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Sotto accusa (1988)

Diciamo subito che il film in sé non è un capolavoro della cinematografia, nonostante la regia attenta di Kaplan. Si regge essenzialmente sull’interpretazione delle due protagoniste femminili, in particolare Jodie Foster, eccezionale come sempre, tanto da portare a casa Oscar e Golden Globe, ma anche la McGillis, allora reduce dal successo di Top Gun. Questa pellicola non sarebbe certo entrata negli annali del cinema, ma deve buona parte della sua fama all’argomento trattato, lo stupro, e il motivo per cui il film rimane impresso nella mente di chi l’ha visto, è il modo in cui la vicenda viene rappresentata, con un realismo crudo e privo di qualunque filtro, che mostra la violenza nel suo svolgersi, prima, durante e dopo il fatto.

Lo stupro non viene raccontato, come spesso succede nelle storie di donne maltrattate, attraverso le parole della vittima, la sua descrizione o i suoi ricordi, ma viene mostrato in modo diretto ed esplicito allo spettatore, facendolo immedesimare nella vittima, e rendendolo partecipe del dolore, della paura e della sua umiliazione. Non sapremo mai se l’idea del regista sia stata solo una mossa furbetta per suscitare scalpore e far parlare del film, o se invece ci fosse un intento di reale denuncia. Ma in fondo non è così importante. Rimane il fatto che il film incide nella coscienza dello spettatore, e non può lasciare indifferenti. Questo è l’importante.

Ed è importante anche un altro aspetto, su cui il regista non si risparmia, ed è la tipologia della vittima: la storia, ispirata ad una vicenda realmente accaduta, ci mostra una ragazza tutt’altro che innocente, anzi molto disinibita, apparentemente disponibile, con una pessima reputazione e sicuramente in cerca di un facile divertimento, un personaggio difficile, per certi versi disturbante, che non cerca in alcun modo di attirare le simpatie dello spettatore. Sarah è una sbandata che si avventura in un bar con l’intento di dimenticare il ragazzo che l’ha appena mollata, e di passare un serata divertente in compagnia di un’amica.

Vittima in qualche modo predestinata, proprio per la sua spregiudicatezza, non giustifica tuttavia l’efferatezza di un atto tanto spregevole quando si imbatte in qualcosa che certo non cercava: l’orrore in un gruppo di uomini che la stuprano su un flipper, davanti a tutti, e non solo nessuno degli avventori l’aiuta, ma anzi, alcuni incitano gli stupratori e si divertono a guardare lo spettacolo. E qui si inserisce un terzo elemento di novità rispetto ad altre storie come queste, già viste al cinema, perché il procuratore che indaga sul caso deciderà di incriminare non solo gli autori dello stupro, ma anche quelli che hanno assistito senza fare nulla, se non applaudire.

Sicuramente di questo film rimane impressa la scena dello stupro, difficile da guardare per una donna, difficile da dimenticare per chiunque, probabilmente insostenibile per chi la violenza l’ha vissuta veramente. Ma ci sono altri momenti significativi. Ad esempio quando Sarah, dopo la violenza, si taglia i capelli da sola, con rabbia e in qualche modo con brutalità, quasi a voler cancellare la propria femminilità e tutto quanto possa ricordarle quello che ha subito.
Ma anche per cambiare il proprio aspetto, troppo riconoscibile, e facilmente oggetto di scherno da parte di chi è sempre pronto a puntare il dito contro la vittima. La sua trasformazione esteriore va di pari passo con un profondo cambiamento interiore, causato sì dall’orrore che ha dovuto affrontare ma soprattutto da una nuova consapevolezza di sé, che porta a una progressiva maturazione. Sarah è una donna stuprata, ma non rassegnata, una donna che si batterà fino in fondo per avere giustizia.

È uno di quei film in cui il messaggio è più importante della pellicola in sé e che, pur essendo un prodotto in qualche modo commerciale, riesce ad assestare qualche bel colpo là dove fa più male.
La parte legale è sicuramente interessante, anche se in fondo si tratta di una causa vinta in partenza, ma gran parte del fascino della pellicola è legato al contrasto efficacissimo tra le due protagoniste, e alla loro lenta trasformazione. Sul piano fisico, la scena viene egualmente divisa tra l’eleganza sobria di Kelly McGillis, la sua figura statuaria e dotata di innegabile classe, e l’immagine piccola e mingherlina, un po’ sbalestrata, di Jodie Foster, che ostenta una sicurezza che non ha, per poi scoprirsi fragile e indifesa.

Sul piano caratteriale poi, le due donne non potrebbero essere più distanti, ma unite nel perseguire lo scopo comune, diventano complementari, accomunate da quella solidarietà femminile che a volte può essere un’arma potentissima, spesso vincente. L’avvocato, barricata dapprima dietro il suo moralismo borghese, che all’inizio appare irritante di fronte alla tragedia vissuta dalla vittima che dovrebbe difendere, riesce pian piano ad empatizzare con questa giovane donna, sicuramente più trasgressiva di lei, ma non per questo meno meritevole di giustizia. È un confronto difficile il loro, ma costruttivo e utile per entrambe.

Da ultimo, mi sembra giusto sottolineare che le figure maschili vengono decisamente messe in secondo piano nel film, descritte in tutta la loro vigliaccheria e meschinità, mentre la loro presenza è volutamente solo di supporto, quasi a voler asserire che spesso una dimostrazione ostentata di forza nei confronti della donna corrisponde ad una squallida insicurezza dissimulata.

Mi sono dilungata anche troppo, ma l’argomento mi ha preso la mano. Concludo dicendo che questo è un film capace di dire qualcosa di nuovo e anticonvenzionale sul tema della violenza, 30 anni fa come adesso, è un film che andrebbe rivisto con una certa frequenza, dovrebbe essere proiettato nelle scuole, e non dimenticato.

Complimenti ad Alessandro del blog loscribacchinodelweb, Matilde di cucinandopoesie, Simon di bretellaseduta.art.blog, Paol1 di pianetaterra.casa, Jo di Film Serial, Giorgio di teddyboys8284, Antartica di Di tanto un po’…, Alidada di unospicchiodicielo, e finalmente unallegropessimista che per una volta si è sbilanciato a rispondere.

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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

14 pensieri riguardo “Sotto accusa (1988)”

  1. Un capolavoro che considero formativo per la mia adolescenza e che dovrebbe essere trasmesso in TV almeno una volta al mese, perché come spiega la questione questo film non la spiega nessuno. Si preferisce ammantare il tutto di morale spicciola e di psicologia da quattro soldi, invece “Sotto accusa” prima ti prende a calci, in modo da avere la tua attenzione, e poi ti spiega a bastonate.
    Quando l’ho visto la prima volta, all’epoca della sua uscita italiana, in cui venne molto pubblicizzato, ero un maschio 16enne che veniva dal decennio degli anni Ottanta in cui nei film era normale che le segreterie se la facessero con il capo e altri comportamenti poi giustamente condannati. Erano tempi in cui si sa che “funziona così”, che “eh, ma quella se l’è cercata”, “certo che se ti vesti così…”, “certo che se frequenti quei locali…” Il film è coraggioso perché Jodie Foster viene presentata con tutti i “difetti” che la concezione dell’epoca affibbiava alle vittime: è provocante, è brilla, frequenta un luogo sbagliato e fa cose sbagliate. In modo che così sia chiaro fino all’ultimo spettatore che malgrado tutto questo ha diritto a non essere stuprata. E che un no è un no. Non ci sono le blurred lines della vergognosa canzone omonima.
    La parte del processo la considero splendida perché dimostra l’atteggiamento di un’epoca verso le vittime, che se la sono cercata: il processo del film è un processo a tutti gli spettatori, che hanno dato per scontato che uno stupro possa essere giustificato in un qualsiasi modo. A tutti quelli che vedendo una giovane donna ballare provocante in un locale abbiano pensato che poi uno stupro fosse giustificato. E all’epoca questi argomenti erano assolutamente inediti, o comunque senza alcuna enfasi, visto che si scambiava la vittima per il carnefice. Un gran bel film, senza moralismi da due soldi (come usa oggi) e banalità sparse: duro, preciso, tagliente. Efficace.

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      1. Non ricordo se ho visto il film in TV o in videocassetta (all’epoca in famiglia ne noleggiavamo a secchiate!) ma ricordo la profonda rabbia che m’ha lasciato addosso. La vittima che viene guardata con disprezzo (perché “se l’è cercata”) e viene umiliata in tribunale non era qualcosa che all’epoca si vedesse. Poi sarebbero arrivate le grandi serie legal thriller e questo tema sarebbe stato affrontato spesso, ma all’epoca di “Sotto accusa” il legal thriller era ancora in “Fase Perry Mason”, cioè sotto zero 😀
        Poi sarebbero arrivati “Verdetto finale” (1989) con un titanico James Woods e il tostissimo “Music Box” (1989) con Jessica Lange a rendere il legal thriller grande protagonista dei Novanta, con trame complesse argomenti scabrosi: prima al massimo in TV c’erano gli “Avvocati a Los Angeles” (1986) con i loro clienti fighetti e ricchi. Una ragazza povera umiliata in tribunale perché “si è fatta stuprare” era qualcosa di enorme e potente, che non denunciava solo certi atteggiamenti maschili, ma certi modi di pensare di tutti, donne comprese! Un film universale, che è un peccato non venga replicato quanto dovrebbe.

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  2. Il dibattito sul mostrare o non mostare lo stupro in questo genere di film esiste più o meno da quando esiste il genere rape and revenge. Lipstick, per esempio, fu massacrato per la sua lunga ed esplicita scena di stupro ai danni di Margaux Hemingway. Questo film che hai recensito sembra superiore e non pare usare le immagini solo per darle in pasto alle fantasie maschili (di uomini repressi, aggiungo) per fare soldi al botteghino.

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    1. No, tutt’altro. La scena è funzionale alla discussione del tema, serve a scioccare. Non credo che nessun maschio, represso o meno, possa eccitarsi guardandolo, e i commenti che ho letto me l’hanno confermato.

      Piace a 1 persona

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