemelle appaiono nella stessa scena: in alcuni momenti sono quasi indistinguibili, poi gradatamente emergono dei tratti individuali ben riconoscibili, per cui una sorella appare più sicura e seducente, ma anche dotata di un fascino perverso, mentre l’altra irradia ingenuità e innocenza. Ed è la finezza espressiva della De Havilland che disegna la differenza.

Certo non sono da meno le interpretazioni del veterano dei polizieschi Thomas Mitchell, nei panni del detective, e di Lew Ayres, che lascia i panni del dottor Kildare per vestire quelli dello psichiatra che riuscirà a risolvere l’enigma delle due gemelle. In sostanza la vicenda è tutta imperniata sulle due sorelle, una volta stabilito che una delle due deve essere colpevole, si tratta di riuscire a farla uscire allo scoperto. Se c’è una certa ambiguità all’inizio, a metà percorso è ormai ben chiaro quale sia la gemella buona e quale quella cattiva, una distinzione che diventa sempre più evidente man mano che la vicenda si fa strada verso la sua risoluzione.

Purtroppo il film non presenta colpi di scena né deviazioni dalla trama, se non una scialba parentesi sentimentale, che serve solo ad esaltare le differenze di carattere tra le due donne. L’unico vero colpo di scena è alla fine, e ovviamente non va rivelato, ma la soluzione riserva davvero una bella sorpresa, che forse sarebbe piaciuta anche ad Hitchcock. Peccato perché la regia raffinata, l’ottima fotografia e l’efficace montaggio avrebbero meritato una sceneggiatura migliore, un intreccio in cui il gioco delle simmetrie avesse spazio per svilupparsi, anziché finire, così come era iniziato, sulle scontatissime macchie di Rorschach. Lo sguardo smarrito e indefinibile della De Havilland negli ultimi fotogrammi ricorda il sorriso inquietante di Perkins, ma non riesce a entrare nella leggenda.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

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