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Il colore del crimine (2006)

Un film strano nello svolgersi della vicenda e nei ritmi dell’azione, una mescolanza di generi che oscilla dall’uno all’altro senza trovare la sua giusta collocazione: un po’ thriller, un po’ dramma psicologico, un po’ film di denuncia sociale, una certa dose di tensione, una parte di azione e un pizzico, ma proprio piccolo, di suspense. Perché a essere onesti non è che ci siano grandi colpi di scena a smuovere le acque stagnanti di questa storia, la situazione è chiara quasi fin dall’inizio, agli occhi del poliziotto protagonista ma anche agli occhi dello spettatore.

Una giovane donna bianca denuncia il furto della propria auto da parte di un teppista di colore, e un poliziotto afroamericano viene incaricato delle indagini. A complicare la situazione, il fatto che la donna sia in stato di shock e ricoperta di sangue che non sa spiegare, e che sul sedile posteriore dell’auto ci fosse il suo bambino addormentato. Nella zona altre madri hanno denunciato la scomparsa dei propri figlioletti, e scatta dunque un’indagine per rapimento. Sospettato come colpevole, Billy, ragazzo di colore, viene arrestato, scatenando la violenta reazione della comunità nera.

Il poliziotto incaricato delle indagini, che da sempre fa da collegamento tra la comunità nera e le autorità, nutre fin dall’inizio qualche dubbio, alimentato soprattutto da una certa diffidenza nei confronti della donna, che appare da subito mentalmente instabile; ciò nonostante indagherà senza pregiudizi di sorta e alla fine arriverà, non senza difficoltà, ad una verità molto più scomoda e terribile di quanto potesse immaginare.

Tratta dal romanzo Freedomland di Richard Price, che è anche il titolo originale del film, va detto che questa pellicola è sostanzialmente un noir d’atmosfera, che offre ben poca azione: mescola infatti la caccia al rapitore, che appare da subito una caccia inutile e disperata, al conflitto razziale tra bianchi e neri, ma quest’ultimo elemento prevale decisamente sull’elemento investigativo.

La critica americana lo ha generalmente stroncato, soprattutto per quanto riguarda la regia, giudicata confusa e poco lineare, e il ritmo è stato ritenuto troppo lento rispetto alle esigenze del genere. Sicuramente non siamo di fronte ad un’opera di Spike Lee, ma questo film ha comunque il merito di introdurre, tra le pieghe del racconto d’azione, un discorso schietto e senza filtri sulla violenza, il razzismo, i soprusi del potere, l’intolleranza e i pregiudizi ancora diffusissimi nella società.

Il caso psicologico, personale, e direi quasi patologico, della protagonista si inserisce in una situazione sociale più ampia, dove basta poco per fare esplodere il malcontento a lungo covato.

Ciò che difetta in questo lavoro è forse l’aspetto formale: il quadro di fondo fortemente realistico viene rappresentato dalla regia con poca inventiva, secondo un impianto molto classico dotato di poca originalità. Un altro regista avrebbe sicuramente utilizzato il materiale che la sceneggiatura metteva a disposizione in modo diverso, e avrebbe realizzato qualcosa di maggiore spessore. Ma le denunce di fondo sono mirate e giuste. Gli spunti offerti allo spettatore sono numerosi: la fragilità della madre, i pregiudizi, il rapporto dei cittadini con la polizia e più in generale con il potere, le problematiche razziali, la responsabilità individuale e quella collettiva a servizio della comunità. Temi forti, resi comunque con incisività e cura dei particolari.

A mio avviso bravi anche i protagonisti, da molti invece criticati: Julianne Moore, che è stata giudicata esageratamente lacrimosa e sopra le righe, mi è sembrata invece ben calata nella parte, intensa come sempre, commuovente senza essere patetica, misurata sia nel dolore della madre che nella fragilità della follia; Samuel Jackson, accusato addirittura di essere fuori parte e completamente spaesato, secondo me dà un’interpretazione molto realistica del poliziotto afroamericano stretto tra due opposte fazioni, alla ricerca costante di un equilibrio quasi impossibile tra la mancata integrazione della sua gente e il suo ruolo di nero che si è fatto strada in un mondo di bianchi. Merita sicuramente di essere menzionata anche Edie Falco nel ruolo dell’assistente sociale.

Nel complesso l’ho trovato un buon film, sostenuto da due attori bravissimi e particolarmente sensibili, che si lascia guardare e che affronta la questione razziale con la giusta durezza, ma anche con un’ottica diversa dal solito.

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Autore: Raffa

Appassionata di cinema e di tutte le cose belle della vita. Scrivo recensioni senza prendermi troppo sul serio, ma soprattutto cerco di trasmettere emozioni.

13 pensieri riguardo “Il colore del crimine (2006)”

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