Charlie Chaplin, il poeta vagabondo

Il suo nome completo era Charles Spencer Chaplin, ed è stato tra gli attori e registi più popolari della storia del cinema del XX secolo, considerato per eccellenza il più completo artista hollywoodiano: non solo attore, ma regista, sceneggiatore, produttore e compositore delle colonne sonore dei suoi film.

Nasce il 16 aprile 1889, a Londra. Dopo un’infanzia difficile nei quartieri più poveri della città, ancora molto giovane, entrò a far parte della compagnia di pantomime di Fred Karno, con cui debuttò in teatro nel 1906. Arrivato negli Stati Uniti cinque anni dopo, fu scritturato nel 1913 da Mack Sennet, e con lui interpretò numerosi cortometraggi comici nei quali diede vita alla maschera di Charlot, con cui è conosciuto in tutto il mondo: bombetta, baffetti, scarpe larghe, bastoncino, pantaloni larghi e giacchetta corta e un inconfondibile modo di camminare.

Pare che l’abbigliamento di Charlot sia nato per caso: Chaplin si trovò a dover inventare in gran fretta un personaggio, e rovistando nel guardaroba degli studi cinematografici, decise di abbinare vestiti improbabili e buffi, a cui aggiunse scarpe troppo grandi, nonché un cappello a bombetta e un bastoncino sottile sottile per darsi un tocco di eleganza. Decise poi di applicarsi dei piccoli baffi ritagliati da un altro paio di baffi finti più grandi. Fu così che per magia e quasi per gioco nacque uno dei personaggi più amati della storia del cinema.

Chaplin con il suo sguardo malinconico ma irresistibilmente comico creò questo vagabondo tenero e maldestro, povero ed emarginato ma con toni da signore, umiliato e offeso dalla società, ma sempre pronto a entusiasmarsi, a combattere contro i soprusi e le ingiustizie, e a godere dei lati più belli della vita. Charlot è al tempo stesso un tenero pagliaccio, indubbiamente comico, ma con larghe aperture verso il patetico e più tardi il tragico.

Chaplin, attento osservatore e critico impietoso della società del suo tempo, attraverso Charlot seppe rappresentarla con fine ironia e amaro sarcasmo. Insomma Charlot diverte ma commuove anche. Charlot l’ingombrante è il titolo del primo film in cui appare il suo eroe, impegnato maldestramente a disturbare un giornalista intento a riprendere una gara di mini-automobili per bambini, completamente sordo alle richieste di non intralciare le riprese. Fu una vera rivoluzione: il film piacque molto, colpì la fantasia del pubblico americano e il successo per Chaplin fu immediato.

Raggiunta la celebrità, in poco più di un anno arrivò a girare ben quindici film, diventando uno degli attori più pagati dell’epoca. Nel 1919 fondò con Mary Pickford e Douglas Fairbanks la società United Artists, per la quale produsse in seguito i suoi film. Si sarebbe però dimostrato il grande attore e regista che tutti conosciamo solo nel 1921, quando realizzò Il monello, il suo primo autentico capolavoro e primo suo film di durata superiore ai 30 minuti, in cui affiorano i ricordi della sua difficile infanzia. Il film racconta il rapporto particolare che unisce un vetraio squattrinato, Charlot, e un bimbo abbandonato dalla madre. Tra i due nasce un legame profondo, affettuoso e divertente, un vero legame padre-figlio in cui l’uno riconosce nell’altro un punto di riferimento. Il film è ricco di delicatezza e poesia nel narrare questa vicenda di miseria e di amore, in cui in sogno i poliziotti si trasformano in angeli e volano nel cielo del quartiere.

Nel 1925 interpreta un altro grande successo, La febbre dell’oro, in cui Charlot si ritrova nel Klondike alla ricerca dell’oro. La storia racconta infatti la tragicomica ricerca della ricchezza da parte del povero Charlot tra le nevi di un’Alaska da fiaba. Il paesaggio ghiacciato non dà tregua al protagonista che, pur di sopravvivere, non esita a mangiare le sue scarpe, addentando i lacci come spaghetti e le suole come succulente bistecche.

Poeta dell’assurdo, Chaplin riesce anche a improvvisare per la sua amata una danza con due panini, muovendoli con due forchette e fingendo che si tratti di scarpette da ballo.

Questa comicità venata di tristezza, e non priva di drammaticità, trova un’ulteriore manifestazione nel film Il circo del 1928, dove Charlot si trasforma in un clown follemente innamorato di una cavallerizza. Nato per far divertire i più piccoli ma caratterizzato da una malinconia profonda, quello del clown è un personaggio che si adatta perfettamente all’universo dolceamaro creato da Chaplin.

Il vagabondaggio di Charlot prosegue in Luci della città del 1931, dove viene tratteggiata con delicatezza una nuova, grande storia d’amore con una fioraia cieca. Erano ormai gli anni dei film sonori, ma Chaplin volle rimanere fedele al suo stile, rinunciando alla parola, ma non alla musica, per tratteggiare questo nuovo incontro amoroso.

Il congedo del Vagabondo dalle scene avvenne in maniera originale con Tempi moderni, film con cui Chaplin diede una rappresentazione sarcastica della società del suo tempo, dominata dalla civiltà industriale. Charlot è un operaio in balìa delle macchine, capaci di indurlo a mangiare meccanicamente contro i suoi desideri o di farlo ‘danzare’ all’interno dei loro ingranaggi. La risposta del Vagabondo è quella della fuga, lontano dalle macchine e in compagnia di una monella molto simile a lui.

I venti di guerra avevano ormai investito tutto il mondo, quando nel 1940 uscì Il grande dittatore (il primo film parlato di Chaplin). Il suo coraggio di cittadino del mondo e il suo genio comico portarono Chaplin a costruire e a interpretare in questo film i due personaggi contrapposti del dittatore Adenoid Hynkel (chiara allusione ad Adolf Hitler) e di un tranquillo barbiere ebreo. I due si somigliano fisicamente, ma non potrebbero essere più diversi. Ricco di momenti esilaranti (come la rasatura a ritmo di musica), il film trasmette un messaggio universale di pace e tolleranza in un mondo travolto dalla guerra. Vi sono due momenti che danno particolare efficacia al suo monito contro la guerra e gli orrori del nazismo: il grottesco ballo del dittatore con un mappamondo di gomma, che alla fine scoppierà, e il discorso finale del barbiere travestito da Hynkel, vero invito all’amore e alla solidarietà tra gli uomini.

Il lato più sarcastico e ‘cattivo’ di Chaplin si manifestò pienamente con le avventure di Monsieur Verdoux del 1947. Storia di un bancario disoccupato che sposa e uccide ricche signore per ereditarne le ricchezze, il film diverte lo spettatore obbligandolo al tempo stesso a riflettere sul cinismo di una società che condanna l’omicidio, ma poi accetta la guerra che provoca migliaia di vittime.

La definitiva uscita di scena di Charlot avviene però con Luci della ribalta del 1952. Qui il vagabondo ritorna sotto altre vesti, quelle di un anziano clown di nome Calvero che salva dal suicidio una ballerina, le restituisce la gioia di vivere e infine cade e muore sul palcoscenico. Con questo film Chaplin volle firmare una sorta di testamento artistico, reso ancora più prezioso dall’incontro in scena con l’altro grande comico della sua epoca: il malinconico Buster Keaton.

Alla fine del 1952 cadde nelle maglie del maccartismo e fu espulso dagli Stati Uniti. Perciò quando decise di prendersi un periodo di riposo dopo le riprese di Luci della ribalta, scegliendo di trascorrere una vacanza in Europa dopo tanti anni di lontananza, vi rimase bloccato a causa del ritiro del suo permesso di soggiorno negli Stati Uniti. Decise allora di non farvi più ritorno stabilendosi con la sua numerosa famiglia in Svizzera. E qui trascorse gli ultimi venticinque anni della sua vita in compagnia dei numerosi figli e nipoti. Forse non è un caso che i suoi due ultimi film, Un re a New York del 1957, e La contessa di Honk Kong del 1967, dove diresse Sophia Loren e Marlon Brando, parlino di personaggi alle prese con problemi di permessi di soggiorno e di passaporti.

Come accaduto a tanti grandi del cinema, non fu mai premiato dall’Academy come attore, ma ricevette solo due Oscar onorari, nel 1929 e nel 1972, e un Oscar per la miglior colonna sonora nel 1973, per il film Luci della ribalta.

Sposato quattro volte con tre divorzi. La prima con l’attrice Mildred Harris da cui ebbe un figlio, Charles jr., diventato attore, poi con altre due attrici, Lita Grey, che gli diede altri due figli, Sydney e Jean-Baptiste, entrambi attori, e Paulette Goddard; infine, con la modella Oona O’Neill, il matrimonio più lungo, dal quale ha avuto ben 8 figli (Geraldine, Josephine, Christopher, Jane, Eugene, Michael, Victoria e Annette-Emilie, molti dei quali attori).

Circondato dai suoi cari, Chaplin si spense nel sonno il giorno di Natale del 1977, nella sua casa svizzera di Vevey.

“Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”

FONTI: Enciclopedia del cinema Treccani – wikipedia

Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

27 pensieri riguardo “Charlie Chaplin, il poeta vagabondo”

  1. Credo di averli visti tutti più volte, amavo i cortometraggi, sono ancora oggi strepitosi.
    L’ ultima moglie era poco più che una ragazzina, infatti c’era la battuta che ha settant’anni si può fare un figlio, ma poi però non si riesce a tenerlo in braccio.( vado a braccio)

    Piace a 1 persona

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