La dittatura del politicamente corretto

Dopo la morte di George Floyd, i fedelissimi del politicamente corretto hanno deciso di “combattere” il razzismo a suon di censure. Ne hanno fatto le spese statue, opere d’arte, libri e poesie. Nel mio piccolo vorrei parlare della censura assurda che ha colpito Via col vento e molte altre opere cinematografiche.
È possibile cambiare il passato? La risposta è no, ovviamente. Ma i fedelissimi del politicamente corretto hanno cercato una soluzione per risolvere il problema, censurando pagine di libri e fotogrammi di film, illudendosi così di cancellare gli obbrobri della storia. Come se eliminare certi prodotti culturali, frutto di un’epoca meno illuminata della nostra, potesse cancellare la storia, o rimediare alle ingiustizie.

Ed ecco le prime vittime di questa nuova lotta al razzismo del passato. Il colossal cinematografico Via col vento, vincitore di 8 premi Oscar nel 1940, è stato prima cancellato dal catalogo della piattaforma streaming HBO, poi reintrodotto successivamente con un avviso e due video che ne spiegano il contesto storico. Altri grandi classici sono stati messi in discussione e cancellati dalle piattaforme streaming, ad esempio Colazione da Tiffany. Il film del 1961 è da tempo accusato di essere razzista per il modo in cui rappresenta Yunioshi, il vicino di casa della protagonista.

La recitazione di Mickey Rooney è effettivamente stereotipata e il trucco con i dentoni esagerato. Ora la rivista Variety l’ha inserito nella lista dei 10 film da vedere “preceduti da una spiegazione e forniti di un’avvertenza, riguardante razza, sessualità, disabilità e altro ancora”. Forrest Gump fa parte della stessa lista per essere “ostile ai manifestanti, agli attivisti e alla controcultura”. In più la rivista sottolinea come il protagonista prenda “il nome dal nonno Nathan Bedford Forrest, primo sostenitore del KKK”.

Anche La Passione di Cristo di Mel Gibson ha attirato numerose polemiche per il modo in cui sono rappresentati gli ebrei. Il regista è figlio di un noto negazionista dell’Olocausto e da sempre combatte con l’accusa di essere un antisemita fuori e dentro lo schermo. Anche Tim Burton e Quentin Tarantino sono stati più volte accusati, il primo per aver adoperato pochi attori afroamericani nei suoi film, il secondo per aver usato in modo incontrollato la parola negro nelle sue pellicole. Anche in questo caso le accuse sono state mosse fuori contesto, non considerando la trama e l’epoca in cui è stato ambientato ogni film.

Nemmeno le favole Disney sono sfuggite alle polemiche. Prima le femministe più agguerrite hanno attaccato le principesse Disney, donne bianche, fragili e il cui destino dipende dal principe azzurro, poi hanno scansionato i film alla ricerca di qualsiasi elemento, anche piccolo, che riconducesse al razzismo. Così il dolce simpaticissimo Dumbo è stato bollato dalla piattaforma Disney Plus con l’etichetta “rappresentazioni culturali obsolete”, a causa dei suoi corvi neri, parodia degli afroamericani, goffi e vestiti di stracci.

Allo stesso modo Lilli e il Vagabondo e Gli Aristogatti per i gatti siamesi e per la rappresentazione stereotipata di giapponesi e cinesi. Anche gli oranghi de Il libro della giungla, i nativi americani di Peter Pan e le iene de Il re leone non sono piaciute ai moderni Torquemada del nuovo millennio. Finora, per fortuna, nessuno di questi film è stato censurato. Sono tutti visibili sulla piattaforma, preceduti però dall’avviso che si tratta di rappresentazioni obsolete e sbagliate, non più condivisibili.  

Non si è salvato nemmeno quel capolavoro che è Fantasia, frutto dell’incredibile creatività dei disegnatori Disney: la scena ambientata sul Monte Olimpo, accompagnata dalle note della Pastorale di Beethoven, è stata ridisegnata. La sequenza che mostra un centauro di colore mentre pulisce gli zoccoli a un’altra creatura dalla pelle bianca non piaceva, ed è stata eliminata.

E la Disney non è stata la sola ad aver modificato i suoi classici per sfuggire alle polemiche. La Warner Bros, prima dei cartoni dei Looney Tunes, ha inserito la dicitura: “I film animati che state per vedere sono prodotti del loro tempo. Possono rappresentare alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che erano comuni nella società americana. Queste rappresentazioni erano sbagliate allora e sono sbagliate oggi”. Già da un po’ di tempo era sparito dai cartoni il personaggio di Speedy Gonzales, considerato offensivo nei confronti dei nativi messicani. Poi fortunatamente reintrodotto a furor di pubblico. Allo stesso modo i creatori dei Simpson hanno messo in discussione il personaggio di Apu, l’amico di Homer, di origini indiane. Alla fine di una lunga diatriba, si è optato per cambiare il doppiatore, togliendo all’immigrato indiano la fastidiosa inflessione, ritenuta lesiva della sua dignità.

A dispetto delle apparenze, quella in atto non è una rivoluzione all’insegna della tutela delle minoranze, bensì la costruzione di un teatrino d’apparenza volto più a compiacere la forma, che a cambiare la sostanza. Credere che compiere queste censure sia un modo per supportare l’antirazzismo e a migliorare la diversità e l’inclusione sia dentro che fuori lo schermo, come qualcuno ha detto, ha qualcosa di inquietante. Allo stesso modo, credere che mettere una piccola frase all’inizio dello spettacolo possa considerarsi una presa di coscienza, non è meno assurdo. C’è da domandarsi a chi giovi questa ossessione superficiale, dai tratti vagamente ridicoli, che arriva a violare l’essenza stessa del cinema, dell’arte e della narrativa, cioè la loro assoluta libertà e la totale mancanza di barriere.

Hattie McDaniel, l’attrice che in Via col vento interpretava la leggendaria Mami, e che riuscì, prima attrice afroamericana, a ottenere l’Oscar come migliore attrice non protagonista nel 1940, a chi le faceva osservare che la pellicola trasudava  razzismo e che avrebbe danneggiato la causa antisegregazionista, rispondeva: La gente è più intelligente di come viene solitamente descritta”.

Forse oggi dovremmo dubitarne.

Fonti: ilgiornale – quartapareteroma – iodonna


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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

31 pensieri riguardo “La dittatura del politicamente corretto”

  1. Sono d’accordo con te.
    Certe rappresentazioni non vanno censurate, né spiegate, proprio perché riflettono dure realtà. A tal proposito, a me viene da pensare a due libri che allora andrebbero stracciati: il buio oltre la siepe e piccole grandi cose.
    Negare alcune di queste rappresentazioni è forse esso stesso negazionismo.

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    1. Anche io avrei commentato proprio sui libri. In realtà non sono pochi gli autori del passato che sono stati oggetto di assurdi dibattiti, a cominciare da Mark Twain. Non ci avevo pensato in questi termini, ma in effetti questo cavolo di politically correct potrebbe effettivamente essere considerato come una sorta di negazionismo.

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  2. davvero molto interessante questo post che porta alla ribalta un concetto secondo me straordinario che deve essere raccolto, cancellare non serve , come non serve mettere la polvere sotto i tappeti, gli errori nel cinema , nella politica nel quotidiano se ci sono stati dovrebbero far riflettere non nascosti nei cassetti, ci si dovrebbe invece chiedere il perchè siamo avvenuti! bravissima!

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  3. Buondì Raffa! Bellissimo post e sottoscrivo il tuo commento finale.
    Dammi della complottista, ma io credo che dietro ci sia un intenzionale “non pensare all’elefante” (che, appunto, inevitabilmente ti fa venire in mente il pachiderma).
    Che venga usato con o senza malizia (ed effettivamente viene usato in entrambi i modi) non fa altro che scatenare un effetto boomerang che ravviva e rinnova i pregiudizi anche nelle giovani generazioni che invece magari ne erano uscite (perché fin da piccoli sono abituati ai compagni di classe stranieri e alla varietà di gusti, generi e orientamenti).
    Il vecchio divide et impera, assieme al nuovo “dividi e vendi” 😦

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  4. Il bello del mondo è dato dalla diversità.
    Cercare di far finta che non esista è una negazione della stessa essenza dell’uomo.

    Male collegare la diversità con stereotipi offensivi o culturalmente errati, bene invece evidenziarla come carattere distintivo di ogni persona.

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  5. Un bellissimo articolo e molto interessante. La censura a “Via col vento” ci ha colpito molto essendo uno dei nostri film preferiti e alla fine si parla di un pezzo di storia. E i cartoni della Disney? Hai centrato in pieno. Ultimamente si era alzato un polverone anche per Grease. Il razzismo si combatte in altri modi, non di certo censurando film che sono passati alla storia…

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    1. Infatti, anche perchè comunque un film è il prodotto dell’epoca in cui è stato girato, e a volte, come nel caso di Via col vento, è costretto a rappresentare una realtà che non esiste più, ma che purtroppo è esistita.

      "Mi piace"

  6. Io continuo a credere che la gente sia più intelligente di come viene descritta; non lo è, invece, chi tenta di costringere il pensiero nella gabbia del volemosebbene universale (come diceva Leopardi, “la teoria del non far bene a nessuno”): questi piani non funzionano mai, neanche quando sono così pervasivi, perché non farà altro che suscitare ribellioni. Non mi stupirei se, una volta allentate le maglie di questa censura, si scatenasse un’ondata di intolleranza peggiore che nel passato, solo per il fatto di non poterne più. Ogni estremo produce l’estremo opposto; naturalmente, spero di sbagliarmi.

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  7. La citazione di Hattie McDaniel è stata la perfetta chiosa di questo articolo. Concordo dalla prima all’ultima parola, ma mi ero persa la questione riguardante il personaggio indiano dei Simpson. Cambiare doppiatore a che pro? Gli indiani stessi sanno che il loro accento è molto particolare quando parlano in inglese e questa non è una colpa, tanto meno una vergogna, è semplicemente una caratteristica della loro lingua. Trovo ci sia una bella differenza tra l’offesa e la rappresentazione della realtà e il politicamente corretto, a mio parere, sta prendendo sempre più le sembianze di una censura.

    Complimenti per l’articolo comunque, anche se arrivo con un mesetto di ritardo 😊

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