Misery non deve morire (1990)

In seguito ad un incidente d’auto, un famoso scrittore, noto soprattutto per una serie di libri d’amore incentrati sul personaggio di Misery, viene soccorso da un’infermiera che lo porta a casa sua, poiché le strade sono bloccate dalla neve. L’incidente gli ha causato numerose fratture scomposte, e lo scrittore rimane perciò, suo malgrado, ospite dell’infermiera, che nel frattempo si rivela essere una sua grande ammiratrice e un’appassionata lettrice delle avventure di Misery. Quando la donna scopre che nell’ultimo libro, ancora da pubblicare, l’autore fa morire il personaggio di Misery, improvvisamente si rivela in tutta la sua follia, e, da persona mentalmente instabile qual è, sequestra lo scrittore, costringendolo a riscrivere il romanzo, per far resuscitare Misery.

Credo che il film, e soprattutto il romanzo, siano talmente conosciuti che tutti sanno come finisce l’incubo del malcapitato scrittore, comunque non rivelerò il finale. Il film e il libro di Stephen King da cui è tratto sono incentrati su un duplice tema: quello dello scrittore, vittima della sua stessa fama, quasi un novello Frankenstein perseguitato dalla sua creatura, sia pure virtuale, e quello del rapporto tra i personaggi famosi e i loro fan, laddove l’ammirazione può trasformarsi rapidamente in ossessione e addirittura in odio.

Ma c’è anche un altro tema tra le righe, ed è quello dello scrittore di successo che arriva ad odiare la propria creatura al punto da volerla eliminare, per liberarsi dalla sua ingombrante presenza e poter scrivere qualcosa di diverso. Un po’ come gli attori che diventano famosi recitando un ruolo, magari di poco spessore, e poi non vedono l’ora di liberarsene per poter dimostrare di saper recitare qualunque cosa. Così Misery, l’eroina del libro scritto dal protagonista, è diventata per lui un personaggio scomodo, ormai inutile, ora che lo scrittore ha raggiunto la fama e vuole dimostrare di saper scrivere storie importanti. E ingenuamente crede di potersene liberare, facendola morire nel suo ultimo romanzo.

Ma non ha fatto i conti con la povera Annie, una ragazza anonima, banale, perseguitata dalla vita che non è stata molto generosa con lei; l’unica sua gioia è poter leggere le avventure di Misery, e vivere attraverso di lei tutte quelle emozioni che ha sempre sognato. Di fronte alla prospettiva di perdere la sua eroina, che per lei è una specie di alter ego, si scatenerà una furia cieca e incontenibile, che non sente ragioni e che supera di gran lunga l’ammirazione per lo scrittore. Dunque l’idolo di Annie non è tanto lo scrittore, quanto il prodotto della sua arte.

E se inizialmente Annie soccorre e accudisce lo sfortunato Paul Sheldon con sollecitudine e affetto, dichiarandosi la sua più grande ammiratrice, si trasforma poi rapidamente, rivelandosi per quello che è in realtà, cioè un’adoratrice di Misery, pronta a riscattarne l’eliminazione e a farla tornare in vita a qualunque costo. Il film è quasi claustrofobico, tutto racchiuso tra le quattro mura dell’abitazione di Annie, dove Sheldon viene tenuto prigioniero e sottoposto a inimmaginabili torture, fisiche e psicologiche.

L’isolamento della casa, già di per sé fuori dal mondo, è aumentato dalla presenza della neve che la circonda. Successivamente si assiste allo scioglimento della neve e al susseguirsi delle stagioni, attraverso la finestra della stanza dove Sheldon viene tenuto rinchiuso, per dare la misura del tempo che passa e aumentare il senso di angoscia che attanaglia il protagonista. Il regista riesce a rendere perfettamente le atmosfere agghiaccianti del romanzo, restituendo tutta la tensione e la suspense della storia, anche grazie ai due formidabili interpreti.

Kathy Bates, giovane e allora quasi sconosciuta, è insuperabile nel ruolo della psicopatica, di cui dipinge sapientemente le mille sfaccettature, dalla dolcezza a tratti infantile fino alla crudeltà più estrema, che rasenta il sadismo, il tutto condito da una lucida follia che riesce a creare suspense anche nei momenti in cui l’atmosfera è più distesa. Questo ruolo le valse un meritatissimo Oscar e il Golden Globe come miglior attrice protagonista, e la fece conoscere sulla scena internazionale come interprete di prima grandezza, anche se per un po’ le rimase appiccicata l’etichetta della psicopatica. Successivamente ha saputo affermarsi anche in ruoli ironici e deliziosi come in Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, e recentemente in televisione.

James Caan, reduce dal successo del Padrino, ci regala qui un personaggio profondamente umano, con tutte le sue debolezze, alle prese con sofferenze fisiche e psicologiche in cui facilmente ci si immedesima: un uomo che improvvisamente deve fare i conti con i propri limiti e con un’inferiorità fisica a cui non è abituato. La tensione rimane altissima per tutto il film, intervallata solo dai brevi siparietti comici creati dai personaggi di contorno, soprattutto lo sceriffo e la moglie, interpretati da Richard Farnsworth e Frances Sternhagen. Lauren Bacall si distingue in un prezioso cameo, regalando la sua classe all’agente letteraria di Sheldon.

Nel complesso Misery non deve morire è un thriller praticamente perfetto, dove ogni dettaglio si incastra nel punto giusto e al momento giusto, creando uno spettacolo di ansia, terrore, e dolore puro, che persiste fino alla fine, un horror dove i mostri non vengono da un’altra dimensione né dall’inconscio, ma sono più che mai reali e terreni, e non per questo meno spaventosi.

Complimenti a Matilde di Cucinando poesie, Antartica di Di tanto un po’… , Leane, Austin Dove de Il Blog di Tony, e Jo di Film Serial che hanno indovinato.

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

49 pensieri riguardo “Misery non deve morire (1990)”

  1. Capolavoro quello di Reiner, e anche il romanzo è davvero splendido, ci sono solo piccole differenze di trama tra le due opere. Tensione a mille e sia Bates che Caan in forma perfetta (hai fatto bene a ricordare Fried Green Tomatoes perché anche lì lei è meravigliosa!)!

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  2. Anche Arthur Conan Doyle è arrivato a odiare Sherlock Holmes e a volerlo uccidere. I suoi ammiratori gli hanno praticamente imposto di scriverne ancora. Come Misery, neanche Sherlock doveva morire…

    Mi piace molto questo post. È stato come rivedere il film. 😊

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  3. hai ripercorso il film come se fossimo in sala! brava! mi è sempre piaciuto molto e guarda te, preferiso il film al libro (non uccidetemi!) semplicemente perchè nel film la tensione è visiva quasi ti attorciglia! e poi lei una favola davvero! io la ricordo sempre in “pomodiri verdi fritti” uno dei film che amo alla follia! brava brava! e buona domenica

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  4. peccato che mi sono persa il post per indovinare, forse forse questa volta avrei capito.
    Uno dei primi libri che ho letto del mitico Stephen, letto e riletto per la precisione, l’ho amato e quanto è uscito il film sono andata a vederlo con una mia carissima amica. Secondo me, a parte il dettaglio del piede, il film è stato veramente fatto molto bene.
    Anche se leggere il racconto di Misery con le lettere aggiunte a mano… mi ha lasciato il segno! Chissà poi perché quel dettagli mi ha così tanto colpita…
    Complimenti per aver scritto un altro meraviglioso articolo
    buona serata carissima

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